"Agatone, per favore difendimi tu"
- dice Socrate - "voler bene a quest'uomo non mi
costa certo poco. È geloso, invidioso, mi fa delle
scene, me ne dice di tutti i colori!".
"Ascoltami" - dice Erissimaco - "prima
che tu arrivassi, avevamo deciso che ciascuno al suo turno
avrebbe fatto un discorso sull'Eros, il più bel discorso
d'elogio. Noi l'abbiamo già fatto, adesso tocca a
te".
"Ben detto, Erissimaco" - risponde Alcibiade
- "solo che se uno ha bevuto troppo, non può
dire cose che stanno alla pari con chi è sobrio.
E poi c'è Socrate: credi forse una sola parola di
quel che ha appena detto? Non lo sai che è tutto
il contrario?".
"E allora fa' così" - dice Erissimaco
- "se vuoi: fa un elogio di Socrate".
"Che dici?" - riprese Alcibiade -
"tu credi che dovrei...".
"Che ti passa per la testa?" - dice Socrate
- "perché mai vuoi fare il mio elogio? Per
prendermi in giro?".
"Voglio solo dire la verità: a te accettare
o meno".
"La verità? Benissimo, allora accetto. Anzi
ti chiedo io di dirla".
"Presto fatto" - dice Alcibiade - "quanto
a te, ti assegno un compito: se dico qualche cosa che non
è vera, tronca a metà le mie parole, se vuoi,
e dimmi che su quella cosa lì io mento, perché
io volontariamente non racconterò certo delle balle.
Però mescolerò un po' tutto nel mio discorso,
e tu non meravigliarti, perché tu sei proprio un
bel tipo e non è certo facile nello stato in cui
sono, ricordare con ordine proprio tutto.
Per fare l'elogio di Socrate, amici, ricorrerò a
delle immagini. Sono sicuro che lui penserà che voglia
scherzare, e invece sono serissimo, perché voglio
dire la verità. Io dichiaro dunque che Socrate è
in tutto simile a quelle statuette dei sileni che si vedono
nelle botteghe degli scultori, con in mano zampogne e flauti.
Se si aprono, dentro si vede che c'è la statua di
un dio. E aggiungo che ha tutta l'aria di Marsia, il satiro.
Ma, si dirà, Socrate è forse un suonatore
di flauto? Sì, e ben più bravo di Marsia.
Lui incantava tutti con quel che riusciva a fare col flauto,
tanto che ancora oggi chi vuol suonare le sue arie deve
imitarlo. Anche le musiche di Olimpo, io dico che erano
di Marsia, il suo maestro. Le sue arie, suonate da un grande
artista o da una ragazzina alle prime armi, sono sempre
le sole capaci di incantarci, di farci sentire quanto bisogno
abbiamo degli dei: ci viene voglia di essere iniziati ai
misteri, perché quelle musiche sono divine. Tu, Socrate,
sei diverso da Marsia solo in questo, che non hai affatto
bisogno di strumenti musicali per ottenere gli stessi risultati:
ti bastano le parole. Una cosa è certa e dobbiamo
dirla: quando ascoltiamo un altro oratore, il suo discorso
non interessa quasi nessuno. Ma ascoltando te, o un altro
- per mediocre che sia - che riporta le tue parole, tutti,
ma proprio tutti, uomini, donne, raga zzi, siamo colpiti
al cuore: qualcosa che non ci fa stare tranquilli si impadronisce
di noi.
