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RELAZIONE PER IL X CONVEGNO NAZIONALE DEI
DOTTORATI DI RICERCA IN FILOSOFIA

UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI URBINO
FACOLTA' DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE
ISTITUTO DI SCIENZE FILOSOFICHE E PEDAGOGICHE
"PASQUALE SALVUCCI" XIII CICLO
TITOLO:
<<Giudizio Riflettente e filosofia politica in Kant>>
D
OTTORANDA
: Emanuela Macera
Prima di illustrare il percorso tematico che la tesi di Dottorato sta inseguendo è
necessario premettere quanto segue: insistendo sul rapporto universale e particolare
nell'impianto dell'opera kantiana, considerando l'importanza innovativa del giudizio
riflettente nella Critica del Giudizio, facendo leva sul contributo avuto dagli strumenti
logico-concettuali di una formazione filosofico-teoretica che in questi anni di studio è
stata fondamentale per intervenire problematicamente sul pensiero kantiano, il presente
lavoro di ricerca propone un'indagine sul pensiero filosofico politico kantiano, al fine di
identificare il percorso e potenzialmente rispondere al seguente interrogativo: quale
metodo può rendere conto della molteplicità, dei fatti di natura e dei fatti storici, morali,
delle istituzioni sociali, in modo che quel molteplice mantenga la sua caratteristica di
varietà interna?
Solo attraverso una critica delle condizioni dell'intelligibilità del molteplice
dell'esperienza, si può rendere conto della differenza, della singolarità di cui è intessuto
il "terzo molteplice" della Critica del Giudizio.
Tale metodo viene ricavato dalla disamina complessiva delle operazioni speculative
introdotte da Kant nelle opere della trilogia e dagli esiti innovativi sortiti nell'ambito
della storiografia filosofica. I contributi offerti dagli strumenti teoretici messi in campo
dalla speculazione kantiana sono, pertanto, ricavati dalla lettura degli scritti etico-
politici e di filosofia della storia scritti da Kant dal 1766 al 1799, dove è senz'altro
presente la summa teorica del faticoso e lungo cammino del Kant teoretico.
Il metodo di ricerca condotto vede una trasposizione dei piani di analisi, dal pratico al
teoretico e dal teoretico al pratico, finalizzato a sancire quell'unità sistematica di un
pensiero filosofico, inseguita da Kant per tutta la vita e fatta valere a partire dai suoi
scritti politici, cui solo verso l'inizio di questo secolo si è rivolta l'attenzione della
storiografia potendo valutare la portata del pensiero kantiano anche in ambito politico,
evitando che "cadesse nell'oblio" (A. Massolo).
Di qui la scelta di operare "eautonomamente" - se è consentita l'espressione -,a partire
dalla disamina del tipo di giudizio di cui Kant si serve per superare anche la stessa
Critica del Giudizio, o meglio, ricavare da essa quel dinamismo dialettico presente nella
compagine degli scritti etico-politici.
Nell'intraprendere questo percorso di ricerca critica, si è fatto appello ad alcune
categorie filosofiche che Luigi Scaravelli ha indicato come essenziali per intendere il
pensiero kantiano. Identità, distinzione, contraddizione, procedimento analitico, sono
solo alcuni degli strumenti scaravelliani che saranno utilizzati in questo lavoro al fine di
scorgere la presenza di aporie o eventuali errori categoriali. Un esempio di questo
metodo può esser dato dal discorso etico kantiano: in effetti, se si guarda il suo
ragionamento, è evidente che è l'identità che fa da perno al suo pensare. Solo su di essa
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poggia la categoricità dell'imperativo, la formalità della legge, la moralità dell'azione, il
valore del mondo che essa realizza.
