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Luca Nolasco
(XII Convegno Nazionale dei Dottorati di Ricerca in Filosofia)
Il concetto di pubblica felicità in Giuseppe Palmieri
1. Profilo bio-bibliografico. 2. Il giudizio dei critici. 3 Il problema pedagogico. 4. La riforma
economica.
1. L'opera svolta dal Palmieri per il risanamento del Meridione e la sua riflessione
sui problemi economico-sociali si inquadrano in un contesto storico particolarmente
propizio.
Infatti, già Carlo di Borbone, il cui regno si era protratto dal 1734 al 1759, aveva
tentato di varare con l'apporto degli intellettuali napoletani una politica economica e
finanziaria per dare nuova linfa alle principali attività produttive, in irrefrenabile declino in
seguito al malgoverno prima spagnolo, durato circa due secoli, e poi austriaco. Ma i
progetti elaborati dagli intellettuali napoletani nel campo della giurisdizione ecclesiastica,
della proprietà, dei diritti feudali, etc. ebbero scarsi risultati, fatta eccezione per una certa
riduzione dei privilegi del clero. Una nuova politica economica e finanziaria richiedeva,
infatti, una riforma della pubblica amministrazione particolarmente difficile in un contesto
sclerotizzato come quello del Regno di Napoli. Tuttavia, quando divenne re Ferdinando di
Borbone, nuove speranze si riaccesero negli intellettuali riformatori.
Proprio durante il regno di costui, nel 1783, il Palmieri, che già si era messo in luce
per i suoi studi in campo economico e per l'eccellente servizio svolto durante la sua
militanza nell'esercito regio, fu chiamato a dirigere le dogane in Terra d'Otranto.
Certamente, il cómpito a cui il Nostro dovette far fronte non fu dei più facili, ma
egli cercò di dare un nuovo impulso all'economia del Salento. sia migliorando il
funzionamento della pubblica amministrazione, disorganizzata e vessatoria, sia eliminando
i pesanti oneri fiscali che gravavano sulla produzione dell'olio.
L'allora ministro della guerra Acton, ammirandone le eccellenti capacità dimostrate
nell'amministrare le dogane di Terra d'Otranto, lo nominò membro del Supremo Consiglio
delle Finanze: così, nel 1787, egli si trasferì dalla provincia salentina a Napoli, dove lo
attendevano ben più gravi incombenze e dove operò a stretto contatto con gli uomini più in
vista del movimento riformatore napoletano e più impegnati nell'azione di governo, quali
2
Gaetano Filangieri, Carlo De Marco, Ferdinando Corradini, Filippo Mazzocchi, Nicola
Codronchi, Domenico Di Gennaro duca di Cantalupo.
Dunque, il 1787 segna una svolta nella vita del Palmieri, in quanto egli passò
dall'angusta provincia all'amministrazione centrale del Regno e nelle Riflessioni sulla
pubblica felicità, supportate da appositi studi sull'economia e pubblicate appunto in tale
anno, ebbe modo di analizzare i mali endemici che affliggevano il Regno e di proporre
valide misure risolutive.
Le Riflessioni sulla pubblica felicità, che si richiamano espressamente all'omonima
opera muratoriana del 1749, fanno parte di una tetralogia di opere economiche che
comprende anche i Pensieri economici relativi al Regno di Napoli del 1789, le
Osservazioni sui vari articoli riguardanti la pubblica economia del 1790 e Della ricchezza
nazionale del 1792, tutte edite a Napoli. Alla base di tali scritti vi sono vaste letture di
opere civili ed economiche, che avevano ampia diffusione in Europa, soprattutto in Francia
ed in Inghilterra: «Chiuso nella sua biblioteca, lesse largamente i moderni, gli scrittori
illuministi che negli anni '60 e '70 stavano creando una mentalità nuova ovunque in
Europa, anche nella lontana Iapigia. Montesquieu e Beccaria, de Paw e Massance,
Rousseau e Schidt d'Avenstein, Young e Verri, egli citerà largamente nei suoi scritti, come
autori ovvi e ben noti»
1
. E sicuramente il Palmieri fu anche a conoscenza del saggio del
cosentino Antonio Serra, Breve trattato delle cause che possono far abbondare li regni
d'oro et argento dove non sono miniere, con applicazione al Regno di Napoli, edito a
Napoli nel 1613.