Quanto a me, amici, non vorrei sembrarvi del tutto ubriaco,
ma bisogna che vi dica - come se fossi sotto giuramento
- quale impressione ho avuto nel passato, ed ho ancora,
ad ascoltare i suoi discorsi. Quando lo sento parlare, il
mio cuore si mette a battere più forte di quello
dei Coribanti in delirio e mi emoziono sino alle lacrime:
e ne ho vista di gente provare le stesse emozioni. Ora,
ascoltando Pericle ed altri grandi oratori, mi accorgevo
certo che parlavano bene, ma non provavo niente di simile:
la mia anima non era travolta. E ancora adesso, lo so benissimo,
se accettassi di prestare ascolto alle sue parole, non potrei
farne a meno: proverei le stesse emozioni. Devo quindi fare
violenza a me stesso, tapparmi le orecchie come se dovessi
fuggire dalle Sirene, devo andar via per evitare di passare
con lui il resto dei miei giorni. Ci sono volte che non
vorrei più vederlo al mondo, ma se questo accadesse
so che sarei infelicissimo. Così, io non so proprio
che cosa fare con quest'uomo! Ecco l'effetto delle sue arie
da flauto, su di me e su tanti altri: ecco cosa questo satiro
ci fa subire. Ma ascoltate ancora: voglio proprio mostrarvi
come somigli alle statuette a cui l'ho già paragonato,
e come il suo potere sia straordinario. Sappiatelo per certo:
nessuno di voi lo conosce davvero e io, siccome ho già
cominciato, voglio mostrarvelo sino in fondo. Guardatelo:
Socrate ha un debole per i bei ragazzi, non smette mai di
girare loro attorno, perde la testa per loro. D'altra parte
lui ignora tutto, non sa mai niente - questa almeno è
l'immagine che vuol dare. Non è questa la maniera
di fare di un sileno? Sì certo, perché questa
è l'immagine esterna, come quella della statuetta
di sileno. Ma all'interno? Una volta aperta la statuetta,
avete idea della saggezza che nasconde? Amici miei, sappiatelo:
che uno sia bello, a lui non interessa affatto, non se ne
accorge nep pure e lo stesso accade se uno è ricco
o ha tutto quello che la gente ritiene invidiabile avere.
Per lui, tutto questo non ha alcun valore, e noi non siamo
niente ai suoi occhi, ve lo assicuro. Passa tutta la sua
giornata a fare il sornione, trattando con ironia un po'
tutti. Ma quando diventa serio e la statuetta si apre, io
non so se avete mai visto che immagini affascinanti contiene.
Io le ho viste, simili agli dei, preziose, perfette e belle,
straordinarie: e così mi sono sentito schiavo della
sua volontà. Una volta allontanai i miei amici -
di solito ce n'era sempre qualcuno quando vedevo Socrate,
e non eravamo mai soli - e così restai da solo con
lui. Eccomi dunque con lui, amici, da soli. Io credevo che
avrebbe ben presto cominciato a parlare, e ne ero felice,
invece non fa assolutamente niente, come sempre... Insomma,
completamente schiavo di quest'uomo gli giravo vanamente
attorno.
Molti altri aspetti del carattere di Socrate potrebbero
essere oggetti di un elogio, perch é sono veramente
ammirevoli. Riguardo a queste cose, però, anche altri
uomini probabilmente meritano gli stessi elogi. C'è
qualcosa in Socrate, invece, che lo rende meravigliosamente
unico, assolutamente diverso da tutti gli altri uomini del
passato e del presente. C'è una cosa che ho dimenticato
di precisare: anche i suoi discorsi sono simili alle statuette
dei sileni che si aprono.
Infatti, se si ascolta quel che dice Socrate, a prima vista
le sue parole possono sembrare quasi comiche, tutte intrecciate
con strani discorsi. Parla di asini da soma; di fabbri,
di sellai, di conciatori di pelli, ed ha sempre l'aria di
dire le stesse cose con le stesse parole. Chi non sa o è
poco attento, c'è caso che rida dei suoi discorsi.
Ma se li apri e li osservi bene, penetrandone il senso,
scopri che solo le sue parole hanno un loro senso profondo.
Chi lo ascolta è guidato a tenere sempre davanti
gli occhi tutto quel che è necessario per diventare
un uomo che vale.
Ecco, amici, il mio elo gio di Socrate. Quanto ai rimproveri
che ho da fargli, li ho mescolati al racconto di quel che
mi ha combinato. Del resto non sono il solo che ha trattato
in questo modo: ha fatto lo stesso con Carmide, il figlio
di Glaucone, con Eutidemo, il figlio di Dioele, tutta gente
che ha ingannato con la sua aria da innamorato, con la conseguenza
che furono loro ad innamorarsi di lui".
Quando Alcibiade ebbe parlato così, l'ilarità
fu generale, anche perché s'era capito ch'era ancora
innamorato di Socrate.