Kant sa benissimo, però, che se esiste l'assoluta analitica identità di A=A ad esempio fra
la volontà e la legge morale, la volontà perderebbe ogni significato. Senza mantenere
una distinzione fra l'agire e la rappresentazione della legge, l'operare non può che essere
movimento meccanico. Per questo Kant, stabilita l'universalità della ragion pratica, ha
mantenuto questa distinzione, necessaria però alla libertà. Se la distinzione, dunque, è
riconosciuta come necessaria, e perciò mantenuta, tuttavia non riesce ad essere
giustificata, e poiché non è giustificata, minaccia di far svanire nell'ingiustificato tutta la
moralità kantiana, e con lei la libertà.
Se si guarda nel fondo delle distinzioni kantiane, e si mette in luce il principio sottinteso
che le genera, si scorgono inevitabili problemi che Kant, nella stesura delle Critiche,
non ha discusso esplicitamente.
L'attività del Giudizio riveste un ruolo centrale nella ricerca perché da essa si dipana la
congerie di interpretazioni cui il pensiero filosofico-politico kantiano ha dato modo di
sviluppare nell'ambito dell'Idealismo classico tedesco. Attorno alla considerazione che
esiste una teoria del giudizio politico in Kant, sulla scorta delle riflessioni messe in
campo da Hannah Arendt e del ruolo da lei stessa attribuito al Giudizio, come pensiero
rappresentativo, che si combina con l'immaginazione produttiva e riproduttiva della
prima Critica, si perviene ad importanti risultati la cui genesi e il cui sviluppo saranno
resi chiari nell'esposizione del primo capitolo della tesi, ancora in forma manoscritta.
Si può, pertanto, partire dalla seguente definizione: in termini kantiani chiamo giudizio
politico la facoltà legislatrice a priori in grado di essere sia determinante (avendo
l'universale può operare la sussunzione del particolare), sia riflettente (avendo il
particolare può risalire di condizione in condizione fino all'universale).
Il giudizio politico è determinante nella misura in cui la ragion pura pratica, con le sue
regole costituite dalle leggi morali, raggiunge validità oggettiva; è riflettente nella
misura in cui si deve mediare tra volontà e legge morale, trovando il canone di validità
oggettiva nelle soggettività del singoli.
Sebbene la filosofia possa essere divisa, come egli dice nell'Introduzione alla Critica
del Giudizio

, § III, in due parti: la teoretica e la pratica, in cui la critica della ragione
pura si divide in tre come critica dell'intelletto puro, del Giudizio puro, della ragion
pura, tuttavia la sintesi compiuta dalle sue suddivisioni, porta a considerare anche una
"critica della ragion pura politica", il cui criterio o meglio principio puro a priori è
rappresentato dal giudizio politico. Dove si trova esternato il giudizio politico in Kant?
Evidentemente non sotto forma di definizione in nessuno dei suoi scritti, eppure è
presente. Perché?
Sono note l' "autocensura e il compromesso" kantiani verso la politica e verso se stesso,
eppure ciò non soddisfa chi si voglia fermare solo ad un'analisi critico-storica della
posizione umana e concettuale di Kant verso i problemi della storia e della politica e
voglia, invece, ricavare la ragione teoretico-speculativa che lo ha spinto a completare la
sua attività filosofica rivolgendosi al complesso nodo del rapporto tra etica e politica. A
questo proposito si fa seguire uno schema formulato sulla base delle letture e degli studi
condotti finora, al fine di segnalare il procedimento che la ricerca sta inseguendo e a cui
si darà svolgimento. Da un'analisi intertestuale condotta emerge chiaramente quali siano
le funzioni trascendentali utilizzate da Kant in questa fase della sua speculazione e,
attraverso snodi interpretativi, che in seguito saranno indicati, si procederà alla
discussione critica del come e del perché la Critica del Giudizio (con alle spalle la
Critica della ragion pura
), si coniuga sapientemente con il progetto di una "Critica della
ragion politica".
