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Pillole di Saggezza
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IL LINGUAGGIO, TRA INNATISMO ED EMPIRISMO
di: Cinzia Ruggeri

Il «gene del linguaggio» ed il suo gap esplicativo

Lo sviluppo della vita in senso antropologico ha a quanto pare un percorso categoriale ascendente. Nel momento delicato del concepimento la magia della vita ha come sua forza propulsiva elementi di natura prettamente fisica. Vi è un connubio di energie e forze vitali facenti capo alla materia biologica che lottano e si organizzano per creare un nuovo essere vivente: l’uomo. Le facoltà coscienziali-sensibili e quelle spirituali (che per comodità chiamerò facoltà mentali) comparirebbero in un secondo tempo durante la fase gestazionale a causa di complessi - e in parte ancora sconosciuti - processi evolutivi, grazie ai quali, ad una pura materia biologica si sarebbero gradualmente aggiunte queste facoltà di natura prettamente mentale che, fondendosi perfettamente con la prima, culminano nell’essere umano: ad oggi la sintesi più bellamente composta di materia e spirito.
La vita su questa terra è caratterizzata per la sua forza ascendente, il percorso noto oggi a tutti va dall’inorganico all’organico e, ontogeneticamente parlando sembra, dal materiale allo spirituale.
Nel momento del concepimento umano pare che ci sia solo un aggregato di elementi materiali, di cellule che - attraverso un processo graduale di divisione e differenziamento - portano al formarsi del feto ed in concomitanza con esso - si dice oggi - allo sviluppo delle facoltà sensitive, sentimentali, intellettive e della ragione. L’avvento delle facoltà mentali, dunque, sembra plausibile ipotizzare che avvenga in un secondo tempo durante la fase dello sviluppo intrauterino, portando in fine alla nascita dell’essere umano: un sinolo composto di materialità e spiritualità che magicamente si uniscono in un tutto perfettamente coeso.
Questa sarebbe la nostra essenza, un tutto composto di parti eterogenee che aggregatesi formano un altro essere migliore e più vicino alla perfezione. Esattamente come accade in musica: più note musicali uniche in se stesse e quasi insignificanti se a sé stanti ma che una volta unite creano una melodia, un qualcosa di altro ed estremamente diverso capace di emozionare universalmente l’animo di ciascuno di noi, se l’attenta opera di un genio ha saputo ordinare con passione le sette note che prese singolarmente non possono parlarci il nobile linguaggio della musica.
Dalla natura abbiamo l’inorganico, poi l’organico, ed infine l’uomo col suo amato spirito: ecco uno zigote, un embrione, un feto ed infine un bambino. Le facoltà mentali - allo stadio attuale della ricerca scientifica - non si sa ancora bene in quale punto dello sviluppo antropologico collocarle e a quali processi fisici e/o metafisici ricondurle, essendo in parte ancora sconosciuti i meccanismi che sottostanno al loro porsi in atto.
Ciò che però è stato di recente scoperto su una facoltà mentale specifica, il linguaggio, è indubbiamente di notevole interesse da un punto di vista filosofico.
I ricercatori dell’Istituto di antropologia evoluzionistica di Leipzig (Germania) e del centro di genetica umana di Oxford (Gran Bretagna) pare abbiano svelato il mistero del linguaggio umano del quale si dovrebbe l’avvento grazie ad un paio di aminoacidi. Un´infinitesima variazione del patrimonio genetico che ha regalato la capacità di parlare agli uomini e non alle scimmie. E´ infatti grazie a un minuscolo tassello di Dna che la nostra bocca e la nostra laringe sono conformate per muoversi in maniera sufficientemente raffinata da articolare un linguaggio. A mettere sulla pista giusta gli scienziati erano stati dei colleghi inglesi, che nell’ottobre 2001 scoprirono Foxp2, il cosiddetto «gene del linguaggio». Si tratta di un frammento di Dna che, se compromesso, impedisce agli individui di articolare i suoni in maniera sensata. Ora  non solo gli uomini, ma anche gli scimpanzé, altri primati e perfino i topi dispongono del gene Foxp2. Qual è allora il particolare che ci differenzia dalle altre specie e ci permette di parlare? Il gene del linguaggio - è la conclusione cui è arrivata oggi l´equipe anglo-tedesca del dottor Svante Paabo - ha subito una mutazione che si è fissata nella nostra specie circa 120-200 mila anni fa. Grazie alle proteine prodotte in più dalla nuova sequenza genica, bocca e laringe si sono perfezionate tanto da permettere l´articolazione di suoni complessi[1].
Questo genere di scoperte tendono dunque a privilegiare un approccio di tipo innatistico alla risoluzione dei problemi riguardanti le nostre facoltà mentali, esattamente come fanno alcune correnti di pensiero di stampo innatistico-biologiche, una delle quali è, ad esempio, la psicologia genetica.
Il pioniere di questa corrente di pensiero fu il grande psicologo svizzero Jean Piaget il quale affermava che il pensiero matura non perché si fa gradualmente capace di acquisire nuovi concetti, ma perché si abilita a costruire tali concetti da sé, essendoci nell’uomo strutture logiche innate, pre-formate. A quegli studiosi che lo hanno accusato di inclinazioni innatistiche, Piaget ha risposto precisando che le funzioni mentali seguono un processo di formazione, costruzione e sviluppo che non ha nulla di statico e predeterminato. Nello stesso tempo, però, ha confermato che a suo avviso i passaggi, i gradi e la successione registrati nella genesi e trasformazione delle funzioni psichiche appaiono definiti, fissi e universali. Oltre a ciò, in una parte delle sue opere Piaget ha ridotto notevolmente il grado d’incidenza dell’intervento ambientale e culturale nelle prime fasi dello sviluppo psichico suggerendo la tesi che i primi stadi della crescita mentale di un individuo sono fondamentalmente naturali.
Lo stesso atto della comunicazione linguistica è inserito da Piaget in uno stadio abbastanza avanzato dell’evoluzione del pensiero, ed è considerato come strumento di mera elaborazione ed uso (non di formazione) dei concetti e delle categorie già presenti nella mente. Infine, vari testi di Piaget rivelano la sua ricorrente tendenza biologistica, ossia il suo orientamento a legare strettamente nell’uomo - e qualche volta a derivare - lo sviluppo mentale dallo sviluppo dell’organismo.[2]
È necessario riflettere sulla natura del concetto così come è presentata da Piaget, vale a dire indipendente da un linguaggio il quale sarebbe un semplice strumento di cui avvalerci per utilizzare ed elaborare i concetti che sarebbero già presenti nella nostra mente, là dove invece, per poter sostenere che vi sono in noi innatamente dei concetti bisogna anche affermare la concomitante presenza di un linguaggio. I concetti hanno una natura di stampo linguistico che non può essere elusa.
In Empirismo e filosofia della mente di Wilfrid Sellars si legge:

