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Nicola Russo, Università degli Studi di Napoli, Dottorato di Ricerca in Filosofia IX ciclo
Sintesi della tesi di dottorato dal titolo:
"Ecologia ed ecologismi, per una genealogia filosofico-scientifica"
Il compito che si prefigge la tesi riassunta in queste pagine è essenzialmente
un'analisi filosofica dell'ecologia. A dispetto dell'apparente univocità dell'oggetto e
dell'intento, che appare ciò nonostante ancora indefinito, tale analisi, essenzialmente
nuova e che quindi va qui definita e di cui va giustificata la coerenza, si allarga su di un
orizzonte amplio e composito. Ciò è dovuto in primo luogo all'ambiguità del termine
ecologia ed al suo rimando essenziale ed attualissimo alla cosiddetta «crisi ecologica», che
parrebbe, ma vedremo non essere, l'unico argomento degno di una considerazione
filosofica tout court, quale è già stata tentata da Vittorio Hösle, per esempio, e non di una
semplice epistemologia (con tutto il rispetto per l'epistemologia, ma nel qual caso parlerei
di «epistemologia dell'ecologia» e non di una sua filosofia). Con la parola ecologia, in
effetti, si rimanda tanto alla scienza ecologica, quanto ai vari movimenti ambientalisti, più
o meno dipendenti da detta scienza, in una duplicità che, seppure storicamente situata, si
sostiene non sia estrinseca, almeno non tanto da giustificare una trattazione
essenzialmente separata dei due fenomeni. L'espressione ambientalista dell'ecologia è, di
fatto, cronologicamente molto successiva alla fondazione della scienza ecologica e non ne
condivide in maniera costitutiva né l'oggetto specifico, né il metodo, ma apparentemente
solo il nome, come sostengono proprio molti ecologi classici: la scienza ecologica
riguarda una valutazione quantitativa ed essenzialmente modellistica delle relazioni
intraspecifiche ed ambientali tra le popolazioni biologiche, mentre i movimenti
ambientalisti tentano una descrizione storica della crisi ecologica, intesa come crisi della
natura soggetta all'uomo, e propongono le strategie atte al suo superamento, affidandosi
spesso a considerazioni di carattere etico. Ma nonostante questa apparente distanza,
nell'assumere dalla scienza ecologica la designazione della crisi essenzialmente storica che
è il suo oggetto, come «crisi dell'ecologia terrestre», della complessa dinamica ed
omeostatica della biosfera, l'ecologia ambientalista in fondo rimane molto intimamente
legata all'oggetto di quella scienza e dipendente dalla sua definizione. Ciò non è affatto
secondario, né tantomeno ovvio, giacché non è per niente ovvio od immediatamente
esplicito che i diversi fenomeni tradizionalmente associati nella definizione di crisi
ecologica - l'inquinamento, il problema delle risorse e quello demografico, per citarne solo
alcuni e, si badi, tutti di carattere storico prima che naturale -, siano «fenomeni ecologici»:
in questa definizione apparentemente non problematica si cela un'interpretazione specifica,
che non è nient'affatto l'unica possibile. Come notava Hanspeter Padrutt, autore di
un'opera estremamente significativa rispetto al tema, non vi è una ragione decisiva che
imponga di parlare della "distruzione dell'ambiente" (Umwelt), come si è soliti fare
usando una categoria centrale della scienza ecologica, essendo altrettanto, se non più
corretto parlare di "distruzione del mondo" (Welt), intendendo il termine nella ricchezza
di senso ad esso associato da Heidegger. Con ciò egli intendeva dire che l'assunzione della
terminologia della scienza ecologica da parte dei movimenti ambientalisti comporta
un'assunzione acritica, immediata e mai tematizzata di molti presupposti interpretativi di
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detta scienza, della metafisica intrinseca alla sua grammatica ed al suo linguaggio, per dirla
in termini nietzschiani. Nella misura in cui, dunque, nella stessa designazione della crisi
ecologica si cela un problema fondativo e centrale, nella misura in cui l'ecologia è, di fatto
e nonostante quelle scansioni, ad un tempo lo studio delle dinamiche ecosistemiche, la
misurazione e comparazione dei flussi energetici, da un lato, e il tentativo di comprendere
una storia, quella della nostra civiltà e della sua tecnica, e di prendere delle decisioni
rispetto a quella che si manifesta come una sua crisi dall'altro, quello che parrebbe il tema
filosoficamente più significativo e degno di considerazione appare inscindibile da
un'analisi dell'ecologia come scienza e del suo influsso sulle teorie dell'ambientalismo. In
tal senso, l'analisi filosofica che qui si propone è implicitamente una critica dell'ecologia,
certo intendendo il termine «critica», almeno a priori, non in senso meramente negativo.