E così Socrate gli disse: "Tu non hai affatto
l'aria d'aver bevuto, Alcibiade. Altrimenti non avresti
fatto un discorso così sottile, tutto fatto per nascondere
il tuo vero obiettivo, che è venuto fuori solo alla
fine: ne hai parlato come se fosse una cosa secondaria,
e invece tu hai fatto tutto un lungo discorso solo per cercare
di guastare l'amicizia tra Agatone e me. E tutto perché
sei convinto che io debba amare solo te, nessun altro che
te".
"Per Zeus" - disse Alcibiade - "quante
me ne fa passare quest'uomo! Pensa sempre come fare per
aver l'ultima parola con me. Socrate, sei proprio straordinario!".
Era stremato, Alcibiade; stremato e umiliato.
Affranto.
Il momento, l'inizio della fine o l'inizio dell'inizio,
era dunque giunto.
Ora, avrebbe messo nelle mani di Socrate il suo cuore; gli
avrebbe svenduto quel po' di dignità che (forse)
gli rimaneva. Così, nella speranza di avere tutto
e nella paura di non ottenere nulla e pregando tutti gli
dei dell'Olimpo perché Socrate gli parlasse con vera
sincerità, disse: "Mio caro Socrate... mio
adorato Socrate... credi, davvero, per me è difficile
dirti questo... ma io ti ho amato, più di ogni altro,
e più di ogni altro tu mi hai inflitto sofferenze
e inimmaginabili tormenti. Ho pensato molto, infinitamente,
a tutto ciò che è stato tra noi. Ho passato
tante di quelle notti consumandomi di pianto e lacerandomi
l'anima che ormai, non riesco più a contarle. E ora,
sono qui, con una determinazione e una forza che non so
neanch'io da dove nascono, a dirti che per quel che mi riguarda,
sia ben chiaro, io non h o detto niente che non penso.
A te, adesso, decidere ciò che è meglio per
noi.
A te, adesso, l'ultima parola.
A te, adesso, scegliere di amarmi o di odiarmi... perché
non ci sono vie di mezzo, Socrate. Non con me.
Ti lascio libero, se è questo che desideri, vedi?
Se scegli di restare, però, non accetterò
più il tuo concederti a metà, il tuo mostrare
solo la parte migliore. Io voglio tutto: tutto l'amore che
hai, tutto l'amore che c'è, tutti i tuoi difetti
insieme ai pregi...
Ora vado, è già l'alba... le cene, a parer
mio, durano davvero troppo a lungo alcune volte... che bello
questo cielo così rosa, così cristallino.
Mette di buon umore e fa credere che tutto sia possibile...".
Ciò detto si voltò e prese la strada per tornare
a casa.
Alcibiade, ma questo a Socrate non lo disse, considerava
il suo discorso come l'ultimo tentativo di chiarimento di
una lunga serie.
Poi, non avrebbe fatto più nulla, se non attendere,
per qualche tempo (anche se la pazienza non era davvero
il suo forte) che Socrate si decidesse a parlare.
Alcibiade troppe volte, da troppe persone aveva troppo a
lungo atteso risposte che, alla fine, non erano mai arrivate.
Francamente, pensò, sono stanco di rincorrere chi
amo.
Lui sapeva, certo, che sarebbe rimasto, sempre e comunque,
allievo di Socrate; proprio per questo gli avrebbe portato
il rispetto che gli doveva indipendentemente da ciò
che il suo maestro avrebbe deciso per loro due; si sarebbe
comportato in modo corretto, facendo forza su se stesso
e avrebbe rispettato, anche se non le capiva, le regole
imposte dai differenti ruoli.
Poi... poi si fece largo il solito, vecchio, eterno dubbio
di Alcibiade: erano quelle regole, o piuttosto il volere
di Socrate, a mettere tra loro quel muro, freddo come soltanto
gli inverni a Potidea sapevano essere?
Chiaramente Alcibiade sperava che Socrate potesse avere
il desiderio, il tempo e la possibilità per divenire
sua guida, fratello ed amico, una luce in luoghi oscuri
quando ogni altra luce si spegne, ma Alcibiade sapeva anche
di preferire mille volte il nero al grigio, il niente nel
niente piuttosto che un mezzo qualcosa.
