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Pillole di Saggezza
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L'INTELLIGENZA UMANA E LA COMPUTAZIONE a cura di: Astro Calisi

In seguito ai grandi risultati ottenuti dall’applicazione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, la maggioranza dei ricercatori del settore, ma non solo, anche molti scienziati che operano nel campo delle neuroscienze e persino alcuni filosofi, hanno a poco a poco maturato la convinzione che i computer rappresentino un buon modello dell’effettivo funzionamento del nostro cervello. Di più: la versione “forte” del computazionismo, che conta diversi aderenti all’interno della comunità scientifica attuale, arriva addirittura a sostenere che non c’è alcuna differenza di rilievo tra il pensiero umano e l’attività di elaborazione effettuata da un computer. Secondo tale prospettiva, pensare equivarrebbe a calcolare, essendo tutte le operazioni svolte dalla mente umana interamente riconducibili ad operazioni di tipo logico-matematico.
In questo breve articolo mi propongo di dimostrare la non plausibilità dell’analogia tra intelligenza umana e computazione, ponendo a confronto le rispettive caratteristiche.

Fin dalla sua compiuta enunciazione teorica da parte di Alan Turing, la computazione si concretizza nello svolgimento di compiti specifici mediante l’utilizzo di un numero finito di operazioni elementari. L’esecuzione delle operazioni avviene sulla base di procedure e algoritmi inseriti nelle istruzioni che costituiscono il programma dell’elaboratore.
Una macchina computazionale si limita quindi a leggere, in maniera sequenziale, i passi del programma, eseguendo calcoli, confrontando tra loro dati, compiendo “scelte” (salti condizionati) in relazione ai risultati ottenuti. Ogni operazione che essa svolge deve essere stata potenzialmente prevista e opportunamente pianificata nei suoi possibili esiti da parte del costruttore. In nessun caso, la macchina è in grado di andare al di là della propria programmazione, poiché si limita all’esecuzione meccanica delle diverse istruzioni finché non giunge al termine del percorso ideale previsto per ogni specifico compito.
Turing ipotizzava che gli elaboratori elettronici sarebbero riusciti ben presto a emulare gli uomini in molte attività definite intelligenti. Prevedendo l’imminenza di tale traguardo, egli ideò addirittura una prova che avrebbe dovuto permettere di decidere, in maniera obiettiva, quando una macchina avesse raggiunto un livello di capacità intellettiva paragonabile a quello umano. Questa prova, divenuta universalmente nota come test di Turing, consiste nel rinchiudere in due diverse stanze un calcolatore e un individuo umano. Da una postazione esterna, provvista di una tastiera e di un monitor, un intervistatore, senza conoscere l’identità dei due interlocutori, pone loro delle domande, annotando le relative risposte. Dopo un certo tempo, sulla base delle risposte ricevute, l’intervistatore deve essere in grado di stabilire con certezza quale sia la macchina e quale l’uomo. Se non ci riesce, cioè se le risposte fornite non consentono tale riconoscimento, vuol dire che la macchina si è comportata come un essere umano tanto da essere indistinguibile da questo. Significa quindi che essa ha superato il test, e di conseguenza che i computer sono veramente in grado di pensare.
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Il testo completo lo puoi scaricare - per una comoda lettura - cliccando sul link poco sotto. Per commenti, suggerimenti o domande puoi contattare l'autore, Astro Calisi, scrivendo al suo indirizzo email: webmaster@ildiogene.it.

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