...per possedere il concetto di verde bisogna disporre di un’intera batteria di concetti di cui quel concetto compare come elemento […], c’è un senso importante in cui si può dire che non si possiede alcun concetto riguardo alle proprietà osservabili degli oggetti fisici nello spazio e nel tempo a meno che non li si possegga tutti quanti… (W. Sellars, Empirismo e filosofia della mente (1956), Einaudi Torino 2004, p. 28-29).

ciò significa che non si potrebbe avere alcun concetto se non se ne possedessero molti altri inferenzialmente connessi ad esso; qui ci si muove già sul terreno del linguaggio, siamo già allocati nello spazio logico delle proposizioni che si muovono all’interno del gioco delle referenze e retroreferenze. Un uomo non può avere tutti i concetti già presenti fin dalla nascita all’interno della sua testa, oppure crearli da sé senza l’intervento di un ambiente socio-culturale che tramite l’insegnamento del linguaggio è il solo a poter dischiudere in lui il terreno della concettualità. Fin tanto che non esiste la forma di vita facente capo, ad esempio, alla pratica del recitare, un uomo non può avere i concetti di teatro, attore, recita…e questo perché se un Teatro non esiste non può esistere neanche il linguaggio ad esso correlato.
Date queste premesse bisogna fin da subito criticare ogni tendenza biologistica che rischia di sfociare nel materialismo il quale, propendendo a legare nell’uomo lo sviluppo mentale dallo sviluppo dell’organismo - noi potremmo dire,  lo sviluppo del linguaggio dal gene del linguaggio - potrebbe portarci alla conclusione che ogni essere umano abbia in sé in potenza una sorta di pseudo linguaggio già tutto formato e farci conseguentemente assentire all’ipotesi che fin quasi dalla nascita ci sia permesso di comprendere molto del mondo che ci circonda.
Questa ultima tesi (facente capo alle teorie innatistiche del linguaggio)  la ritroviamo nella teoria dell’apprendimento di Agostino.
Per Agostino ogni bambino può imparare a parlare grazie al fatto di avere ricevuto in dono da Dio l’intelligenza - noi potremmo dire il gene del linguaggio - e da qui aprire quasi da se soltanto il senso delle parole:

Non mi ammaestrarono gli anziani, suggerendomi le parole con un insegnamento metodico, come poco dopo per la lettura e la scrittura, ma fui io stesso il mio maestro con l’intelligenza avuta da te, Dio mio (Confessioni, I 9,13).

Nel mio cervello potrebbe esserci già prima della nascita una sorta di schematismo concettuale potenziale: un’intelligenza linguistica geneticamente e mentalmente già tutta predisposta e quindi contenente in potenza la consueta catena di proposizioni di natura logico-concettuale collegate inferenzialmente e facenti capo alla nostra conoscenza.
Per Agostino e i fautori del materialismo, in definitiva, pare sia sufficiente questo patrimonio genico innato - o questo dono divino generosamente datoci - per far sì che il linguaggio possa esplodere nel mondo.
Ciò che a questo punto viene da chiedersi è come questo pseudo linguaggio che potenzialmente sarebbe contenuto nel cervello riesca poi a porsi in atto. E’ quindi indispensabile interrogarsi in primo luogo sul fatto se, il semplice avere in potenza un linguaggio già tutto perfettamente predisposto ad attuarsi,  sia di per sé sufficiente a far sì che esso esploda nel mondo. In secondo luogo bisogna cercare di scoprire se sia vero che si possa parlare di presenza nella nostra testa di un linguaggio - se anche in potenza - prima che noi si abbia iniziato a parlare.
Supponiamo dunque che sia vero che noi possediamo un linguaggio potenzialmente presente fin dalla nascita e cerchiamo di capire se la mera presenza potenziale di un qualcosa nella nostra testa sia sufficiente, di per sé, a far sì che questo qualcosa riesca, quasi da sé soltanto, a porsi in atto.
Partirò da una semplice chiarificazione sulla coppia tradizionale in potenza e in atto; per quanto possa di primo acchito sembrare fuori luogo, vi è nella terza meditazione di Cartesio un pensiero che merita di essere analizzato alla luce delle argomentazioni di cui sopra.
Cartesio nella terza meditazione dice:

Ma non sarà forse che io sia più di quanto penso di essere e tutte quelle perfezioni che attribuisco a Dio siano in me in potenza, in qualche modo, anche se finora non siano date a vedere passando in atto. In effetti, sperimentando che la mia conoscenza già aumenta sempre di più, all’infinito; né perché, una volta che fosse aumentata appunto sino all’infinito, mercé di esse non potrei acquisire tutte le altre perfezioni di Dio; e comunque non vedo perché, nel caso in cui queste perfezioni siano in me in potenza, ciò non basti a che possa essere io a produrre in me stesso l’idea di esse. Ma niente affatto! Nulla di ciò è possibile. In primo luogo, infatti, per quanto sia vero che in me c’è molto in potenza che ancora non è in atto e che la mia conoscenza aumenta gradualmente, tuttavia niente di simile è pertinente all’idea di Dio, di certo, perché in questa non c’è assolutamente alcunché di meramente potenziale e, al contrario, proprio un incremento graduale di qualcosa è prova certissima della sua imperfezione. In secondo luogo, anche se la mia conoscenza aumentasse sempre di più, nondimeno capisco bene che non perciò sarebbe mai infinita, perché non arriverebbe mai ad un punto tale da non essere più suscettibile di un accrescimento ancora maggiore, mentre giudico che Dio è infinito in atto, in modo tale, cioè, che alla sua perfezione niente può essere aggiunto. In terzo luogo mi rendo conto che di nessuna idea l’essere “oggettivo” può essere prodotto da un essere meramente potenziale (il quale, propriamente parlando, è un bel nulla), bensì soltanto da un essere “attuale” o “formale” (R. Descartes Meditazioni filosofiche, traduzione e introduzione di  Sergio Landucci, Editori Laterza Bari 2000, p. 77).