All'inizio o alla fine di un rapporto vi è, come
base, la volontà. Non è il tempo o il caso
a decidere, ma la volontà. Non si sceglie chi amare,
è vero.
Si può scegliere, in ogni caso, la verità;
nel bene o nel male.
Nessuno, mai, aveva fatto versare una lacrima a Socrate.
Nessuno, mai, l'aveva fatto dubitare di sé stesso
o della sua correttezza nell'agire.
Ma era questo che ora stava accadendo.
Il grande maestro si trovava spiazzato come un bimbo al
suo primo schiaffo. Cos'era accaduto? Che aveva cambiato
in lui quell'Alcibiade?!
Sì, d'accordo erano stati amanti, amici e perfino
compagni di guerra, laggiù a Potidea... ma quanti
amanti e amici e compagni di guerra aveva già perso
Socrate senza curarsene?
Cosa c'era di differente in quest'uomo che pretendeva, con
una sicurezza che a tratti mutava in arroganza, di conoscerlo,
e a fondo per giunta!
"Pazzo! Pazzo! Vuole trasformare in ossessione
per la vita l'avventura di una notte... mi parla di mille
pianti che gli hanno consumato gli occhi e questo dovrebbe
spingere anche me a consumare i miei?! Per lui? Per noi?
È pazzo... vi dico... e stupido io, qui, a camminare
senza posa, avanti e indietro per que sta stanza, dandomi
tanta pena per un affare tanto stupido...".
Che grande mentitore, che grande ingannatore di menti era
Socrate! Così abile ed astuto da riuscire a truffare
perfino sé stesso.
"Cosa si crede quel... quel... quell'idiota?! Vuole
forse... non so... CHE VUOLE DA ME! PER ZEUS! Non sono io
a sbagliare. Da me non avrà altra risposta all'infuori
di un duraturo silenzio. Io vedo bene la verità,
oggi come ieri, e il giorno prima, e quello prima ancora.
Adesso basta. Ho già sprecato troppo del mio prezioso
tempo su questa vicenda che con oggi termina. Basta".
...E Alcibiade, dopo aver atteso diversi giorni, capì
che quel silenzio era un no, un addio; capì che non
avrebbe mai più rivisto Socrate; capì che
era finita, finita davvero.
Ci mise molte ore, ma infine, grazie anche all'aiuto di
alcuni servi, sette grossi e pesanti bauli giacevano davanti
alla porta, chiusa, di casa sua; al termine della via lo
attendevano tre carri e al porto una nave, pronta a salpare
verso il tramonto e la Numidia.
Seduto, le gambe raccolte tra le braccia, Alcibiade sobbalzava
a ritmo del carro che lo portava dal passato al futuro.
Alzò lo sguardo e tese il collo per poter scorgere,
l'ultima volta, tra le fronde dei cipressi, la casa del
maestro. Vide quel muro candido che conosceva così
bene in ogni suo centimetro, scaldato appena di amaranto
dal sole che stava per andare a dormire; vide, andando verso
il suo destino, tutti i luoghi che gli erano stati cari;
e vide anche il tempietto dedicato a Venere, dea dell'amore
(che caso st rano questo...) dove aveva incontrato Socrate
la prima volta, molti anni prima, e... sorrise.
Sorrise.
Non di rimpianti, di nostalgia o di tristezza.
Sorrise di comprensione e di speranza.
Comprensione per quell'uomo che amava e non era riuscito
a cambiare.
Speranza perché ora andava verso una nuova vita,
risoluto nell'intento di viverla.
Speranza perché in fondo all'anima credeva, o meglio,
sapeva di essere ricambiato nonostante tutto.
Con l'anima leggera in un modo che non credeva più
possibile, Alcibiade salì sulla nave; andò
verso la balaustra del ponte di prua e vi appoggiò
le mani, scrutando l'orizzonte infinito; una leggera brezza
gli scompigliò un poco i capelli; e fu così
che la nave salpò
Per commenti, suggerimenti o domande puoi contattare l'autrice,
Valentina Vitali, scrivendo al suo indirizzo email: valentina.vitali@email.it.