In una lettera, scritta il 20 ottobre 1972, all'amico Luigi Diodati, Gianrinaldo Carli,
un insigne esponente dell'Illuminismo settentrionale, che aveva frequentato la "bottega"
milanese del Caffè di Pietro e Alessandro Verri e di Cesare Beccaria, dopo aver letto le
Riflessioni sulla pubblica felicità e i Pensieri economici relativi al Regno di Napoli,
asserisce di aver trovato «il degnissimo autore sempre superiore a tutti gli economisti e
simile soltanto a se stesso» in quanto «non solo egli fa conoscere gli errori di questi, ma
con armi sicure valorosamente combatte contro quelli che si vantano: i filosofi legislatori
del secolo e fa vedere i paralogismi ne' quali sono caduti parlando dell'educazione, della
religione, della virtù e delle scienze, trovandosi pienamente d'accordo con lui in tali
1
F. V
ENTURI
, Riformatori Napoletani, in Illuministi italiani, voll. 7, Milano-Napoli, Ricciardi, 1962, p. 1097.
Su questo argomento cfr. Illuministi e riformatori salentini. Giuseppe Palmieri, Astore Milizia e altri minori a c. di A. Vallone, Lecce, Milella, 1984.
3
discussioni»
2
. E ciò dimostra che le opere del Palmieri erano conosciute anche fuori dal
Regno e che tale conoscenza permetteva fra Nord e Sud d'Italia un interessante confronto
non solo di idee, ma anche di realtà sociali differenti, al cui interno si evidenziava
l'arretratezza socio-economica del Meridione.
Nel corso della sua attività il Palmieri si interessò di ogni settore economico,
dall'agricoltura al commercio, alle manifatture, al sistema finanziario e fino alla morte,
avvenuta nel febbraio del 1793, egli profuse tutte le sue energie, sia tramite gli scritti, sia
all'interno della stessa amministrazione della "cosa pubblica", per analizzare gli ostacoli
che impedivano o rallentavano la crescita del paese e rimuoverli con l'ausilio della scienza
economica.
2. Al centro dell'impegno politico del Palmieri vi è, come è noto, il conseguimento
della "pubblica felicità" che risulta essere «non men l'oggetto che il risultato
dell'amministrazione di tutte le parti del governo»
3
.
Nel perseguimento di questo obiettivo egli ebbe l'indiscutibile merito di fondere in
una perfetta commistione teoria e pratica, caratteristica, questa, che non sfuggì a studiosi
quali il Cuoco e il Pecchio, che di lui dissero che aveva portato la filosofia sul trono
4
, e il
Ricca-Salerno che paragonò la sua opera di economista e politico a quella del Verri,
contrapponendola all'astrattezza di quella del Galiani e del Genovesi
5
.
Il giudizio del Ricca Salerno è stato ripreso dal Trinchera
6
e dal Romeo
7
, mentre il
Luzzatto ha ridimensionato l'importanza storica ed il valore scientifico degli studi
economici del Settecento, facendo eccezione per il veneziano Giammaria Ortes, ritenuto il
"precursore" dell'economia pura e del metodo matematico, e per Ferdinando Galiani, che,
nel suo scritto sulla moneta, si fa portavoce delle più moderne teorie sul valore e sulla
circolazione monetaria, mentre nei celeberrimi Dialoghi sul commercio dei grani, si
2
G. R. C
ARLI
, Industria ed agricoltura della Lombardia e della Puglia alla fine del Settecento in una
discussione fra Gianrinaldo Carli e G. Palmieri: appunti e documenti, a c. di F. Venturi, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1962, pp. 153-164 (estratto dalla "Rivista Storica Italiana", anno 54, fasc. 1). Sull'argomento vedere anche F. V
ENTURI
, Settecento riformatore. Da Muratori a Beccaria, Torino, Einaudi,
1998.