Ed è una critica non esclusivamente epistemologica, ma generalmente filosofica della
stessa scienza ecologica, nella misura in cui le sue definizioni sull'ecologia in quanto
oggetto della crisi non vanno intese come portato puramente scientifico, ma vanno
esplorate nei loro presupposti prescientifici e filosofici. Ciò è tanto più necessario, quanto
più la stessa scienza ecologica ed i movimenti ambientalisti che maggiormente si
richiamano ad essa pretendono di dedurre, esplicare o fondarsi sulle celeberrime
"implicazioni filosofiche della scienza". Tale tentazione è talmente generalizzata e posta in
primo piano da convincermi a definire questo tipo di movimenti come «ambientalismo
scientista». Ma la critica che di essi viene svolta non si riferisce solo alla loro connotazione
filosofica come scientismo, quanto alla pretesa di rappresentare, proprio in ambito
scientifico e dunque, di riflesso e tramite quelle implicazioni, anche in ambito filosofico,
una vera e propria rivoluzione, un radicale «cambio di paradigma» del pensiero
occidentale; una pretesa non priva di conseguenze, giacché è proprio sulla base di questa
novità radicale che la scienza ecologica e l'ambientalismo scientista si propongono come
potenziali risolutori della crisi ecologica, interpretata come conseguenza diretta del
metodo scientifico classico e del paradigma cartesiano ad esso omogeneo. La scienza
ecologica, in effetti, tende sempre più a presentarsi come una teoria radicalmente nuova,
motore ed esempio eminente di un mutamento sostanziale che avrebbe dell'epocale,
comportando il superamento del meccanicismo, dell'impulso riduzionista e specialistico
della scienza classica, del suo carattere antropocentrico e del suo isolamento teorico, dal
momento che dalle premesse della scienza ecologica deriverebbero immediatamente
proprio quelle «implicazioni filosofiche», considerate di tale portata da permettere
un'interpretazione ecologica unitaria di un amplissimo settore delle scienze umane, dalla
storia alla politica all'economia. Non è dunque un mero esercizio teorico il tentativo di
analizzare queste implicazioni della scienza, con il sospetto che si tratti, in fondo, solo dei
presupposti filosofici inespliciti della stessa, che una volta compiuto il loro compito e dato
prova delle loro potenzialità fondando efficientemente i suoi termini ed i suoi metodi,
riemergono come suoi risultati di applicazione generale. È precisamente questo il senso
della «genealogia» citata nel titolo di questo lavoro: cercare nei fondamenti, di natura
sempre, anche se non consapevolmente e criticamente, filosofica, ciò che si presenta come
raggiungimento ultimo della scienza ecologica, valutando dunque in profondità la
posizione che essa occupa nell'ambito della storia spirituale dell'occidente e rispetto alla
stessa crisi ecologica, di cui dovrebbe essere interprete e soluzione. Ed è in particolare
riguardo a questa sua interpretazione che risulta necessario associare ad una sorta di
epistemologia della scienza ecologica in quanto decostruzione dell'applicazione
insufficiente della logica scientifica alla soluzione di problemi che, pur essendo in parte
definibili anche tramite mezzi scientifici, hanno un'ampiezza non riducibile a questi -
associare dunque alla critica dello scientismo tout court -, questa sua genealogia, che è
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anche un tentativo di indagarne la pretesa novità radicale, mettendo alla prova la coerenza
interna della teoria. Come anticipazione di ciò che risulterà dall'analisi, si può dire qui che
lo scientismo ecologista, dimostrandosi nell'essenziale conforme al modello scientifico
tradizionale e per niente rivoluzionario nei suoi intenti e nei suoi metodi fondamentali,
ferma restando la sua posizione del cartesianesimo come origine della crisi ecologica, si
dimostra congenere ad essa, piuttosto che antidoto, il che ne mette in crisi se non altro,
appunto, la coerenza, ammesso il beneficio del dubbio riguardo alla sua riconduzione della
crisi al paradigma cartesiano. Ma alcuni particolari di questa argomentazione verranno
riassunti in seguito; quello che qui interessava era giustificare l'impostazione generale del
lavoro e l'opportunità di dedicarne una parte consistente all'approfondimento della
struttura più schiettamente scientifica dell'ecologia, giustificazione che ritengo ben
fondata proprio sul carattere genealogico dell'analisi, che non manca, comunque, di
suscitare alcune questioni più specificamente epistemologiche. Con ciò non è ancora detto
che un'interpretazione della «crisi ecologica», sottolineando il termine crisi, non sia
possibile a prescindere dall'analisi della scienza ecologica e degli ecologismi, ma una tale
interpretazione si porrebbe in una prospettiva diversa e potrebbe, come spesso in effetti
accade, ignorare precisamente il carattere specifico della «crisi ecologica», e sottolineiamo
ora il termine ecologia, riportando il discorso nell'ambito generale della crisi della
modernità. Non è neanche detto che ciò sia scorretto, tutt'altro, ma è lecito il dubbio che
tale posizione sia alla base delle maggiori incomprensioni, se non di una radicale
incomunicabilità, tra scienziati, ambientalisti e filosofi. E visto che la scienza ecologica e
l'ecologismo scientista, oltre ad essere stati storicamente i primi interpreti della crisi
ecologica, ne sono anche attualmente i più influenti, è opportuno il tentativo di aprire un
territorio di confronto, cosa che, in fondo, può fare solo la filosofia, giacché se è possibile
un'analisi filosofica della scienza, il contrario non ha neanche senso.