Per gli scopi che qui mi prefiggo esulo dal contesto filosofico di questo testo che - nelle Meditazioni filosofiche cartesiane - ha il compito di dimostrare con una prova a posteriori l’esistenza di Dio, e mi concentro solo sul senso che qui assume la dialettica della potenza e dell’atto.
Cartesio dice: «un essere meramente potenziale è propriamente parlando un bel nulla» e «benché queste perfezioni siano in me in potenza, ciò non basta a che possa essere io a produrre in me stesso l’idea di esse». Catapultando la forza argomentativa di queste proposizioni sul terreno della presunta innatezza potenziale del linguaggio e con esso della conoscenza (perché avere un linguaggio altro non è che  essere in possesso di proposizioni logicamente articolate, di concetti, di universali, di una conoscenza appunto), possiamo arrivare a comprendere quanto sia inconsistente il discorso che voglia far sorgere, da delle mere innatezze di natura potenziale, il linguaggio che si attua in noi tutti nel momento in cui iniziamo a proferir parola.
Di certo non possiamo negare che l’idea che vi sia in una qualche parte sconosciuta della nostra materia cerebrale un linguaggio potenziale che aspetti paziente di potersi mettere in atto da sè sia allettante, con un solo colpo di spugna si cancellerebbero molti dei problemi sorti in seno alla tematica qui in discussione. Ma se anche così fosse, è proprio di questo delicato passaggio dalla potenza all’atto, che bisogna tener conto. E’ proprio su questa sottile soglia che dobbiamo ragionare per poter capire come si arrivi a dire mamma per la prima volta: forse che il concetto di madre sia già tutto lì rintanato nell’ingenua e incosciente testa di un neonato? Che sia lì rintanato e già tutto articolato inferenzialmente, perché connesso con altri concetti che aspettano solo l’aprirsi di un occhio o l’attenzione di un orecchio, che congiunti al tatto, al sapore, all’olfatto e al senso cinestetico riescano poi finalmente ad innaffiare questi germogli già tutti perfettamente composti ma addormentati? Ma se davvero così fosse perché l’uomo avrebbe aspettato tanto tempo per creare, ad esempio, un’automobile? Se l’idea di automobile, di computer, di jeans erano già nella sua testa perché ha aspettato così tanto tempo per produrli? Perché se affermiamo l’esserci di un linguaggio potenziale ed innato nella testa di un uomo, allora dobbiamo nel contempo non esimerci dal sostenere anche che, con esso, vi sono potenzialmente ed innatamente presenti tutti i concetti che un uomo è in grado di possedere.
La mera potenzialità è propriamente un bel nulla, anche un germoglio che possieda tutti i geni necessari alla formazione della clorofilla, ma che sia tenuto al buio, non diventa verde. Anche un bambino che avesse un linguaggio in potenza ma che non fosse addestrato per porlo in atto da un altro essere che in atto già lo ha non potrebbe arrivare da solo, neanche con l’aiuto dei sensi, a sviluppare una conoscenza concettualmente articolata.
«Di nessuna idea l’essere “oggettivo” può essere prodotto da un essere meramente potenziale, bensì soltanto da un essere “attuale” o “formale”» e ciò è quanto dire: l’idea di auto non può che venirci dal fatto che ci sia già attualmente un’auto esistente (se non fosse stata creata l’automobile non sarebbe esistita la rete concettuale ad essa correlata) e che ci sia qualcuno che avendo già appreso da qualcun altro il significato di questo concetto, e quindi avendo quest’idea già tutta attualmente spiegata, decida di farcela apprendere, afferrare con la mente.
Sempre Cartesio torna in nostro aiuto quando dice «Se dovessi a me stesso quel che è di più, e cioè appunto di esistere, non mi sarei negato non soltanto quel che si può avere più agevolmente, ma neppure niente di tutto il resto che percepisco contenuto nella idea di Dio». Ora, con il solito approccio stravolgo completamente il senso di queste proposizioni e me ne avvalgo per il discorso qui posto e riformulando la frase di Cartesio potrei allora dire così: se dovessi a me stesso quel che è di più, e cioè di avere già tutto il linguaggio e con esso la conoscenza perfettamente posti in me in potenza, non mi sarei negato niente di tutto quello che, essendo solo mio e dipendendo solo da me, perché innato in me, avrei già da tempo potuto porre in atto.
Un semplice gene del linguaggio non fa ancora di me un essere parlante e siccome - come già detto - di conoscenza non si può parlare se non collegandola al linguaggio, in quanto è mediante esso che si produce la sussunzione dei particolari sotto gli universali ( la forma logica del giudizio), non può ancora far sì che ci sia già in me alcun tipo di conoscenza.
Un patrimonio linguistico genetico innato ed in potenza non può essere già proposizionalmente tutto articolato mediante i legami di referenze e retroreferenze che lo caratterizzano in quanto linguaggio appunto. Anche se vi è un gene del linguaggio che fa da sostrato materiale al nostro futuro parlare, bisogna riconoscere che un linguaggio propriamente non c’è - neanche solo potenzialmente - finché non s’inizi ad apprenderlo.
Noi abbiamo muscoli adibiti alla corsa (e ad altro), questo materiale organico è sì presente ma non è esso che fa di noi dei corridori, bensì l’esercizio e l’addestramento che ci educano a muovere i primi passi fino a giungere al piacere liberatorio di una bella corsa. Il gene del linguaggio è semplicemente un materiale che può essere “usato” per poi parlare ( ma che indubbiamente servirà anche ad altre facoltà mentali), ma il solo fatto di possederlo non fa di noi esseri parlanti. Anche se è presente nel nostro Dna, ciò non vuol dire che noi si nasca con già una qualche forma di conoscenza, poiché questa si dà solo nell’apprendimento di un linguaggio, per il tramite di una comunità di uomini parlanti che c’insegnano le regole di questo gioco linguistico.
Per far sì che un bambino impari a parlare, è necessario che ci sia qualcuno che lo addestri, qualcuno che gli faccia apprendere una lingua mediante l’insegnamento delle regole che necessariamente devono essere seguite per poter entrare nella comunità linguistica e socio-culturale cui apparterrà.
Per avere un linguaggio non bastano le potenzialità innate in noi presenti, ma un ambiente culturalmente già in atto che ci circondi e insegni ad apprendere, è necessaria l’esperienza linguistica già attuata di un altro uomo, che ci dispieghi il terreno della concettualità, di quei concetti necessari alla nostra vita di essere umano, perché c’è in noi in questo momento un bisogno che deve essere soddisfatto: quello di entrare a far parte della comunità in cui vogliamo o dobbiamo vivere.

 

 

 

 