3
G. P
ALMIERI
, Osservazioni sulle tariffe con applicazione al Regno di Napoli, in Economisti classici italiani,
Milano, Destefanis, 1885, t. XXXVIII, p. 7.
4
Cfr. G. P
ECCHIO
, Storia dell'economia pubblica in Italia, Lugano, Tipografia Ruggia e C., 1832, pp. 400-
01.
5
Cfr. G. R
ICCA
S
ALERNO
, Storia delle dottrine finanziarie in Italia, Palermo, A. Reber, 1896.
6
Cfr. F. T
RINCHERA
, Economia politica, voll. II, Torino, Tip. degli artisti A. Pons. e comp., 1954.
4
oppone all'astrattismo dei fisiocratici, sottolineando la necessità di adottare una politica
economica conforme alle condizioni di tempo e di luogo
8
.
Joseph Alois Schumpeter ha, invece, enfatizzato il contributo teorico degli
economisti italiani, che concepivano l'economia politica come economia del benessere e
della "pubblica felicità", frutto del connubio fra l'antico "bene pubblico degli Scolastici" e
la "felicità utilitaria"
9
.
In realtà, al di là dei differenti indirizzi e delle specifiche esigenze regionali, gli
economisti italiani erano accomunati da alcuni problemi fondamentali: la liberalizzazione
della proprietà, la soppressione delle immunità tributarie e dei privilegi, la libertà del
lavoro, sia rurale che contadino, del commercio interno e della esportazione dei grani e
sembra legittimo affermare che, nella riflessione sviluppatasi all'interno di un'ottica
neomercantilista e liberista, Giuseppe Palmieri occupa una posizione di rilievo.
3. Presupposto della riflessione del Palmieri è che l'obiettivo precipuo di uno Stato
deve essere quello di garantire la felicità di tutti i cittadini: «Ottimo governo. Qualunque ne
sia la forma, è quello, in cui i cittadini sono felici, ed ottimi mezzi sono tutti quelli, per cui
questo fine si ottiene»
10
.
La stessa società, infatti, nasce dalla consapevolezza che l'uomo ha
dell'impossibilità di conseguire quella felicità a cui si sente naturalmente incline senza il
sostegno dei suoi simili. L'uomo, dunque, possiede dei diritti naturali che precedono la
costituzione della società medesima e in particolar modo quelli volti alla "sicurezza", alla
"propria conservazione", alla "libertà"
11
. Ciò spiega perché, in netta opposizione al
Montesquieu e al Beccaria, il Palmieri auspichi pene severissime soprattutto per i reati che
riguardano la proprietà.
Tra gli strumenti a disposizione dello Stato per attuare il suo cómpito, il Palmieri
riconosce un ruolo fondamentale all'educazione.
7
Cfr. R. R
OMEO
, Illuministi meridionali, in La cultura illuministica in Italia, a c. di M. Fubini, Torino,
E.R.I., 1957. Sull'argomento vedere anche V. F
ERRONE
, I profeti dell'illuminismo. Le metamorfosi della
ragione nel tardo Settecento italiano, Roma-Bari, Laterza, 2000.
8
G. L
UZZATTO
, Storia economica dell'età moderna e contemporanea, Padova, C.E.D.A.M., 1960, pp. 187-
92.
9
Cfr. A. S
CHUMPETER
, Storia dell'analisi economica, trad. it. di P. Sylos Labini, L. Occhionero e C.
Napoleoni, Torino, Boringhieri, 1968.
10
G. P
ALMIERI
, Dalla pubblica felicità alla Ricchezza nazionale, a c. di Mario Proto, Manduria-Roma,
Lacaita, 1997, p. 5. Per un'analisi del contesto storico-culturale napoletano del Settecento si segnalano i seguenti testi: G. G
ALASSO
, La filosofia in soccorso de' governi. La cultura napoletana del Settecento,
Napoli, Guida, 1989; B. C
ROCE
, Storia del Regno di Napoli, a c. di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1992.