La tesi comincia, dunque, con un'analisi puntuale del metodo e dei termini della
scienza ecologica, che ricerca un'aderenza scrupolosa con la sua forma attualmente più
consolidata, la cosiddetta «ecologia degli ecosistemi», senza dilungarsi sulla lunga storia
della disciplina, o meglio delle diverse discipline che si sono succedute sotto il nome
comune di ecologia, secondaria rispetto ad una genealogia che vuole invece ripercorrere
criticamente ed analiticamente la storia ed il senso dei suoi concetti fondamentali. Il
termine ecosistema, oramai entrato del tutto nell'uso quotidiano, tanto che non ne
sentiamo più l'artificiosità, dice qualcosa di specifico e non ovvio sull'oggetto
dell'ecologia e precisamente che si tratta di un «sistema», e lo dice, in fondo, come
presupposizione, postulandolo nella sua definizione. Col che si è già deciso rispetto al
metodo dell'ecologia degli ecosistemi: l'analisi statistica e modellistica, strutturata nei
termini della «teoria dei sistemi», ovvero in funzione del loro «funzionamento» e secondo
un armamentario terminologico e matematico di chiara origine fisica. La modellizzazione
di un sistema, presentata come scelta metodologica obbligata dell'ecologia, non è
un'operazione ingenua ed epistemologicamente neutra, ma si fonda su diverse premesse
nuove e, soprattutto, comporta alcune conseguenze molto importanti. Il modello è
considerato una versione semplificata del fenomeno reale da studiare, che comprende solo
le sue "più importanti o fondamentali proprietà e funzioni". Ma esso, nonostante la sua
limitazione a pochi elementi astratti, si pone il compito di rendere conto dell'intero
fenomeno e precisamente in quanto previsione della sua dinamica. Si può discutere sulla
semplificazione insita nei modelli, sulla loro efficienza e completezza puramente
descrittiva, ma più significativa e centrale è proprio un'analisi della relazione tra il
fenomeno inteso come «svolgimento» reale di fatti e la matematica predittiva ed
informatica del modello che lo riassume: in effetti, i modelli, proprio per il fatto di
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riassumere ciò che di un fenomeno già si sa, più che alla conoscenza degli elementi di
detto fenomeno, servono ad inscenarne appunto la dinamica, ma in questo modo
assumono che tale dinamica segua le regole della nostra matematica. Alla questione, che si
può definire formalmente come relativa all'oggettività della matematica, nella tesi viene
prestata notevole attenzione, giacché è già sulla sua base che si comincia a chiarire la
portata dell'alternativa tra la scienza classica, idealmente ancora votata primariamente alla
conoscenza, e la scienza operativa moderna, tesa solo a rendere quantitativamente conto
degli esperimenti. Qui citerò molto brevemente solo le conclusioni di un'analisi che deve
moltissimo agli scritti di Werner Heisenberg, il padre legittimo della fisica contemporanea
e dunque di buona parte della scienza attuale, vista la posizione dominante della fisica nel
suo ambito: in effetti, col passaggio dalla meccanica newtoniana, fondata su di una
matematica della verità, alla meccanica quantistica, che crea a proprio uso e consumo una
matematica degli operatori estremamente malleabile e funzionale, che rinuncia a priori alla
descrizione oggettiva, si verifica certamente qualcosa di nuovo, ma più nel senso di
un'accentuazione del carattere già tecnico della scienza cartesiana, che viceversa, come
sostengono molti ecologi contemporanei. L'ecologia, come sottolineavamo, rifiuta
esplicitamente la scienza newtoniana, perché fondata sugli ideali baconiani ed in funzione
di quella "filosofia pratica", annunciata da Cartesio, che insegnando a conoscere la natura
"così distintamente come conosciamo le tecniche dei nostri artigiani" ci rende "signori e
padroni della natura". Ma proprio il formalismo dei modelli adottato dall'ecologia,
rifiutando le pretese di quella matematica classica, che si riteneva pura e veritiera e così
assicurava una presa inconcussa sulla realtà spaziale, è in palese contraddizione con
l'intento "ecologico" di fornire un approccio più rispettoso della realtà: ben al di là di
quella kantiana, organon ma comunque a priori ed assoluto, la matematica dei modelli è
sintetica e funzionale, momento di un processo di ricerca altamente manipolatorio, che
passa dalla riduzione della realtà all'oggetto dell'esperimento, alla sua simulazione, quasi
sempre informatica, nell'oggetto ipotetico del modello e, tramite la verifica delle
previsioni, all'ottimizzazione (correzione) dello stesso modello, attuabile modificando i
parametri, le variabili, i metodi di misurazione o la matematica stessa (mentre la scienza
classica comprese, pur rifiutandole, solo le ipotesi ad hoc, si può dire che quella attuale
arriva a concepire e giustificare anche la matematica ad hoc). È un procedimento
estremamente "artigianale ed empirico", proprio nel senso di Cartesio, teso semplicemente
a fornire gradi statisticamente significativi di prevedibilità, ovvero di progettabilità dei
fenomeni, e che dunque, pur rinunciando a quella certezza metafisica cartesiana, rafforza
l'impulso tecnico alla progettazione della natura che le sottendeva.