Wittgenstein: l’apprendimento del linguaggio e i giochi linguistici

Nel paragrafo precedente abbiamo esposto le motivazioni che ci hanno portati a negare che delle mere potenzialità innate riescano ad attuarsi senza l’intervento di un qualcosa che già in atto lo sia. Questo discorso vale non soltanto per le innatezze di natura mentale che si nutrono di un ambiente socio-culturale, ma anche per quelle di natura fisico-biologica che hanno invece bisogno di un ambiente materiale che le porti al compimento del progetto che la natura ha per loro riservato; nel caso dello sviluppo fetale di un bambino ad esempio vi è la necessità di un corpo di donna che sostenga, nutra ed amorevolmente aiuti ad attuare le potenzialità cromosomiche facenti capo ad un piedino, al cervello o ad una boccuccia che si spera sorriderà molto nella vita del futuro ed innocente neonato.
Abbiamo anche accennato al fatto che, nonostante la presenza in noi di un corredo genetico faccia  da sostrato al nostro linguaggio, con ciò non si può sostenere la tesi che voglia rendere questa mera potenzialità materiale sufficiente a far sì che quest’ultimo possa dirsi realmente presente in noi prima che si abbia iniziato a proferire parola.
Detto ciò, tuttavia, non si può non tener conto del fatto che un gene del linguaggio e tutto il circuito neurale ad esso correlato ci siano, e seppur non sufficienti sono tuttavia necessari per il suo attuarsi. Se è vero che un essere umano ha bisogno di un addestramento per far sì che inizi a parlare è anche vero, nel contempo, che questo addestramento deve poter attecchire su di un qualcosa d’esistente e già presente: i miei muscoli non fanno di me un corridore, c’è bisogno dell’esercizio che tramite l’approccio per prove ed errori (il bambino cade, si rialza, riassetta il passo e riprova), mi porterà ad iniziare a muovere i primi sicuri passi su questa terra fino a condurmi alla corsa. Ma per l’adempimento di questa nuova pratica di vita è indispensabile questo sostrato muscolare.
Lo stesso discorso vale ovviamente anche per ciò che concerne alcune delle nostre facoltà mentali, in specie per il linguaggio che necessita di un di più rispetto alla - se pur necessaria - presenza di una materialità, conosciuta o tuttora al vaglio delle neuroscienze.
Ed è proprio su questo di più che bisogna ora focalizzare l’attenzione per vedere se sia possibile risolvere il problema dal quale abbiamo preso le mosse fin dall’inizio: l’attuarsi del linguaggio. Nel far ciò mi avvarrò delle acute e lungamente meditate tesi delle Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein improntando la mia attenzione in particolar modo sulle modalità di apprendimento del linguaggio e sulla nozione di gioco linguistico.
È fin dall’inizio importante chiarire cosa intenda dire Wittgenstein quando parla, appunto, di gioco linguistico: il termine gioco linguistico è da lui introdotto con specifico riferimento alle forme linguistiche più primitive nelle quali è più facilmente ravvisabile un rimando ad un’attività di stampo puramente pratico che ha inoculato in sé un linguaggio. Siamo di fronte dunque ad un utilizzo del linguaggio più semplice e poco articolato concettualmente nel quale è più facilmente ravvisabile un collegamento promiscuo con la prassi che stiamo svolgendo, collegamento che ha la ragione del suo essere nelle regole che determinano le modalità d’interazione tra linguaggio e prassi, e che sono codificate socialmente. Nel nostro avvalerci del mondo e di tutto ciò che in questa parola può essere incluso (la vita in toto quindi) il linguaggio può molte volte non essere necessario. Ma, viceversa, affinché avvenga un apprendimento dello stesso, è indispensabile il rimando ad una prassi nella quale l’utilizzo degli oggetti e delle parole che impieghiamo durante questa pratica acquisisca un senso intersoggettivo, perché in questo agire si dispiega un comportamento che accomuna in quanto determinato dall’aver seguito regole che ci fan parlare sensatamente.
Le potenzialità concettuali in noi presenti fin dalla nascita hanno dunque bisogno di questa normativa storicamente emanata dalla società umana e connessa con le varie forme di vita che gli uomini praticano per poter essere poste in atto. Per comunicare è dunque indispensabile che l’interazione tra i due o più soggetti si svolga all’interno di una prassi con la quale il linguaggio si lega perché conforme a regole incastonate nella stessa e da essa derivanti poiché codificate intersoggettivamente.
Date queste premesse è allora intuitivamente già afferrabile la centralità che in Wittgenstein assume un apprendimento del linguaggio determinato dall’uso dello stesso, regolamentato da modalità comportamentali che hanno la loro genesi nelle norme non scritte sbocciate all’interno della consuetudinarietà peculiare della specie umana, questo perché un linguaggio non può essere appreso se non mediante un addestramento che ci insegni come queste regole facenti capo ad ogni sua mossa debbano essere seguite, regole che andranno ad instaurare un legame convenzionale tra l’uso di questa parola e il contesto nel quale deve essere così e per tale o tal altro scopo proferita, contesto che viene a coincidere con la forma di vita che si sta praticando e nella quale assume un senso ben preciso l’espressione verbale che in essa incorre proprio perché pronunciata nella situazione specifica dell’attuale utilizzo.
Il linguaggio è storicamente connotato e non potrebbe essere altrimenti

Ma quanti tipi di proposizioni ci sono? Per esempio: asserzione,domanda e ordine? -Di tali tipi ne esistono innumerevoli: innumerevoli tipi differenti d’impiego di tutto ciò che chiamiamo ‹‹segni››, ‹‹parole››, ‹‹proposizioni››. E questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici, come potremmo dire sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati. (un’immagine approssimativa potrebbero darcela i mutamenti della matematica.) Qui la parola ‹‹giuoco linguistico›› è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita.[…] – (Ricerche filosofiche, a cura di M. Trinchero, Einaudi, Torino 1999, § 23).