5
«Gli uomini saranno quali si formano»
12
: già da questa affermazione si deduce che
l'effetto determinato dall'educazione è contrapposto ad altre cause esterne, come il clima e
la razza, quali produttrici di "un'attività" o di una "passività" per natura dei popoli. Il
referente polemico è lo Spirito delle leggi del Montesquieu, contro il quale il Palmieri
afferma che, se fosse vero che l'evolversi della civiltà umana è legato all'influenza del
clima, non si potrebbero spiegare la decadenza di un popolo, le continue variazioni e la
diversità di aspetti che esso assume con il trascorrere del tempo.
L'educazione diviene l'unico possibile strumento di formazione delle coscienze,
l'elemento interno di organizzazione della società stessa e i governi devono servirsene per
far raggiungere la felicità a tutto il corpo politico. Essa deve trovare il suo fondamento
nella "giustizia" e insegnare i doveri verso Dio, verso noi stessi e verso i nostri simili.
Il mezzo più efficiente per l'attuazione del programma educativo consiste
"nell'amore sociale", che deve essere sviluppato negli adolescenti «dirigendo l'amor
proprio in guisa che ciascuno resti persuaso che per rinvenire il proprio bene bisogna
cercarlo nel procurare quello dei suoi simili»
13
. È questo un principio, morale ed
economico insieme, che il Palmieri desume dal dibattito illuministico e che costituisce un
punto cardine di quella trasformazione, operata dagli inglesi, dell'analisi morale in analisi
economica, trasformazione che, nel suo momento più alto, trova teorici come Smith nella
Ricchezza delle nazioni
14
, ma che già era in germe sia in Hobbes che in Locke.
È un principio lockiano quello secondo il quale, utilizzando l'educazione, l'uomo
deve imparare a far "buon uso" della ragione che deve sottomettere gli istinti. In tal modo
l'uomo diventa virtuoso e, perseguendo il proprio utile, persegue quello dell'intera
società
15
. L'utile, elemento fondamentale dell'economia, viene realizzato solo se si
rinuncia ad una parte dei propri bisogni, cosí che esso si fonde con la stessa virtú. L'utile e
la virtù, l'economia e la morale, collaborano, poi, per tendere ad un unico obiettivo: la
pubblica felicità. Lo stesso egoismo, nei confronti del quale ogni richiamo
all'amorevolezza sarebbe inutile, può essere considerato come virtù nella misura in cui
ogni individuo, nel perseguire il proprio interesse privato, collabora alla realizzazione
11
G. P
ALMIERI
, Dalla pubblica felicità alla Ricchezza nazionale, cit., pp. 96-97.
12
G. P
ALMIERI
, Riflessioni sulla pubblica felicità relativamente al Regno di Napoli, Livorno, V. Manzi,
1853, p. 20.
13
Id., p. 24.
14
Cfr. E. G
ARIN
, L'Illuminismo inglese. I moralisti, Milano, Fratelli Bocca, 1941, pp. 3-13.
15
Cfr. G. P
ALMIERI
, Riflessioni etc., cit., p. 42.
6
dell'interesse di tutti. Così l'uomo virtuoso si identifica col buon cittadino, poiché entrambi
partecipano all'evoluzione economico-sociale della società.
Riconosciuto "nell'amore sociale" il mezzo più efficace dell'educazione, il Palmieri
sostiene che il "costume" e "l'opinione" sono i supporti necessari per il reale sviluppo
dell'azione educativa e che, per quanto sia difficile riformarli, non è impossibile riuscirci,
soprattutto se si considera l'importanza dell'esempio. E a tal proposito egli ribadisce il
ruolo della monarchia nel processo di riforma, affermando la validità dell'esempio del
sovrano che può agevolmente influenzare tutto il popolo.