L'argomentazione assume pregnanza epistemologica tramite il riferimento in
particolare alle teorie di Heisenberg sul rapporto tra il formalismo matematico e la sua
traduzione concettuale in termini descrittivi, quei termini che dovrebbero rappresentare
esattamente la «conoscenza logica» fornita dalla matematica. Proprio il principio di
indeterminazione di Heisenberg pone esplicitamente un ostacolo insormontabile tra i due
momenti e così disorganizza le corrispondenze tra la realtà, la sua rappresentazione logica,
quella matematica e le misurazioni quantitative dei dati sperimentali. Una conseguenza
notevolissima di questa disorganizzazione, che sancisce in profondità quanto accennavamo
precedentemente, è che questa nuova matematica perde ogni rapporto primario con la
realtà, conservando un senso solo relativamente alle misurazioni, che per la loro struttura
tecnica e comunque invasiva non possono più essere concepite come semplici
«osservazioni», ma sono già manipolazioni, interferenze, esperimenti esse stesse. La
descrizione logica nei termini della fisica classica rimane, nonostante ciò, assolutamente
imprescindibile (a differenza di quanto riteneva Einstein, fautore di una descrizione
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puramente matematica, che rinuncia del tutto alla rappresentazione), essendo l'unico
mezzo tramite il quale è possibile descrivere e dunque progettare l'iter sperimentale, pur
non potendo interpretarlo nei termini della certezza, mentre il suo contatto con la realtà,
soprattutto nelle discipline estreme come la meccanica subatomica, assume un carattere
spiccatamente allegorico e può venir presentato addirittura come mero sostegno
psicologico di una ricerca che smarrisce tanto i mezzi, quanto l'oggetto (Heisenberg
parlava di "pitture verbali"). Avendo "perduto completamente ogni contatto con le cose
dell'esperienza" (Heisenberg), la lingua scientifica rimane adatta solo alla preparazione e
locazione delle misurazioni, solo al «lavoro» scientifico: la teoria non «comprende» più il
fenomeno, ma lo «prevede», descrive i termini della sua riproducibilità sperimentale ed è
verificata dal «successo» nel fare ciò. Con la matematizzazione, dunque, non si è
raggiunto solo un maggiore grado di precisione e di astrazione, come si credette e
desiderò alle origini della scienza quantitativa moderna, ma si è essenzialmente passati da
un linguaggio teorico ad un linguaggio tecnico
, dal linguaggio della «comprensione» a
quello del «progetto». E ciò è avvenuto, mutatis mutandis, ma molto palesemente, anche
nella scienza ecologica e non solo sul piano metodologico e formale dei modelli, ma, come
vedremo, anche contenutisticamente, tramite l'impostazione energetista e cibernetica
dell'oggetto. Il risultato, anche solo limitatamente al piano metodologico fin qui preso in
esame, è una scienza ecologica statistica e sperimentale che non è più in grado, per
esempio, di affermare perché un certo mutamento ambientale determini un tipo particolare
di adattamento della comunità biotica, ma solo in che misura è prevedibile che ciò
avvenga e come è possibile progettare l'adattamento particolare che meglio può
rispondere ai nostri scopi (per esempio, come è possibile «ottimizzare» una certa
produzione agricola).
La decostruzione si approfondisce passando dall'analisi formale dei modelli, a
quella del loro contenuto, che in buona parte, peraltro, è già predeterminato nell'opzione
metodologica: i modelli, infatti, sono immediatamente e già formalmente concepiti nei
termini della «dinamica cibernetica dei flussi energetici» e non è un caso, giacché è
proprio nel corso dell'evoluzione dalla termodinamica all'informatica che nasce la teoria
dei sistemi. È dunque tramite un approfondimento dei concetti fondamentali della
termodinamica e della loro trasposizione nella scienza ecologica che la genealogia di
quest'ultima assume la sua piena pregnanza. L'argomento è molto vasto e si è cercato di
approfondirlo in maniera particolareggiata, la qual cosa non è qui riproponibile. Basti dire,
brevemente, che la scienza ecologica, definendo il suo oggetto come sistema, lo intende
immediatamente in termini fisici, ma esplicitamente non in quelli della dinamica
meccanicistica classica. È anzi quasi un luogo comune la posizione, in questo ambito, di
un'alternativa radicale tra riduzionismo meccanicistico ed olismo termodinamico, in
particolare tra il carattere analitico, scompositivo, atomistico della dinamica classica ed il
carattere sintetico della termodinamica, che isola il sistema come un tutt'uno (qual è per
definizione ed etimologicamente), considerandone solo il comportamento globale rispetto
a determinate variabili, secondo un atteggiamento scientifico, che l'ecologia fa suo,
attento alla totalità del fenomeno e dunque - almeno a livello di pretesa - assolutamente
non riduzionistico. Ma ciò comporta, nella pratica della ricerca, un approccio detto "a
scatola nera", in seguito al quale il sistema, isolato e presupposto come monade
inscindibile nei suoi elementi costitutivi, viene studiato solo rispetto al suo
«funzionamento» in toto e specificamente rispetto alle sue «entrate» ed «uscite»,
rinunciando ad una scansione determinata di ciò che avviene al suo interno. È la cosiddetta
«ecologia degli stress» (il sistema viene perturbato «dall'esterno» per misurarne le reazioni
«verso l'esterno»), nome peraltro particolarmente trasparente rispetto al carattere invasivo
