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Io sto con i Verdi
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La riflessione intorno alla natura e alle proprietà
della mente umana risale all’antichità; l’espressione
"filosofia della mente" sembra, comunque, caratterizzare
un particolare ambito di discussione sulla base di alcune
questioni fondamentali, come ad esempio il rapporto tra
mente e cervello, l’architettura cognitiva del cervello,
l’analisi delle capacità rappresentative, ecc…
Il punto di partenza di tutte queste tematiche è
Cartesio, il quale sosteneva la caratterizzazione del pensiero
cosciente come essenza del mentale e delineò la divisione
fra res cogitans e res extensa attraverso
le quali studiare i rapporti conoscitivi tra soggetto conoscente
e realtà conosciuta.
Inoltre considerava la mente come una sostanza immateriale
che, in modo misterioso, interagisce con il corpo: si configura
così il cosiddetto dualismo interazionista, che consiste
nella spiegazione dell’interazione tra mente e corpo.
Tale concezione, però, ha in sé numerose difficoltà;
per risolvere questi problemi è possibile attuare
una duplice soluzione: o negando la stretta correlazione
che esiste tra eventi fisici ed eventi mentali, o negando
il dualismo stesso.
Tutto ciò può essere ottenuto in due modi:
a. puntando su un anti – sostanzialismo , moderato
in Locke (il quale sosteneva la funzione essenziale che
svolge la coscienza indipendentemente dalla sostanza), radicale
in Hume (il quale dissolve il soggetto conoscente in un
fascio di percezioni) o trascendentale in Kant (il quale
sosteneva la teoria "dell’io puro").
b. rinunciando al carattere originale di una delle
due res.
Nella filosofia del novecento alcuni filosofi rimasero più
o meno legati al carattere dualistico di tale riflessione,
come ad esempio le teorie di Wundt e James; ben presto assunse
connotazioni materialistiche e naturalistiche, grazie al
successo del comportamentismo come metodologia dominante
nella psicologia.
Tale concezione si diramò, quindi, in due correnti:
a. il comportamentismo metodologico, che accetta
come dati per la rielaborazione teorica i comportamenti
osservabili , escludendo ogni riferimento all’introspezione
e quindi a eventi interni inosservabili.
b. il comportamentismo logico, il quale sostiene
che le asserzioni psicologiche significano (cioè
stanno per) comportamenti o disposizioni al comportamento.
Risposte contrastanti a questo approccio si ritrovano nei
maggiori filosofi e movimenti analitici del novecento.
Intorno agli anni ’70 la scienza cognitiva comincia
ad affermarsi come settore indipendente e segnando una svolta
proponendo:
a. l’idea che la scienza della mente non può
ignorare l’architettura interna dei processi cognitivi.
b. l’uso generalizzato di modelli computazionali.
Si assiste così alla rinascita del materialismo dell’identità
tra mente e cervello.
Questa dottrina assume due forme principali:
a. il materialismo di identità tipo tra eventi
mentali e cerebrali (a ogni classe di eventi mentali corrisponde
una classe di eventi cerebrali).
b. il materialismo dell’identità di
concorrenza in cui ogni singolo evento mentale è
identico a un evento di cerebrale.
Fanno riferimento a quest’ultima teoria sia la tesi
dell’autonomia metodologica e tassonomica della psicologia,
sostenuta da Jerry Fodor, sia il monismo anomalo, sostenuto
da Donald Davidson, il quale conciliava l’autonomia
dei processi psicologici con l’idea che esistono soltanto
cause materiali.
La forma più estrema di materialismo è l’eliminativismo,
il quale sottolinea l’impossibilità di tradurre
il linguaggio mentale, semanticamente inconsistente e ricco
di espressioni prive di riferimento, con quello fisicalistico:
questa concezione fu sostenuta da Paul e Patricia Churchland.
A questo punto di vista si avvicina anche lo strumentalismo
di Daniel Dennett, secondo il quale il linguaggio mentalistico,
pur non essendo una realtà sussistente, è
necessario per conoscere noi stessi e gli altri.
Molti filosofi, come Thomas Nagel e John Searle, furono
critici nei confronti del fisicalismo, sottolineando la
difficoltà di quest’ultimo nel descrivere l’esperienza
soggettiva.
Il dibattito odierno si concentra in modo particolare su
alcuni aspetti fondamentali: lo statuto ontologico delle
entità mentali, l’intenzionalità, i
modelli neurobiologici sulla coscienza e sui rapporti tra
razionalità ed emozioni, la modularità della
mente e la sua scomponibilità in una serie di agenzie
cognitive, l’innatismo, l’analisi della percezione,
dell’immaginazione e della rappresentazione.
Segue una introduzione alla"Scienza Cognitiva"
condita dall'analisi di tre brani:
x Searle I computer non pensano: il "test della
stanza cinese"
x Dreyfus L’intelligenza umana è più
olistica delle reti neurali.
x J. Weizenbaum I computer possono fare i giudici
o gli psichiatri?
Vi è inoltre una "breve storia dell'Intelligenza
Artificiale" che illustra gli approcci che gli scienzati
ed i filosofi hanno adottato nel corso della sua evoluzione.
Il testo completo lo puoi scaricare - per una comoda lettura
- cliccando sul link poco sotto. Per commenti, suggerimenti
o domande puoi contattare l'autrice, Ilaria Moscheni, scrivendo
al suo indirizzo email: imoscheni@tiscali.it.
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