Al problema dell'educazione si collega quello del lavoro: l'ozio comporta per la
società un danno, dal momento che la ricchezza della nazione scaturisce dal lavoro
dell'uomo. L'esigenza di lavorare, sebbene sia la primaria legge di natura, è vissuta
dall'uomo come uno "stato di pena" e solo "l'abitudine" che si acquisisce attraverso
l'educazione, può renderla tollerabile. Ecco quindi il valore supremo dell'educazione: essa
genera nell'uomo l'abitudine al lavoro
16
.
Palmieri è convinto che, dal punto di vista dell'incremento della felicità sociale,
sia preferibile prevenire piuttosto che reprimere, perciò l'educazione deve essere rivolta
soprattutto ai fanciulli più che agli adulti, i quali raramente riescono a cambiare le proprie
abitudini. Per gli adulti, inclini all'ozio e al vizio, sono opportune "le case di correzione" in
cui gli oziosi vengono obbligati a lavorare. L'ideale azione educativa è quella da svolgere
sui giovani per i quali sarebbe opportuna la creazione o meglio l'istituzione, in ogni
provincia, di "case d'educazione"
17
. Queste case dovrebbero rappresentare un punto fermo
per orfani e poveri che, abbandonati a se stessi, costituiscono terreno fertile per l'ozio e i
disordini sociali, con negative ripercussioni sull'evoluzione morale ed economica e sulla
sicurezza e la tranquillità dei cittadini. Grazie a queste istituzioni si avrebbe una
diminuzione di altri enti assistenziali e, quindi, degli individui improduttivi e il tutto
sarebbe sempre diretto, con il massimo di concentrazione e di energie, verso la disciplina,
l'ordine sociale, la ricchezza nazionale. Il lavoro, quindi, è alla base del progetto educativo
essenziale per il progresso morale ed economico del paese.
Connessa con la finalità del lavoro è l'istruzione. È fondamentale istruire i giovani,
saperli guidare tenendo sempre presente il principio della coincidenza del giusto e
dell'utile per renderli consapevoli e partecipi della loro funzione all'interno della società,
16
Cfr. G. P
ALMIERI
, Della Ricchezza della Nazione, Livorno, V. Mauzi, 1853, pp. 190-91.
17
Id., p. 192.
7
della loro importanza nello sviluppo del benessere sociale, e per dirigerli nel processo di
acquisizione dei "principî generali" e delle "nozioni comuni".
Palmieri polemizza con le strutture scolastiche presenti nel Napoletano, che
indirizzavano un numero eccessivo di individui verso lo studio della legge, della medicina
e della teologia, a scapito dell'agricoltura, delle arti e del commercio e afferma che le
condizioni economico-sociali del Regno richiedono lo sviluppo dell'istruzione agraria.
L'esigenza di dover istruire i ragazzi "poveri" o "abbandonati" trova la sua logica coerenza
all'interno del programma di sviluppo economico della società che parte dalla premessa di
realizzare la massima occupazione. Una concreta educazione, perciò, viene a costituire un
elemento essenziale per un'efficace riforma sociale che abbracci lo sviluppo delle forze
produttive indispensabili per l'incremento della ricchezza nazionale.
In questa prospettiva di rinnovamento sociale ed economico, insieme al programma
educativo, il Palmieri sostiene l'importanza della religione, evidenziandone il valore
politico e riprendendo l'affermazione genovesiana dell'esigenza del culto per tutti i popoli.
La religione, infatti, ha per il Palmieri soprattutto un ruolo di freno, costituisce una sorta di
controllore di coscienze e saggiamente si sono comportati in passato coloro i quali, pur non
credenti, non hanno apertamente agito da eretici. A coloro che sostengono l'inutilità della
religione per i popoli egli fa notare, in polemica con Bayle, l'inattuabilità di una repubblica
di atei e ribadisce che la religione rappresenta sempre un mezzo utile per il governo, che
deve garantire la sicurezza e la proprietà privata dei cittadini, perché attraverso essa il
volgo può essere piú facilmente indirizzato.