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Ecco lo schema:
Secondo ciò che è richiesto dall'unità sintetica in generale, cioè 1° la condizione, 2° un
condizionato, 3° il concetto, che nasce dall'unione della condizione con il condizionato,
provo - sulla base della stessa ripartizione triadica della filosofia pura operata da Kant,
con particolare riferimento allo schema posto a conclusione del § IX dell'Introduzione
alla Critica del Giudizio

- a tracciare un quadro d'insieme delle facoltà in gioco nella
"Critica della ragion politica", considerate nella loro unità sistematica.
Facoltà dell'animo
Facoltà di conoscere determinatamente (Giudizio in generale)
Sentimento di giustizia e dignità umana
Facoltà di discernere il bene e il male attraverso la morale
Uso della Facoltà di conoscere
Principi a priori
Applicazione alla
Intelletto
Conformità a leggi
Natura - Umanità
Ragion Pratica
Finalità
Uomo - Libertà - Diritto
Giudizio Politico
Scopo finale
Uomini - Socialità - Storia
La Critica investe le seguenti tre discipline:
Antropologia: problema del dove, del chi e del che cosa.
Scienza del diritto: esperienza giuridica, problema del come.
Politica: problema del tutto nella parte e della parte nel tutto.
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KANT E L'IDEA DI UNA CRITICA DELLA RAGION POLITICA
Compito degli storiografi e degli esegeti di Kant è stato sempre quello di riunire gli
scritti politici dando loro una cornice comune ed un'identità di impostazione. Compito
precipuo del presente lavoro vuol essere quello di riordinare criticamente e
trascendentalmente il pensiero di Immanuel Kant nell'ottica di un'unità sistematica che
giustifichi questa parte del pensiero kantiano, come interno e legato speculativamente a
tutta la precedente produzione filosofica.
Dalla lettura del Capitolo II Sezione Prima della Dottrina trascendentale del
Metodo

:<<Dello scopo ultimo dell'uso della nostra ragione>> nella Critica della ragion
pura
, Kant pone il problema la cui soluzione, si spera, si avrà nella "Critica della ragion
politica"
I giudizi pratico non appartengono al corpo della filosofia trascendentale, ma tutto ciò
che attiene alle riflessioni circa ciò che è utile e buono, tutto ciò che è desiderabile,
riposa sulla ragione. La ragione dunque dà le leggi (imperativi) o dette anche leggi
pratiche. E' qui che Kant già nel 1781 affronta il "punto critico":
<<Ma, se la ragione stessa in questi atti, con cui prescrive leggi, non sia
determinata a sua volta da altri influssi, e se quello che rispetto agli impulsi
sensibili si dice libertà, rispetto a cause efficienti più alte e più remote non
possa essere a sua volta natura, questo nel pratico non ci riguarda, poiché noi
domandiamo alla ragione soltanto la p r e s c r i z i o n e della condotta; ma è
una questione meramente speculativa che noi, finché la nostra mira è rivolta
al fare e non fare, possiamo porre da parte. Noi dunque conosciamo la liberà
pratica per esperienza come una delle cause naturali, cioè come una causalità
della ragione nella determinazione della volontà, laddove la libertà
trascendentale richiede una indipendenza di questa ragione stessa (rispetto
alla sua causalità di iniziare una serie di fenomeni) da tutte le cause
determinanti del mondo sensibile, e però pare sia in contrasto alla legge della
natura, quindi a ogni esperienza possibile, e perciò resta un problema>>
1
Tale problema Kant non lo risolverà né con la Critica della ragion pratica né con la
Critica del Giudizio
. Dall'unione, però, delle speculazioni condotte fino al 1790, anno
dell'edizione della Critica del Giudizio, Kant si rivolgerà al mondo della dottrina
politica.
Dal passo letto della Dottrina trascendentale del Metodo si ricava la sollecitazione a che
il pensiero non resti imprigionato nelle proprie antinomie e si avverte l'esigenza di
formulare, teorizzandolo, uno schema regolativo che sia di guida all'interno degli scritti
politici (Cfr. schema precedentemente proposto).