Il linguaggio rispecchia dunque le forme di vita degli uomini mutando contemporaneamente e specularmente a queste. La storicità dell’evoluzione riguarda tutti gli aspetti del genere umano: nascono, crescono e muoiono forme di vita tra le più varie e con esse nascono crescono e muoiono i giochi linguistici che gli appartenevano.
I concetti si muovono sempre sul terreno empirico della vita, non discendono metafisicamente da una regione posta al di là della vita stessa e delle sue varie modalità di utilizzo. Il linguaggio è funzionale alla nostra esistenza e ha bisogno per essere attuato, oltre che di geni e sistemi neurali, anche di un’interazione con l’ambiente circostante mediata dalle regole che determinano il modo in cui devono legarsi e rispondersi attività e reazioni linguistiche.
Nell’arco di tempo in cui una società nasce, cresce e si sviluppa, sorgono bisogni di vario genere che debbono essere soddisfatti: quelli più impellenti sono necessari al sostentamento pressoché di ciascuna specie animale, gli altri invece sono tipici della nostra specie perché connotati culturalmente: non ho bisogno di cento paia di jeans diversi per vivere, però l’evoluzione socio-culturale dell’umanità ha portato alla nascita di nuove necessità che, pur non contribuendo alla sopravvivenza della specie stessa, determinano – in questo caso – una sorta di bisogno di carattere puramente folkloristico; dopo che ho conosciuto il jeans e ho visto altri miei simili usare un jeans diverso dal mio, sento il bisogno di avere anch’io un altro tipo di jeans per poter esprimere più compiutamente me stessa e la mia intima essenza caratteriale.
Le multiformi diversità che colorano e diversificano un essere umano da un altro essere umano e una comunità umana da un’altra, sono il frutto dell’interazione tra bisogni creati dall’uomo e bisogni imposti dalla natura. Il linguaggio non fa altro che seguire questa evoluzione storica. Nel momento in cui un uomo ad esempio inventa un nuovo oggetto, solitamente una delle prime cose che fa è battezzarlo, molte volte con un nome che possa quasi da subito esplicitare e rendere chiaro lo scopo dello stesso, altre volte invece con un vocabolo totalmente estraneo al senso che poi l’oggetto verrà ad assumere nella pratica di vita cui è destinato. Pur tuttavia anche in questo caso il vocabolo richiamerà - quasi magicamente - alla mente la funzione d’uso dell’oggetto a tutti coloro i quali hanno imparato a conoscere i vari possibili impieghi che concorrono alla formazione del significato dello stesso, e dunque alla creazione di un nuovo concetto che concorrerà allo sviluppo di una nuova forma di vita fino a poco prima mai praticata, che andrà a sua volta a creare nuovi bisogni bisognosi di essere soddisfatti magari tramite l’invenzione di nuovi oggetti con relative forme di vita potenziali.
Nel dirti penna, tu inizi a pensare ad un sacco di cose che puoi fare con una penna: scrivere una poesia, colorare un disegno, annotare la spesa della giornata…, la penna s’impregna di tutti quei significati che fanno capo a pratiche di vita differenti e che contemporaneamente risiedono nel concetto di penna, ma tutto ciò avviene solo dopo che una penna sia stata inventata e che qualcuno ti abbia insegnato a cosa serva. Paradossalmente anche colui che ha inventato il primo mezzo per scrivere inizialmente non era pienamente cosciente della nuova forma di vita che stava timidamente iniziando a praticare fino a quando non si è formata una consuetudine d’uso e con essa il concetto di scrittura fino allora non presente nella mente di alcun essere umano. Un nome non è un semplice marchio sonoro per etichettare un oggetto, ma è un di più, è la rappresentazione dei molteplici significati che questo oggetto può assumere all’interno della forma di vita di colui che se ne avvarrà.
Dunque da ciò si comprende anche quanto importante sia il concetto di apprendimento linguistico nel pensiero del nostro filosofo e quanto sia diversa e distante la sua posizione al riguardo rispetto a quella di un innatista per eccellenza: Agostino.
Infatti non basta dire che una potenzialità linguistica di matrice prettamente biologica non ha il potere da sola di farci parlare e che c’è pertanto bisogno di un essere umano che già parli e che sia disposto ad insegnare anche a noi ad usare questo speciale strumento tutto umano, bisogna anche specificare il modo in cui tale insegnamento debba svolgersi affinché possa condurci secondo natura alla attuazione di ciò per cui siamo stati programmati fin dalla nascita. Un corpo di donna non riesce a portare a compimento lo sviluppo fisico di un bambino se non lo nutre nel corretto modo, così un essere umano parlante non può soddisfare il bisogno di parlare di un bambino se non mediante un vero e proprio addestramento linguistico. Ed è proprio da questo tipo di problematica che Wittgenstein prende le mosse nelle sue osservazionicriticando una concezione a suo avviso estremamente erronea, basata sull’insegnamento di tipo ostensivo tanto caro al Vescovo d’Ippona. Per Agostino il linguaggio consisterebbe di poche parole che denominano oggetti e di proposizioni che sarebbero le connessioni di tali denominazioni, la proposizione sarebbe appresa in un secondo tempo rispetto al nome che avrebbe l’esclusiva nel gioco dall’apprendimento linguistico. Wittgenstein invece dal canto suo considera il denominare soltanto uno dei possibile usi che facciamo del linguaggio la cui essenza non è esaurita dall’attaccare un nome ad un oggetto. Il linguaggio è uno dei mezzi mediante i quali gli esseri umani interagiscono tra loro ma nel contempo essendo utilizzabile in diversi modi per il raggiungimento di scopi tra loro completamente eterogenei è uno strumento composto di parti differenti impiegabili nei modi più vari perché inserite nelle multiformi sfaccettature della nostra vita. La proposizione viene prima del nome perché è con essa che arriviamo a conoscere la funzione propria del termine da definire, il posto che esso deve occupare all’interno del linguaggio.