L'unica vera religione cui pensa il Palmieri è quella cristiana e, sebbene essa sia
rivolta ad una più alta finalità e cioè al raggiungimento della vita eterna e quindi ad una
felicità "sublime" e "perfetta", «pure l'osservanza dei suoi precetti produce
necessariamente anche in questa Terra la vita felice»
18
. Il suo comandamento "Ama il
prossimo tuo come te stesso" è la strada più corta per rendere gli uomini felici. La natura
ha dato a tutti il precetto dell'amore di se stessi, ma sia la ragione che l'esperienza
dimostrano che non si può conseguire il proprio bene senza averlo fatto agli altri. A
sostegno di questa tesi il Palmieri cita Wolff, che aveva già dimostrato come l'amore per il
prossimo fosse una legge della natura. L'ignoranza e lo scarso uso della ragione hanno
impedito agli uomini di essere consapevoli dell'esistenza di questo rapporto naturale che li
18
Ib.
8
unisce reciprocamente e la ragione, guida fondamentale degli uomini nella disciplina delle
passioni, è diventata loro «serva e avvocata».
Il Palmieri si oppone soprattutto al La Mettrie, il cui Antiseneca ovvero Discorso
sulla felicità rappresenta una radicale contestazione del discorso morale tradizionale,
poiché afferma che l'uomo deve ricercare la propria felicità seguendo i propri istinti, senza
avere remore di carattere morale che sono solo un arbitrio della ragione umana. La sola
voce cui bisogna far riferimento è quella della propria natura
19
.
Per il Palmieri, invece, la constatazione dell'esistenza delle passioni nella vita
umana non dà luogo ad una giustificazione del piacere che il loro soddisfacimento procura,
poiché è necessario che l'uomo non si abbandoni ai propri istinti, ma comprenda il proprio
legame con gli altri nell'ambito della società civile, per conciliare il soddisfacimento dei
propri bisogni con il dovere verso gli altri. Poiché l'uomo agisce sotto la spinta "dei
principi" e delle "passioni", quando queste forze cospirano, come nell'ateo, il loro effetto è
massimo; invece, nel cristiano, qualora prevalga la passione, il suo effetto è sempre
limitato. Bayle e altri filosofi - con riferimento esplicito sia ai materialisti che al deismo
inglese - non hanno compreso che l'indebolimento o l'abolizione del sentimento della
religione sopprime la regola più costante che vale da freno alle azioni del "volgo", per il
quale la religione rappresenta anche l'unica fonte di "consolazione".
È, però, vero che si è abusato della religione fino a farla diventare superstizione e
che bisogna certamente limitare tali abusi «ma con mano delicata, altrimenti si corre il
rischio di seguire l'esempio, lo spirito e il furore di un tal Giovanni, il quale per togliere
dalla veste ciocchè credea straniero e sovrapposto, lacerolla tutta e la fece a brani»
20
. Il
riferimento è all'episodio della Favola della botte di Swift e con esso il Palmieri vuole
criticare un certo tipo di polemica religiosa che, per screditare la pratica della
superstizione, sfocia nel fanatismo e nell'eresia: Giovanni, infatti, è il simbolo della Chiesa
Protestante che, nell'irruenza riformatrice, lacera e distrugge. Per evidenziare gli abusi
della religione è sufficiente fare riferimento sempre ad un suo principio di base: l'amore
per il prossimo. Questo comandamento condanna la guerra, la superstizione, il fanatismo
ed è il riferimento più sicuro per riconoscere il vero cristiano.
19
Cfr. Id., p. 323.
20
Id., p. 35.
9
4. Il piano di riforme del Palmieri si fonda sull'iniziativa dei grandi proprietari e su
un intervento dello Stato nell'economia che elimini arcaici privilegi ed abusi, nonché le
leggi restrittive in materia fiscale, modernizzando il sistema fiscale e creditizio.