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e tecnico del lavoro sperimentale. La condizione naturale della sua agibilità è rinvenire
un'unità di misura comune a tutte le variabili del sistema prese in considerazione, se non si
vuole rinunciare alla quantificazione rigorosa. Ciò che appare sfuggire agli «olisti», però, è
che in tal modo non si fa altro che sostituire all'atomismo delle sostanze, che criticano nel
meccanicismo, un vero e proprio «riduzionismo delle forze», ricondotte tutte al termine
unificatore per eccellenza della scienza moderna: l'energia. L'ecologia degli ecosistemi,
coerentemente, non è più la scienza dei viventi e del loro ambiente, ma diviene dinamica
ed economia dei flussi energetici: il flusso di energia è ora l'elemento centrale
dell'ecosistema, mentre i viventi e l'ambiente non sono altro che trasformatori,
accumulatori e dissipatori di tale flusso, che li organizza e costituisce. Ed anche l'intero
ecosistema è un tale trasformatore di energia, da quella solare in entrata, alla termica ed
organica in uscita. Ma, in tal senso e secondo la definizione termodinamica della macchina
termica come trasformatore di energia, l'oggetto della scienza ecologica può definirsi ora,
con la massima esattezza, come « macchina termica ecosistemica». Questa definizione non
è in nessun senso eccessiva o deformante; prova lo è il fatto che la scienza che ha coniato
il termine «energia», al quale tutto è ridotto in ecologia, nasce proprio come scienza delle
macchine termiche, in particolare di quella a vapore. E' in considerazione di ciò che nel
testo introduco, a mo' di provocazione, il concetto di «meccanicismo a vapore», come
formula a sfatare - non solo, come già fatto, sul piano formale del riduttivismo -, la
coerenza dell'acceso antimeccanicismo dell'ecologia: nonostante tutte le differenze,
spesso di non poco conto, anche essa è scienza e tecnica di macchine. Questa
affermazione, ovviamente, non è fondata su ciò che potrebbe considerarsi come una
circostanza esteriore, come la mera occasione per l'avvio di una disciplina che avrebbe
trasceso ben presto l'angusto orizzonte degli studi sul rendimento della macchina a
vapore: il riferimento essenziale e radicale alle macchine caratterizzante la termodinamica,
e dunque l'ecologia per il tramite del concetto di energia, è iscritto in tutta la sua
chiarezza proprio nella definizione dell'energia. Essa è «capacità di compiere lavoro»,
ovvero esattamente il principio della macchina e della tecnica moderne. Come nota
acutamente il maggiore rappresentante della termodinamica contemporanea, Ilya
Prigogine, "la questione da cui è nata la termodinamica non concerne la natura del calore
o la sua azione sui corpi, ma piuttosto l'uso di tale azione. Si tratta di sapere sotto quali
condizioni il calore produce energia meccanica, in altre parole quando può far girare un
motore"
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. Con l'equivalenza tra massa ed energia, ovvero con l'interpretazione della
massa in quanto energia, addirittura l'interezza dell'ente è interpretata come capacità di
compiere lavoro. In tal senso, la «prima legge della termodinamica» o «legge della
conservazione dell'energia», può essere interpretata in una maniera insolita, ma rivelatrice.
Essa stabilisce che l'energia può essere trasformata da un tipo all'altro ma non può essere
né creata né distrutta. Siamo abituati a ricordare più che altro la seconda parte di questa
definizione, che qui risulta palesemente nella sua inessenzialità: la conservazione
dell'energia non ci assicura tanto della permanenza in assoluto di questo strano fluido che
è l'energia. L'essenziale è la sua mutabilità, la sua facoltà di trasformarsi in vari "tipi", di
assumere forme apparentemente diverse, solo grazie alla quale viene a sussistere qualcosa
come l'energia: in origine vi erano molteplici "forze", da quelle meccaniche a quelle

1
I
LYA
P
RIGOGINE E
I
SABELLE
S
TENGERS
, La nuova alleanza, tr. it. di Pier Daniele Napolitani, Torino
1993, p. 110; inoltre, ivi, p. 119, si afferma che per comprendere la natura "bisogna evocare la fornace
ruggente delle macchine a vapore, il ribollire delle trasformazioni in un reattore chimico... il rumore delle
macchine industriali che, in meno di un secolo, avevano prodotto effetti incommensurabili con quelli delle
macchine semplici, le ispiratrici della scienza classica, mosse soltanto dall'acqua, dal vento e dal lavoro
animale od umano".
7
termiche, magnetiche, elettriche e così via. Ora le singole forze appaiono semplicemente
come forme di una sostanza universale, riconducibili ad essa e misurabili secondo i suoi
metri; il primo principio della termodinamica non è altro, dunque, che un principio di
riduzione

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. L'energia è il martello in grado di spezzare qualsiasi forza, di frantumare
qualsiasi materia, in un gioco alterno di transustanziazione continua e reciproca, che mette
a disposizione ogni ente nei termini del lavoro ed interpreta qualsiasi fenomeno a partire
dalla prospettiva della sua utilizzabilità. In un certo senso, allora, l'energia non è una vera
sostanza, ma un punto di vista, l'obiettivo tecnico al quale si è assoggettata la scienza
moderna: è il mediatore ed il solvente delle forze, l'affermazione della loro indifferenza e
commensurabilità, un trasformatore universale più che un fluido universalmente
trasformabile e tutto ciò sempre e solo dal punto di vista della macchina e del suo lavoro,
dal punto di vista, heideggerianamente, della riduzione del mondo a Bestand.