La concezione innatistica del linguaggio che ha Agostino viene ad assumere inoltre una piega mistica che per sua natura è totalmente disancorata dal terreno di gioco sul quale Wittgenstein muove i passi delle sue riflessioni, e cioè il terreno dell’empiria. A detta del primo un bambino nascerebbe già con la facoltà di comprendere da solo il senso delle parole avvalendosi delle capacità interpretative donategli direttamente da dio, ciò lo renderebbe estremamente sagace a tal punto da poter da solo riuscire a  risolvere il rebus che ha dinnanzi agli occhi (e orecchi) ogni volta che un adulto inizia a vociferare. Ora di fronte a questo prezioso e sublimemente connotato dono, come si fa a non notare - a mio avviso – che si pone in opera in realtà qui una sua svalutazione? Questo splendido strumento di comunicazione umano sarebbe frutto di una concatenazione di associazioni tra parole ed oggetti, ma di un suo inserimento all’interno del dono divino più prezioso, la vita, non se ne tiene conto nel modo più appropriato. Wittgenstein in un certo senso riabilita e pone su un piano più dignitoso il linguaggio (pur non facendolo discendere dall’alto dei cieli) nel momento in cui lo colora di tutti i cromatismi che un uomo è capace di dare alla propria esistenza. Il linguaggio è speculare alla vita dell’umanità: nasce, cresce, si modifica e morirà con essa. Nell’arco di un’intera vita un uomo fa e può fare molte diverse esperienze che possono poi essere tradotte linguisticamente, la maggior parte di esse poi necessitano del linguaggio per essere praticate e/o condivise. Ma affinché avvenga la trasposizione di una qualunque esperienza sul terreno linguistico è necessario che un linguaggio venga imparato tramite l’unico e più genuino mezzo a nostra disposizione: vivere il nostro mondo; il dono divino non basta!
Nella prassi dell’addestramento linguistico può avere una parte indubbiamente importante il tipo di insegnamento addotto da Agostino, cioè un insegnamento di tipo ostensivo consistente nell’indicare al bambino un oggetto pronunciandone nel contempo il nome e costituendo così una connessione associativa tra il nome e le cose. Questo procedimento tuttavia non può essere, a detta di Wittgenstein, l’atto fondante del linguaggio, bensì un suo possibile uso, uno dei possibili diversi giochi linguistici che non è di per sé sufficiente a far sì che il bambino impari realmente per cosa stia quella parola fin tanto che non inizi ad usarla nel modo corretto, seguendo le regole che la prassi impone nel contesto del suo attuale proferimento; infatti è proprio tramite l’uso della parola determinato da regole codificate intersoggettivamente che si rende comprensibile il significato della stessa e che nel contempo sorge un nuovo modo d’intendere il mondo - o meglio - il pezzettino di mondo che si dischiude non appena la parola è usata nel modo preciso in cui è stato insegnato. Insegno, ad esempio, ad un bambino ad usare una penna per scrivere, ecco che allora per lui sarà immediatamente chiaro il significato della parola penna e qualora dovessi in un futuro chiedergli gentilmente di andare a prendere ed usare una penna avrò che lui inizierà a fare dei segni su un pezzo di carta o altro supporto adatto all’inchiostro in essa contenuto. Nel gioco dello scrivere che ora il bambino ha imparato vengono ad assumere dei significati ben precisi le parole penna, carta, scrittura…e con essi si dischiude una nuova forma di vita, quella della pratica di scrittura che ha dato finalmente un senso a questa parola pronunciata tante volte dalla madre; l’oggetto nel contempo acquisisce grazie a tutto ciò un nuovo senso, è osservato dal bambino sotto un altro punto di vista completamente differente da quello che aveva prima, ad esempio quello finalizzato esclusivamente al soddisfacimento della forma di vita tipica di un infante, vale a dire il suggere. La penna che il bambino vedeva solo come un surrogato del ciuccio diventa ora un mezzo di scrittura, tutto ciò si è potuto verificare perché gli è stato insegnato ad afferrarla e ha porla su un pezzo di carta tramite un esempio pratico. Ma ipotizziamo che ad un altro bambino io abbia insegnato ad usare la penna per scavare delle piccole buche in un terreno nelle quali poi andare a piantare dei semini di rose. Quale significato assumerà la parola penna per quest’altro bambino? Uno stesso nome andrebbe a rappresentare per i due bambini oggetti e relativi utilizzi completamente eterogenei. Se dovessi ad un certo punto chiedere ad entrambi di usare una penna avrei che i due andrebbero a svolgere pratiche totalmente dissimili, anche se significativamente corrette qualora vengano svolte all’interno della pratica di vita in cui è richiesto esplicitamente il loro eterogeneo adempimento: a scuola la prima, nell’orto di un giardiniere un po’ bizzarro la seconda.
Dunque cosa fa di una penna una penna intesa come mezzo di scrittura se non un uso determinato? E cosa dà senso alla parola penna se non sempre il medesimo uso? Il semplice pronunciare la parola penna in seguito ad un insegnamento di tipo ostensivo non fa in modo tale che si possa dire del bambino che sappia cosa sia in realtà una penna. Il linguaggio è il mezzo tramite il quale gli uomini interagiscono, è quindi essenziale che a tutti siano insegnate le stesse modalità di utilizzo delle parole tramite l’eseguimento corretto delle regole codificate dalla comunità degli esseri umani in cui il linguaggio deve essere utilizzato, solo così si potrà avere propriamente un linguaggio, un sistema di comunicazione efficiente, in caso contrario saremmo semplicemente alla presenza di una sorta di torre di babele ove sarebbero pronunciati suoni ma non parole.
Un esempio efficace che Wittgenstein porta per escludere che un linguaggio possa essere appreso tramite un semplice insegnamento ostensivo riguarda l’apprendimento dei termini «là» e «questo».