Esso vede, dunque, come protagonisti i nobili, che dovrebbero trasformarsi in
proprietari borghesi di terre o in mercanti, seguendo l'esempio dei francesi e degli inglesi.
Il popolo, invece, è quasi solo uno strumento di produzione, da costringere al lavoro
pagando salari molto modesti e, contro l'umanitarismo dei filosofi, sono auspicate pene
dure contro gli oziosi recidivi, fino al carcere e ai lavori forzati.
Il Palmieri elimina la tradizionale ripartizione della società in ricchi e poveri,
sostituendole quella in "proprietari" e "bracciali" e sostiene che sono i proprietari a dover
esser tutelati, perché forniscono ai bracciali il sostentamento, pagando loro il salario.
Pur essendo ben consapevole dello stato di profonda miseria dei bracciali, da lui
stesso posti alla stregua "degli Iloti" e dei "servi della gleba", il Palmieri è convinto che,
per procedere ad una trasformazione capitalistica dell'agricoltura, è necessario sacrificarli
mediante un più intenso sfruttamento e la riduzione dei salari.
Non manca, però, di individuare acutamente le cause dell'abbandono delle
campagne negli eccessivi gravami fiscali e nella mancata omogeneità
dell'amministrazione, auspicando un sistema amministrativo unitario che creerebbe un
enorme mercato del lavoro, in grado di compensare la carenza di manodopera locale.
Mentre la legge deve stabilire le ore quotidiane di lavoro, i salari devono restare
soggetti all'arbitrio dei proprietari. Il Palmieri riconosce che il salario dei contadini è più
basso rispetto a quello delle altre attività, ma ritiene che ciò sia giustificato dal fatto che
non si richiede grande abilità nel lavorare la terra e che lo si può iniziare a fare in giovane
età.
Del resto, la miseria contadina non è tanto da imputare al salario, quanto ai "pesi"
imposti ed è quindi sufficiente lo sgravio delle imposte per garantire il tenore di vita dei
braccianti: è qui evidente l'influsso delle teorie fisiocratiche. Tuttavia, poiché il salario è
parte del prodotto totale, aumentando il secondo aumenterà anche il primo: poiché
l'incremento del prodotto scaturisce da una richiesta maggiore e questa comporta un
aumento dell'offerta di lavoro, ciò determinerà l'aumento del salario.
Partendo dal presupposto che nell'imposizione dei tributi occorre tener presenti le
necessità dello Stato e quelle dell'individuo, il Palmieri afferma che ognuno, in
proporzione alle sue possibilità e ai benefici tratti, è tenuto a versare i tributi, ricevendone
10
il minor danno possibile e conservando il "necessario fisico". Ma il "necessario fisico" di
un bracciante non può certo identificarsi con quello di un nobile, che deve mantenere la
propria posizione sociale ed il proprio tenore di vita.
Il riformismo moderato del Palmieri presenta, dunque, caratteristiche ben diverse da
quello della corrente democratica degli illuministi europei e italiani e, nel Regno, da quello
del napoletano Broggia
21
.
Tra tutte le imposizioni, quella fondata sul consumo sembra meglio corrispondere
alla natura ed al fine del tributo, mentre viene decisamente respinta l'imposta unica
fisiocratica, considerata non solo profondamente ingiusta, ma anche un ostacolo
insormontabile per il progresso e definitivo assestamento della borghesia agraria. Infatti,
poiché il prezzo è inscindibilmente legato alla legge della domanda e dell'offerta, tale
imposta rappresenterebbe un enorme sacrificio per i proprietari, perché, aumentando il loro
bisogno di denaro e quindi l'esigenza di vendere i loro prodotti, determinerebbe una brusca
caduta dei prezzi.
È importante notare come il Palmieri, nel rigettare l'imposta unica, parta dalla
constatazione del danno che essa arrecherebbe alla grande proprietà con conseguenze
catastrofiche dal punto di vista sociale, poiché la decadenza della nobiltà comporterebbe
inesorabilmente la rovina del paese, in quanto essa è ritenuta l'unica classe che può
garantire e gestire la ripresa economica.