L'interrogativo da cui iniziare l'analisi è dato dal fine ultimo della ragion pura: <<Se io
fo quel che debbo, che cosa allora posso sperare?>>. La risposta è ad un tempo pratica e
teoretica, ma il pratico serve come guida in modo che io possa considerare la domanda
speculativamente. In verità nessun uso dell'intelletto può esser valido rispetto
all'esperienza, se non ci si propongono dei fini. Il mondo sensibile inteso come sistema
della libertà è morale, quindi intelligibile, ed è nel mondo delle "intelligenze" che si
deve raggiungere l'unità sistematica dei fini di tutte le cose, le quali si riuniscono
secondo leggi universali della natura e leggi universali e necessarie della morale.

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I. Kant, Critica della ragion pura, trad. it. Di G. Gentile e G. Lombardo Radice, a cura e con
introduzione di Vittorio Mathieu, Laterza, Roma-Bari 1993, Dottrina trascendentale del Metodo, Cap. II.
Sez. II, p. 494.
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Ciò unisce la ragion pratica con la speculativa. Devo, dunque, rintracciare la finalità
della ragion pura pratica, tale che quel principio possa essere di guida nella lettura degli
scritti politici kantiani.
Sulla base di quanto espresso, si può indicare la struttura del presente lavoro di tesi che
può subire evidenti modificazioni, dato lo straordinario e continuo rinvenimento di
profili concettuali da sottoporre ad analisi critica.
La "Critica della ragion politica" insegue l'intento di dimostrare che il metodo più
efficace per risolvere in un corpus omogeneo le aporie del kantiano filosofare è dato dal
tentativo di dialettizzare la Critica del Giudizio, ricavando da ciò gli strumenti logico-
teoretici che, applicati in sede etico-politica, possano sortire l'effetto di una
sostanzializzazione della realtà noumenica kantiana.
Il presente studio si propone di offrire una puntualizzazione degli aspetti rilevanti e dei
problemi della teoria antropologico-politica di Kant. L'analisi, dunque, non mira a
leggere tutti gli scritti di tale matrice al fine di trovare un adeguamento con le
condizioni storiche nelle quali sono sorti ricercando gli stimoli, gli incoraggiamenti, le
suggestioni che Kant abbia potuto o no subire nella formulazione delle sue tesi. Non ci
si occuperà quindi, di una sua interpretazione complessiva, ma di una sorta di
reimpaginazione dei passaggi obbligati e degli ostacoli cui ci si scontra, inevitabilmente,
quando ci si pone nella condizione di essere lettori e interpreti di Kant.
Per chiarire subito gli intenti di questa ricerca, è il caso di precisare che essa si propone
di riflettere sulla volontà kantiana di trovare quell'ordine sistematico capace di saldare
in sé il piano della realtà sensibile all'ordine intelligibile, la filosofia teoretica a quella
pratica, raggiungere l'unità del terzo molteplice mantenendo le sue interne differenze,
con lo scopo di dare una valutazione realistica degli aspetti ancora suscettibili di
sviluppo del pensiero kantiano, che legano inevitabilmente la Critica del Giudizio con
gli scritti successivi e, forse, il superamento di aporie filosofiche da dimostrare e
confutare.
Le opere di Kant andrebbero tutte lette di nuovo a partire dalla Critica del Giudizio che
non è conciliazione e sintesi delle due Critiche precedenti, ma motivo di ricerca e
continuità delle preoccupazioni e della problematica kantiane.