Posta l'energia ed il suo permanere nelle mutazioni, col «secondo principio della
termodinamica», enunciato per la prima volta sempre nell'ambito di uno studio sulla
macchina a vapore, si definisce una regola dinamica generale delle trasformazioni, con la
quale entra in gioco il concetto di «entropia». Questa strana entità, che occupa una
posizione centrale in tutta la scienza contemporanea e particolarmente in ecologia,
rappresenta essenzialmente un limite all'assoluta commutabilità dell'energia: ogni
trasformazione comporta una perdita, fa sì che un certo quantum di energia perda la sua
capacità di compiere di lavoro, ovvero venga annichilito (giacché un'energia incapace di
lavoro è una contraddizione in termini). In linguaggio tecnico: nessuna macchina ha un
rendimento perfetto. Si può dire che l'energia, sorta di apeiron anassimandreo, ad ogni sua
successiva determinazione e trasformazione paghi il fio entropico e proprio "secondo
l'ordine del tempo", visto che l'entropia è anche definita come la "freccia del tempo", il
suo senso, che ne orienta la direzione escatologica dalla totalità degli enti alla morte
termica universale. Ma ciò che più ci interessa qui, al di là della cosmologia, è proprio il
riferimento, molto più triviale, anche se non meno inquietante, al rendimento della
macchine: con l'entropia, a prescindere dalla sua parziale incompatibilità col concetto
stesso di energia, si chiarifica la tendenza tecnica della termodinamica, interessata non solo
a definire tutto come lavoro, atteggiamento che si potrebbe ancora considerare come in
buona parte teorico, ma anche a studiarne, ovvero progettarne, le modalità e le
«efficienze» di funzionamento. Ma quel riferimento alla «morte termica» riveste, in realtà,
un ruolo molto importante per l'ecologia: tramite l'entropia diviene possibile una
definizione negativa della vita e dunque si apre la strada alla completa fisicizzazione della
biologia, al di là di ogni vitalismo. Questo passo venne compiuto, non a caso, proprio da
un fisico, Erwin Schrödinger, che coniò il concetto di entropia negativa, «neghentropia»,
un concetto ripetuto ad nauseam in ogni testo di ecologia: il vivente è quella singolare
macchina termica in grado di ovviare temporaneamente alla sua efficienza
costituzionalmente imperfetta assorbendo, per l'appunto, neghentropia. Nella tesi si
dimostra particolareggiatamente che è per questo tramite che i biologi contemporanei,
spesso perplessi di fronte all'oggetto proprio della loro disciplina, si sono potuti

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L'elemento decisivo è la caloria o qualsiasi unità generica di misurazione dell'energia, tramite la quale
equiparare, ed essenzialmente ridurre ad unità, cose tanto diverse quanto il fuoco e l'acqua. Cfr.
Hanspeter Padrutt, L'inverno epocale, tr. it. di Nicola Russo, Napoli 1998: "Il concetto fisico di energia,
negli ultimi anni, ha preso chiaramente il sopravvento. E tuttavia, è così ovvio questo suo uso? E' così
ovvio che la luce ed il calore del Sole, la cascata del ruscello montano e la corrente del fiume, il fragore
del vento ed il fuoco di legna e carbone, che anche il tiro di un cavallo, la tensione di una piuma, la forza
di un magnete e di una dinamo attraversata dalla corrente - è così ovvio che tutto ciò venga ridotto al
concetto di energia?".
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permettere, finalmente, di dedicarsi ad una sana, rigorosa e riduttiva pratica scientifica. La
biologia è divenuta, in conseguenza di ciò, «biofisica» e l'ecologia «bioenergetica degli
ecosistemi», matematica ed economia del bilancio energetico ed entropico, che valuta
qualsiasi organismo in funzione della sua «produzione» e della sua «resa». Per dirla con le
parole di un ecologo nostrano, Sergio Ulgiata: "il nostro corpo, l'animale, il trattore sono
le macchine termiche che trasformano l'energia in lavoro meccanico e in calore di scarto,
attraverso processi di combustione più o meno rapidi ed efficienti", ma mai assolutamente
tali, secondo un'ideologia del lavoro che, a causa della degradazione entropica, più che un
plusvalore, riconosce un costituzionale minusvalore. Questo accenno a categorie
economiche non è solo incidentale: in effetti, assodato il carattere macchinale della scienza
ecologica, se ne può configurare una distinzione dal meccanicismo classico proprio
notandone la forte caratterizzazione economica. Il primo, quello de «L'uomo macchina»
di La Mettrie, tale perché funziona secondo principi relativi alla meccanica delle sue parti,
alla loro disposizione ed interazione reciproca secondo le leggi della materia e della forza,
in una serie di urti, spinte, condizionamenti reciproci assolutamente determinati ed