Emerge, cosí, la centralità del problema della circolazione monetaria, la quale è
soffocata dalla pratica dell'usura, molto diffusa nelle campagne del Mezzogiorno, dove
essa opprime il piccolo proprietario. Il Palmieri, propone, perciò, una riforma che prevede
l'istituzione, nelle diverse province, di una serie di casse di credito locali, per ottenere una
netta riduzione del tasso di interesse nei prestiti contratti per gestire e incrementare la
produzione agricola.
In quest'ottica rientra anche la proposta di eliminare i demani comunali,
consentendone l'appropriazione da parte dei grandi proprietari, i soli in grado di affrontare
le ingenti spese necessarie per adottare nuovi metodi di coltivazione, a vantaggio degli
stessi braccianti che usufruirebbero di salari più elevati.
Il Palmieri propone sgravi fiscali per quelle che giudica le tre fondamentali attività
del regno: la produzione della seta, dell'olio e del grano.
21
Cfr. C. A. B
ROGGIA
, Memoria ad oggetto di varie politiche ed economiche ragioni, Napoli, 1754, p.
XXXIV.
11
Il grano, in particolare, non è solo un genere di sussistenza, ma anche un prodotto
di intenso commercio, sicché sono auspicate misure governative come la legge annonaria,
con la quale il governo interviene per regolarne il prezzo, la distribuzione e il consumo,
perché ostacolarne la libera circolazione tra provincia e provincia e l'esportazione
all'estero, invece di favorire il benessere della popolazione e l'introito nazionale, finiscono
col danneggiarne la produzione.
Anche il commercio risulta indispensabile all'economia ed è strumento della
pubblica felicità di una nazione.
Se, riguardo al commercio estero, il Palmieri non pare condividere pienamente il
principio secondo cui per una nazione è fondamentale vendere all'estero più di quanto non
si importi, in merito al commercio interno egli è convinto che sia necessario adottare ogni
mezzo per agevolarlo, creando le necessarie infrastrutture e garantendo la sicurezza dei
commercianti. Questa rilevanza attribuita al commercio porta, poi, il Palmieri ad auspicare
lo sviluppo delle manifatture e delle arti che «offrono l'occupazione più variata e più
vasta», anche perché esse «perfezionandosi si moltiplicano onde richiedono più artifici, e
tengono più individui occupati, così perché ciascuna si divide e suddivide in più parti,
come perché ogni parti si esercita da più persone. Adunque le arti perfezionandosi
somministrano occupazione a un maggior numero di cittadini, ma noi abbiamo veduto che
dall'occupazione la loro felicità dipende, dunque le arti possono considerarsi come mezzi
per ottenerla»
22
.
L'auspicato sviluppo delle arti postula l'esaltazione della scienza, in opposizione
alle tesi del Rousseau, anche se il Palmieri riconosce che spesso l'uomo ha abusato dei suoi
poteri, pretendendo di indagare i principî e le ragioni delle cose che, sulla scorta
dell`empirismo di origine lockiana, appresso alla scuola del Genovesi, egli ritiene
inconoscibili.
La scienza è, tuttavia, fondamentale al progresso sociale e la sua diffusione,
promovendo lo sviluppo delle attività lavorative, contribuisce al benessere economico.
Deprecabile, è, invece, il lusso. In genere si crede che il lusso contribuisca alla felicità
creando nuovi piaceri per mezzo di nuovi bisogni, ma ciò sarebbe vero se il lusso,
moltiplicando i piaceri, moltiplicasse anche i mezzi per soddisfarli, e ciò non si verifica
sempre. Anzi, non solo i bisogni prodotti dal lusso spesso non si possono soddisfare, ma
22
G. P
ALMIERI
, Dalla pubblica felicità alla Ricchezza nazionale, op. cit., p. 39
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addirittura essi corrompono e distruggono i piaceri della natura. Infine il lusso, inducendo a
spese smodate ed inutili, può contribuire alla rovina di uno stato.
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