[…] Anche  «là» e «questo» si insegnano ostensivamente? - Immagina in quale modo si potrebbe insegnare il loro uso! Indicando luoghi e oggetti, - ma qui l’indicare ha luogo anche nell’uso delle parole, e non soltanto nell’apprendimento dell’uso. – (Ivi, § 9).

Ciò è ancora un voler dire che non c’è altro modo di insegnare ad un bambino il significato dei termini «là» e «questo» se non portando al suo cospetto l’utilizzo concreto degli stessi.
Nella mente del bambino c’è già sì una predisposizione genetica ad imparare i multiformi elementi ed utilizzi di una lingua, ma niente al di fuori di una prassi socialmente condivisa e rigidamente regolamentata potrebbe porre in atto tale potenzialità biologica (un pappagallo può pronunciare le parole ma non ne capisce il significato perché non può “giocare” con esse, non le può praticare). Un bambino ha quindi innatamente i mezzi per imparare a pronunciare e ad usare una lingua, ma per poter arrivare a far tanto c’è bisogno che qualcuno interagisca con lui e gli insegni come vada usata, in modo che possa instaurarsi quell’accordo intersoggettivo indispensabile affinché ci si possa capire e parlare.
Anche nelle proposizioni che vanno dal § 28 al § 31 è chiarito egregiamente il motivo per il quale una semplice definizione ostensiva non può essere la vera base di partenza per un apprendimento del linguaggio. L’esempio significativo che qui Wittgenstein porta per scansare definitivamente questa ipotesi è l’apprendimento dei numeri mediante, appunto, definizioni ostensive.
Indico due noci e do la definizione di questi due oggetti dicendo “Questo si chiama due”, la conseguenza di questo mio insegnamento può andare a collidere con la mia intenzione che è quella di insegnarti il numerale 2 e questo perché l’altra persona potrebbe interpretare questa mia affermazione in più sensi diversi: per esempio non è detto che lui capisca che io gli sto insegnando un numerale, potrebbe anche darsi che il mio discepolo intenda con 2 il nome di questo gruppo di noci, quindi avrei che per lui le noci si chiamano 2, oppure al contrario se volessi attribuire un nome a questo gruppo di noci ecco che potrebbe accadere che l’altro lo interpreti come un numerale. Neanche avvalendomi della parola numero le cose vanno meglio perché per poter far sì che l’altro capisca cosa intendo nel momento in cui gli dico “questo numero si chiama 2” è necessario che gli sia già chiaro, in generale, quale funzione la parola numero debba svolgere nel linguaggio, e questa chiarezza non può averla ottenuta altrimenti che all’interno di una pratica di vita congrua al gioco del contare.
Immaginiamo una classe di bambini sui tre anni ai quali sono presentati due nuovi e sconosciuti oggetti, ad esempio, una noce e uno schiaccianoci; come maestri hanno a disposizione un oratore che insegnerà l’uso di questi oggetti tramite il solo utilizzo delle parole, e un mimo che si avvarrà esclusivamente di gesti esemplari.
Nel primo caso, il maestro potrebbe parlare così: “Alla vostra sinistra abbiamo un oggetto commestibile chiamato noce. La noce è un frutto che può essere mangiato e che ha un sapore - a detta dei più – molto gradevole. Questo frutto però è composto di due parti; una scorza molto dura e al suo interno il frutto vero e proprio, la parte propriamente commestibile. Per poter raggiungere quest’ultimo, l’uomo ha inventato uno strumento che si chiama schiaccianoci e che è presente davanti a voi alla vostra destra. Con quest’aggeggio voi potete letteralmente schiacciare una noce, per fare ciò dovete prendere la noce con una mano, con l’altra prendere lo schiaccianoci, aprirlo e porre al suo interno la noce in modo tale che quest’ultima s’incastri tra le zigrinature presenti negli archetti del nostro strumento. Poi con tutta la forza a vostra disposizione dovete chiudere lo schiaccianoci premendo l’una contro l’altra le due maniglie dello stesso. Ecco che finalmente sarete riusciti ad aprire la noce  e potrete cibarvi del suo frutto”.
Viene da pensare che per quanto questa spiegazione possa essere efficace e sintetica, i bambini già dopo le prime parole si addormenterebbero sulle sedie! Ma se invece ci avvaliamo di un mimo che senza aprire bocca esegue simpaticamente tutte queste operazioni, magari anche leccandosi i baffi dopo aver mangiato la noce, non credete che forse i bambini capirebbero più in fretta   che la noce si può mangiare, che è buona, che ha un guscio duro il quale per essere rotto deve venir posto in quello strano oggetto metallico, che il mimo ha usato con tanta disinvoltura? Ed ecco che dopo aver imparato a cosa serve lo schiaccianoci e che la noce è commestibile, i bambini potrebbero anche chiedere il nome di queste due cose, nome che assumerà immediatamente il significato d’uso che è appena stato insegnato. Da questa storiella si devono trarre due conclusioni: la prima è che senza un linguaggio già in atto in colui che ascolta non è possibile che si possa capire alcunché di ciò che una persona insegna, se quest’ultimo si avvale solo di parole (per quanto condite con gesti che possono essere comunque più o meno equivoci) sradicate dal terreno di un loro effettivo uso. Ecco perché allora Wittgenstein dice che «per essere in grado di chiedere il nome di una cosa si deve già sapere(o saper fare) qualcosa». Per quanto riguarda la seconda conclusione, è importante capire che non c’è niente, quanto l’esemplarità di un evento, che possa far sì che noi si comprenda l’evento stesso. Ciò vale dunque anche per il linguaggio,
Wittgenstein dice: «immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita». Io ora utilizzo la parola ‹‹lastra!›› in un certo modo perché voglio che mi porti una lastra, ma tu puoi capire questo comando soltanto se hai familiarità col gioco linguistico del comandare e dell’eseguire, il quale gioco linguistico però deve svolgersi all’interno di un contesto ben preciso, quello per esempio di un cantiere navale; se fossi con te all’interno di un centro commerciale e dicessi  ‹‹lastra!›› tu probabilmente mi considereresti un po’ pazzo! Ed ecco quindi perché per Wittgenstein l’ellitticità o ridondanza di una proposizione può essere definita in modo stabile ed inequivocabile per ciascuna parola o frase solo rispetto ad un determinato modello della nostra grammatica. Se nel contesto di un cantiere navale io dico ‹‹lastra!›› o ‹‹portami una lastra›› non ha importanza, il senso è lo stesso in entrambi i casi, e tu che sei un mio manovale capisci benissimo il mio ordine e lo esegui in quanto hai appreso il senso in cui questo termine viene usato perché calato nel contesto specifico del cantiere navale.