equilibrati, è un meccanicismo della necessità. Il secondo, quello dell'uomo trattore, dei
bilanci energetici e della gestione degli ecosistemi, in buona parte addirittura più
macchinale del primo, è un meccanicismo dell'efficienza e della produzione, un
meccanicismo a vapore, nelle sue origini, industriale nel suo destino. Nella tesi viene
analizzato tutto l'armamentario concettuale dell'ecologia di chiara derivazione economica,
tale da rendere questa scienza immediatamente "applicabile" all'ingegneria gestionale della
natura. Qui siamo costretti a dare molto per presupposto, compresa l'analisi della
cibernetica, che può essere considerata come la seconda radice dell'ecologia, a fianco alla
termodinamica, dalla quale discende essa stessa e sempre per il tramite di uno studio
incentrato sulla macchina a vapore (rispettivo, questo volta, al suo termostato, al sistema
di controllo della temperatura). Notiamo solamente che, a dispetto della pretesa di
superamento del dualismo cartesiano, ribadita con forza dalla cibernetica, anche in questo
caso all'evidente rinnovamento di determinati principi della scienza classica si associa la
fondamentale riproposizione del suo intento e dei suoi mezzi. La cibernetica, infatti,
ricomponendo la contrapposizione tra res extensa e res cogitans, tramite l'interpretazione
dell'energia come informazione, non fa altro che ampliare l'ambito dello scientifico,
ricomprendendo in esso anche lo spazio della spiritualità, che in Cartesio rimaneva
preservato dalla quantificazione e dalla disposizione tecnico-sperimentale. Con la
cibernetica, invece, non esiste più una res cogitans indipendente, semplicemente poiché
anche essa, intesa come dinamica e campo di informazioni, è computabile nei termini fisici
e modellistici dell'entropia, ovvero in quanto macchina a vapore, come appare
evidentissimo in Wiener. Risolvere il dualismo cartesiano da questa prospettiva non
significa, allora, negarne la matrice, ma radicalizzarne una tendenza e presumibilmente
inverarne la destinazione più propria, aprendo la strada ad una completa
scientificizzazione dello scibile e ad una completa disposizione dell'essente, rimuovendo
quanto di limitante era pur presente nella struttura di pensiero che della scientificizzazione
era comunque stata la migliore promotrice. Inoltre, definendosi sin dalla sua origine come
«teoria del controllo», la cibernetica rafforza palesemente il carattere manipolatorio e
progettuale dell'ecologia che si rifà ad essa. Nella tesi vengono presentate nei particolari
due posizioni di origine cibernetica, che trascendono però di molto i confini rigidi della sua
applicazione ortodossamente scientifica: «l'ipotesi Gaia» di Lovelock e «l'ecologia della
Mente» di Bateson, operazione che qui non è neanche possibile riassumere. Accenniamo
solo al fatto che, in entrambi i casi, l'esplicazione della struttura cibernetica e
termodinamica della caldaia viene considerata sufficiente a definire l'intera biosfera, in
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un'ottica che perde del tutto ogni discrimine tra vivente e non vivente e si scontra molto di
frequente col problema del finalismo (qualsiasi cibernetica universale termina
immancabilmente teorizzando una sorta di finis sui, giacché il sistema di controllo
dell'entità suprema non può che essere tarato da essa ed in funzione di essa, anche se ciò,
poi, deve avvenire al di là di ogni logica finalistica, per il tramite del «meccanismo per
tentativi ed errori»). È comunque in Bateson che emerge con estrema chiarezza
l'interpretazione della crisi ecologica cui abbiamo già accennato: essa deriverebbe
dall'arroganza di un dualismo che pone l'uomo al di là e di fronte alla natura, come suo
signore, alla quale l'ecologia contrapporrebbe la consapevolezza dell'interrelazione di ogni
esistente, una «saggezza globale» che risolve i contrasti e permette l'autoriconoscimento
dell'uomo nella natura, in quanto suo subsistema. Ed è, dunque, proprio in Bateson, che si
spinge fino a predicare una strana "etica cibernetica", che si può identificare uno dei punti
d'incontro più significativi tra la scienza ecologica e gli ambientalismi scientisti, la cui
genealogia si fonda adesso proprio sulla decostruzione della scienza ecologica, così come
la genealogia di quest'ultima riandava ai fondamenti della fisica contemporanea.
Ciò che salta agli occhi, dopo aver decostruito il senso dei concetti fondanti la
termodinamica, la cibernetica e dunque l'ecologia, è la contraddizione tra l'esigenza, posta
dagli ambientalismi scientisti, di superamento della crisi ecologica ed il coinvolgimento
profondo di questi stessi ambientalismi con una scienza che radicalizza, piuttosto che
superare, la tendenza di quel meccanicismo, al quale imputano proprio l'origine della crisi.