Attraverso la messa in evidenza della contraddizione, della dualità che "l'uomo di Kant"
porta con sé, dell'antinomia tra soggettivismo morale e formalità dell'imperativo
categorico nell'esigenza dell'universalità, tra l'arbitrio dei fini e le strutture
comportamentali che devono essere coerenti se finalisticamente determinate, tra il
meccanicismo esatto della natura e la sfera incondizionata del noumeno, si vuole dare
rilievo all'idea di restaurazione di una metafisica che poggia sul piano di una moralità
astratta che sussume, nel terreno della storiografia tradizionale, le istanze del
soggettivismo dei singoli individui con il decisivo progresso dell'umanità. E' necessario,
pertanto, sublimare sensibilità immediata con il campo ancora enigmatico
metasensibile, evitando di realizzare una conciliazione che costituirebbe la distruzione
della dualità presente ed incessante nelle sue problematiche e su cui Kant ha radicato la
sua concezione di uomo. E' evidente, infatti, che il tentativo kantiano di evitare di
attenuare il dualismo di libertà e natura, di sensibile ed intelligibile, lo ha messo nella
condizione di comprendere tale dualismo, affinché non apparisse incompatibile con
quell'idea di natura in cui la libertà si manifesta e sviluppa la sua azione.
Con la Critica del Giudizio Kant dà rilievo alla facoltà del giudizio in quanto concerne
il particolare che "rispetto all'universale contiene qualcosa di contingente" e al concetto
di finalità della natura nei suoi prodotti, come necessario al Giudizio umano, tale da
valere come principio soggettivo della ragione per il Giudizio ed essere necessario
principio oggettivo per il Giudizio umano (§76 della Dialettica del Giudizio
Teleologico

, parte seconda della Critica del Giudizio).
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La terza Critica è ricca di temi di eminente significato politico che si impongono ancor
prima della conclusione del lavoro critico della trilogia; temi che erano preesistenti e
che confluiscono nella stesura degli scritti politici dal momento che non potevano essere
risolti dalla ragion pratica che prescrive la legge e si identifica con la volontà,
impartendo comandi e sentenziando imperativi. Il giudizio, che non è la ragion pratica,
avvicina Kant ai temi politici con quella "soddisfazione inattiva" che lo proietta verso le
grandi tematiche della vita e dell'organizzazione dei popoli, con "un piacere puramente
contemplativo", vale a dire, grazie al giudizio di gusto che è esso stesso sentimento di
piacere contemplativo. A sostegno di tale affermazione, come di tante altre che
seguiranno nel prosieguo dell'analisi, si deve fare riferimento alla nota al § 65 della
Critica del Giudizio
, in cui, parlando dell'organizzazione di un popolo in uno Stato,
nell'intento di delineare come si fonda una comunità politica, il riferimento è esplicito
alla Rivoluzione Americana, verso cui Kant aveva mostrato particolare interesse
2
.
La ricerca si svolgerà inseguendo tre direzioni principali: la teoretica, la pratica, la
politica. Questa scelta ha due ragioni: una concettuale ed una strumentale. Dal punto di
vista concettuale è inevitabile constatare la validità di non perdere mai di vista la
funzione del trascendentale nelle tre critiche e che ora si impone anche per la Critica
della ragion politica.. Vi sono poi delle ragioni di opportunità che la stessa ricerca
impone: il presente lavoro vuole inserirsi nello sterminato dibattito interpretativo finora
svolto, inseguendo una sua peculiarità che può essere espressa con il seguente
interrogativo a cui si cercherà di dare risposta: se il passaggio dallo schematismo
oggettivo della prima Critica allo schematismo soggettivo della terza, è un passaggio
importante per il risultato che in esso si intravede (la genesi del problema della storicità
del pensiero, conquista dell'Idealismo), allora il passaggio da un molteplice multivario,
rifiuta la sintesi a priori della Critica della ragion pura per la sua meccanicità?
In altri termini, Kant, con la sua teoria politica, è riuscito a superare l'omogeneità della
sostanza, ostacolo al raggiungimento del concetto di storia ed è giunto alla formulazione
del giudizio storico?

2
Cfr. H. Arendt, Lectures on Kant's Political Philosophy, ed. by R. Beiner, The University of Chigago
Press,1982; trad. it. Teoria del Giudizio politico, Genova, Il Melangolo, 1990, p.29.