 

Un’ipotesi fantascientifica sull’avvento delle nostre facoltà linguistiche

Una obiezione al discorso sulla potenza e l’atto pare discendere direttamente e senza neanche troppa fatica da un semplicissimo ragionamento logico che s’installa sulla negazione da noi avanzata della possibilità che una potenzialità si attui senza un qualcosa che già in atto sia. In parole povere, si potrebbe dire: ma se un uomo per parlare ha bisogno che ci sia un altro uomo che in atto già parli e che sia disposto ad insegnargli le regole del gioco linguistico, com’è possibile allora che ci sia stato un avvento del linguaggio nella specie umana che non possedeva questo indispensabile mentore con già un linguaggio attuato? Una potenzialità ha bisogno di un’attualità per sbocciare, ma i primi uomini che iniziarono a parlare non avevano tale attualità, perché fino ad allora nessun uomo aveva mai parlato. Come allora districare questa matassa di dubbi che minacciosamente si affacciano alla porta del nostro intelletto? Prima di tutto facendo un distinguo tra due tipi di linguaggio: il primo è quello odierno tutto pregno di concettualità, necessitante appunto di un input socio-culturale per potersi attuare. Un essere umano abbandonato su di un’isola deserta non arriverà mai da solo a pronunciare alcuna parola. Il secondo invece è il linguaggio primordiale nato in seno alla prima comunità di esseri umani che proprio per questo possono essere definiti tali.
Per il primo tipo di linguaggio vale il discorso fatto fino ad ora; per il secondo invece bisogna cercare di rendere conto alla domanda: Com’è nato il linguaggio?
Un gene del linguaggio c’è e su questo punto non possono esservi dubbi (a parte il fatto che oltre ad essere un gene “per” il linguaggio è plausibile ipotizzare una sua partecipazione al corredo mentale in generale), però questo gene è un qualcosa di puramente materiale e per non rischiare di essere oscurati dalla minacciosa ombra del materialismo, credo non sia fuori luogo ipotizzare la presenza anche di una innatezza potenziale linguistica di natura prettamente mentale: una sorta di gene mentale del linguaggio che sia sorto specularmene al gene fisico grazie a quella casuale, unica e tanto fortunata mutazione primordiale.
Nel momento dell’avvento dell’uomo possiamo ipotizzare che ci sia stata una sola natura spirituale (esattamente come fu per il primo Dna il quale era di un solo tipo), l’intervento dell’ambiente portò poi alla determinazione dell’evoluzione del genere umano fino all’uomo che conosciamo oggi.
Possiamo immaginare che una mutazione genetica donò ad un essere umano soltanto la possibilità di iniziare a pronunciare i primi suoni pseudo-linguistici. Questo gene mutante potrebbe poi essere stato trasmesso ereditariamente ai figli, che però ne possedevano solo le potenzialità e quindi necessitarono dell’interazione col genitore, il quale invece avendo già uno pseudo-linguaggio in atto grazie alla speciale mutazione genetico-mentale avuta in dono dalla natura, ha potuto poi aiutare a porre in atto lo stesso anche nel figlio. Da qui potrebbe essere partita la concatenazione di cause ed effetti facenti capo all’insegnamento-addestramento linguistico. Ma tale vicenda non poteva attuarsi senza l’indispensabile interazione di molteplici fattori, primo tra i quali il bisogno di adoperarsi per sopravvivere e dato che l’uomo è l’animale proporzionalmente più debole rispetto a tutti quelli che esistono, la natura ha favorito gli esseri umani con questo nuovo dono genetico per poter restare in vita. Il linguaggio è stato lo strumento più importante per la salvaguardia della specie umana ed è stato indispensabile utilizzarlo per poter sopravvivere ed evolvere. Ma è potuto venir fuori in tutto il suo splendore grazie alle pratiche di vita, perché strettamente incollato, anzi fuso, con esse. Dopo il suo avvento, le forme di vita cambiarono e con esse il linguaggio stesso. Questa intima correlazione tra lingua e vita è inscindibile, esse mutano e si conformano nell’arco di tempo in cui si dispiega l’esistenza della comunità che usa il linguaggio, per l’avvento del quale fu indispensabile un’interazione intersoggettiva avallata da regole d’uso sorte in seno a consuetudini determinate dalla necessità di sopravvivere, il tutto in seguito a quella sorta di mutazione genetico-mentale di stampo linguistico.
Un uomo isolato non avrebbe avuto bisogno (pur potendo) di proferire alcuna parola, questo è il punto, come siano andate le cose per ora non si sa di preciso, in ogni caso dato che sappiamo esserci stata una prima mutazione genetica che formò il primo Dna, perché allora non ipotizzare una vicenda analoga anche per le nostre facoltà mentali? E se si obbiettasse che allora anche oggi potrebbe darsi che il linguaggio sorga da sé spontaneamente come per il primo uomo, io risponderei: certo! Allora dobbiamo aspettarci che anche ora nel mondo stia avvenendo una nuova mutazione genetico-mentale che porterà, ad esempio, le scimmie africane a divenire esseri umani! Le opere dei geni sono uniche ed irripetibili, lo stesso vale per la Natura che a mio avviso è la più geniale di tutte le cose esistenti.
Detto ciò bisogna tuttavia ripetersi affinché sia ben chiaro che nonostante qualunque tipo di “miracolo”, senza intersoggettività regolamentata da consuetudini pacificamente condivise ed accettate da tutti, nessun linguaggio sarebbe sorto. Indispensabile è che ci sia un accordo vigente tra gli esseri umani in tutte le loro pratiche di vita, altrimenti si arriverebbe all’estinzione, poco alla volta, di ciascuna di esse compreso il linguaggio e con esso l’uomo così come lo conosciamo noi oggi.
La psicologia del ragionamento esemplarmente mostra quanto avesse ragione Wittgenstein nel dire: «posso dubitare nell’esperienza dei contenuti d’esperienza, ma non dubito della esperienza come linguaggio complessivo entro cui si costituisce ogni mia possibile convinzione». E ancora: «prima delle mie decisioni, prima dei miei dubbi e del mio sapere, vi è dunque la certezza del vivere, una certezza che si radica in un progetto che è molto più vecchio del mio poiché è il progetto animale della vita, di quella vita in cui di fatto mi trovo». Possiamo innanzitutto giocare solo quei giochi linguistici che fanno presa sulla dimensione naturale del vivere, che si muovono sullo sfondo di ciò di cui sono certo prima ancora di esserne convinto.
Non si può prescindere dalla vita che per noi è la nostra esperienza di vita e a quanto pare ciò può in un certo senso essere il presupposto anche nell’ambito di un terreno, quello logico, che sembra prescindere nelle sue analisi da ogni contesto di natura sociale ed esperienziale. Ad oggi anche le teorie di stampo psicologico-scientifico non possono prescindere nei loro esperimenti dal tenere conto dell’incidenza delle forme di vita in cui calano gli stessi.
Nei vari esperimenti che la psicologia del ragionamento ha proposto per poter cercare di capire come funziona la mente logica, gli psicologi in un primo momento trascurarono il senso delle loro sperimentazioni, ovvero non valutarono la possibilità che lo scarto tra giudizi soggettivi e quanto ci si sarebbe dovuti aspettare in base ai canoni della logica e del calcolo delle probabilità, potesse essere causato in toto dal non senso esperienziale degli esperimenti da loro proposti e notarono che la dove i loro scenari sperimentali fossero dotati di senso, quello scarto non c’era più.
Ad esempio Peter Wason (1966) psicologo inglese, inventò una situazione sperimentale nota come il rompicapo delle quattro carte di Wason, che divenne un caso evidente di cattivo funzionamento della mente «logica[3] . Lo stesso genere d’esperimento venne successivamente fatto da Richard Griggs e James Cox (1982), i quali però modificarono la situazione originaria dotando di senso il contesto in cui si chiedeva di controllare la regola[4]; i risultati furono del tutto diversi dal primo tipo di esperimento (quello di Wason) perché in quest’ultimo caso non c’era più un cattivo funzionamento della mente logica. Gli psicologi del ragionamento presero consapevolezza dell’importanza del contesto sociale nella guida delle decisioni e azioni - noi potremmo anche dire -  nella guida del nostro modo di rapportarci al mondo della vita, al mondo delle nostre esperienze, al modo in cui conosciamo e viviamo il mondo in cui e di cui facciamo parte.
In definitiva anche se Wittgenstein non è un innatista, con ciò non si vuole dire che le sue tesi non possano essere tenute nella dovuta considerazione dalle nuove scoperte nell’ambito della psicologia cognitiva e delle neuroscienze. Queste ultime anche se oggi sono una sorta di puro sangue galoppante non possono far sbalzare Wittgenstein dalla sella perché necessitano di lui per poter essere credibili. Nel momento in cui trattano del linguaggio hanno bisogno delle sue tesi sui concetti di apprendimento, giochi linguistici, forme di vita, seguire una regola e di tutto il patrimonio contenuto nelle Ricerche filosofiche per poter sensatamente giustificare il perché e il come noi si parli, si viva. Nel contempo, date appunto le nuove scoperte in ambito genetico e neurale, non si può neanche far affidamento su di un approccio puramente empirista alla risoluzione del problema dell’apprendere una lingua, per ciò Wittgenstein è - a mio avviso – utile ma non esclusivo per cercare di risolvere molti dubbi, in quanto le sue tesi sono malleabili e non chiuse. Per usare una lingua bisogna apprendere, essere addestrati; per apprendere ed essere addestrati c’è bisogno di un patrimonio innato. Le due cose non possono rescindersi vicendevolmente, ma devono trovare un accordo per cercare di arrivare alla soluzione dell’enigma linguistico, adottando la tesi che più d’ogni altra riuscirà a dissetare il nostro intelletto assetato di conoscenza e sapere. 

 

BIBLIOGRAFIA

Descartes, Meditazioni metafisiche, Editori Laterza 1998
Legrenzi Paolo, Come funziona la mente, Editori Laterza, Bari 1998
Moravia Sergio, Filosofia Vol. 3, Le Monnier 2005
Sellars Wilfrid, Empirismo e filosofia della mente, introduzione di Richard Rorty,
Einaudi,Torino 2004

Spinicci Paolo, Lezioni sulle “Ricerche filosofiche” di Ludwig Wittgenstein, Cuem 2002
Spinicci Paolo, Percezioni ingannevoli, Cuem 2005
Wittgenstein Ludwig, Ricerche filosofiche, a cura di M. Trinchero,
Einaudi, Torino 1999

NOTE


[1] Vedi: http://www.ecplanet.com/canale/salute-7/geni_e_molecole-122/0/0/13535/it/ecplanet.rxdf

[2] Sergio Moravia, Filosofia Vol. , Le Monnier 2005, p. 780

[3] Paolo Legrenzi, Come funziona la mente, Editori Laterza, Bari 1998 p. 4

[4] ibidem p. 11

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