E ciò senza neanche mettere in dubbio, come è comunque raramente il caso di fare,
l'autenticità di quell'esigenza, né concentrando l'attenzione sulle posizioni più
apertamente tecnologiste: i fondamenti della scienza contemporanea si sono manifestati
tali da realizzare la loro natura tecnica anche a prescindere dalla loro applicazione
tecnologica e precisamente nel senso heideggeriano del Gestell, come interpretazione e
messa a disposizione (Zustellung) dell'ente in quanto fondo utilizzabile (Bestand). Ed è
per questo che le stesse critiche alla «tecnocrazia», che pure emergono in diversi
ambientalismi, rimangono del tutto all'interno di un discorso di natura essenzialmente
tecnica, sfociando per lo più in pretese di scarsa praticabilità, se non addirittura
intelligibilità (nel senso che si scontrano con un'ideologia che non è neanche in grado di
prenderle in considerazione, come avviene paradigmaticamente con le posizioni di
economia ecologica fondate sul concetto di «stato stazionario»). L'analisi delle forme
principali di ambientalismo scientista, comunque, presenta alcune difficoltà specifiche
rispetto alla genealogia della scienza ecologica, prima fra tutte la molteplicità di queste
forme, che non sono delle mere variabili di un discorso unitario, come nel primo caso, ma
speculazioni spesso molto diversamente orientate ed anche contenutisticamente poco
paragonabili, se non per il loro riferimento più o meno esplicito alla scienza ecologica, che
di per sé darebbe adito solo ad un'epistemologia storica. Vi sono ecologismi di ispirazione
rigidamente termodinamica, incentrati sul concetto di «entropia» (Rifkin e Georgescu-
Roegen), ecologismi cibernetici, come quelli di Bateson e Lovelock, ecologismi delle
strutture dissipative e della teoria del caos (Prigogine, Tiezzi) e le varie figure
dell'economica ecologica, di ispirazione comunque fondamentalmente scientifica. Ma è
proprio sulla base dell'analisi fin qui svolta della scienza ecologica, che diviene ora
genealogia di questi stessi ecologismi, che emergono le categorie che rendono possibile
una definizione tanto dell'unitarietà, quanto delle scansioni dell'ecologismo e che
permettono di svilupparne un'analisi non meramente epistemologica. La categoria centrale
- alla quale abbiamo già accennato e che emergeva quasi naturalmente dalla genealogia
della scienza ecologica, affrontata all'inizio rimanendo volontariamente su un piano di
riferimenti puramente scientifici- rimane quella del fondo (Bestand), nell'intrinseca
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duplicità che Heidegger le associa: il fondo non è mera scorta, ma ciò che già nel suo stare
è predisposto (zugestellt) all'uso ed "ha la sua posizione (Stand) solo in base all'impiego
dell'impiegabile (aus dem Bestellen von Bestellbaren)"
3
. In tal senso, nel Bestand
risuonano tanto "l'utilizzo", quanto "l'immagazzinamento". Analogamente, la Zustellung
della natura (e ciberneticamente della mente), portata a compimento estremo proprio
nell'ecologia, è tanto la sua «predisposizione» all'uso, nella misura in cui viene
interpretata come facoltà, «risorsa» e «materia prima» del lavoro, quanto il «metterla a
disposizione» di un uso possibile nello stoccaggio delle sue «riserve» e «scorte» e nella
«gestione» della sua effettiva disponibilità come «merce». E così la categoria del Bestand
si dimostra la più adatta ad una trattazione unitaria dell'ecologismo scientista, giacché può
rendere conto di ogni sua figura, dagli ecologismi della conservazione estrema delle
risorse a quelli della gestione oculata delle materie prime, dalle teorie di ingegneria
ambientale, tese agli incrementi della produttività ecosistemica, all'economia dei beni
naturali (è possibile leggere la stessa valutazione monetaria della natura come
proseguimento del processo riduzionistico che porta dal binomio materia-forze all'energia
e da questa all'informazione
4
). Questa intepretazione preliminare, che consente
l'ordinamento della messe smisurata dei lavori dedicati all'argomento, non è trattata,
comunque, come un letto di Procuste, al quale adattare le più svariate teorie: è introdotta,
piuttosto, come un'ipotesi flessibile, che viene di volta in volta messa alla prova,
dimostrandosi a posteriori estremamente efficace e sintetica, pur nell'articolazione dei suoi
momenti. In questa sede, comunque, non è possibile delineare neanche sinteticamente lo
sviluppo del discorso, che affronta tanto le posizioni storicamente più influenti, seppur
datate, quanto le evoluzioni più recenti ed istituzionalizzate, come quella della teoria dello
sviluppo sostenibile. Alla stessa maniera, non è possibile affrontare una descrizione della
seconda parte della tesi, che analizza gli ambientalismi di carattere più filosofico ed etico,
posizioni minoritarie, ma non prive di interesse e che offrono il destro per introdurre un
excursus sulle interpretazioni ecologiche di Heidegger (svolte soprattutto nell'ambito della
deep ecology), sul «principio responsabilità» di Jonas, su una possibile ricostruzione della
crisi ecologica da una prospettiva nietzschiana ed in genere sulla possibilità di un pensiero
filosofico della terra, che sia tendenzialmente costruttivo, pur se consapevole di tutta la
serie di «memento» emersi dalla genealogia dell'ecologia.

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M
ARTIN
H
EIDEGGER
, Saggi e discorsi, tr. it. di Gianni Vattimo, Milano 1985, pp. 12, 13.
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Esistono formulazioni cibernetiche di questa riduzione, ma anche strettamente ecologiche, come quella
di Odum: "in teoria, i soldi possono essere convertiti in unità energetiche corrette per la qualità
dell'energia (calorie, per esempio), allo scopo di stabilire un valore economico a merci e servizi della
natura".

E
UGENE
P. O
DUM
, Basi di ecologia, tr. it. di Loredana Nobile, Padova 1992, p. 149.