Dott. Giulio Goggi
XII CONVEGNO NAZIONALE DOTTORATI IN FILOSOFIA
DAL DIVENIENTE ALL' IMMUTABILE - STUDIO SUL PENSIERO DI G. BONTADINI
L'indagine intorno al pensiero di G. Bontadini mira a seguirne l'itinerario speculativo e ne tiene distinte tre fasi: - la iniziale posizione attualistica, problematicistica e fideistica (il primo Bontadini, per il quale la metafisica rimane un compito ancora ineseguito); - la costruzione della metafisica di stampo aristotelico - tomista (il secondo Bontadini, per il quale il pensiero della tradizione ha fornito il principio della costruttività in senso metafisico); - il confronto con la tesi sostenuta da E. Severino in Ritornare a Parmenide (il terzo Bontadini, che alla fine accetta l'affermazione dell'immobilità dell'ente in quanto ente, modificando l'impianto logico della sua inferenza metempirica - senza peraltro accogliere, osserverà Severino, "quell'altro aspetto essenziale, richiamato in Ritornare a Parmenide, della testimonianza della verità dell'essere: l'aspetto relativo alla configurazione autentica dell'esperienza" - e cioè all'autentica strutturazione dell'apparire). S
TABILITO IL QUADRO GENERALE DELL
'
INDAGINE
,
VANNO SVILUPPATE ANALITICAMENTE LE
SEGUENTI TEMATICHE
:
1) B
ONTADINI
"
PRIMA MANIERA
" - tra le suggestioni dell'attualismo e l'insegnamento della filosofia
tradizionale. 1.1) L'
ATTUALISMO E LA RIFORMA DELLA DIALETTICA EGELIANA
:
ISOLUZIONE
DELL
'
ATTO GENTILIANO
IN UNA LOGICA DEL MANIFESTARE
.
1.2) I
L CONCETTO DELL
'
UNITÀ DELL
'
ESPERIENZA
E LA SUA EQUIVALENZA CON IL LOGO
CONCRETO DI GENTILE
.
L'Unità dell'Esperienza è il corrispettivo dell'Atto gentiliano, il logo concreto, risolto però in una logica
della pura presenza. Svincolato dalla retorica dell'autoconcetto (e cioè dall'ontologizzazione e dalla teologizzazione dell'atto), il formalismo assoluto di Gentile diviene l'esatto equivalente del concetto della presenza totale e assoluta. Emerge, fin da subito, uno dei punti fermi della dottrina di Bontadini: il pensiero (il logo appunto) non apporta alcuna modificazione nel proprio contenuto, non altro essendo che la pura luce in cui tutto si mostra, la manifestazione del tutto, o il tutto in quanto manifesto, secondo quel che aveva insegnato la filosofia tradizionale (Aristotele, Tommaso: anima est quodammodo omnia), ma anche secondo la grande lezione dell'idealismo: la lezione per cui il pensiero sta in uno con il proprio oggetto (sta in uno con la cosa), ne è la luminosità, la spettacolarità.
Alla metafisica classica il "primo" Bontadini contesta il vizio della astrazione: a proposito dell'argomento
tradizionale della eteronomia del moto (il divenire non si può spiegare per se stesso), egli afferma che il filosofo classico commette l'errore di separare la novità sopraggiungente dalla realtà su cui la novità cresce e si sviluppa (perciò, egli dice, il filosofo classico astratteggiava). Si tratta di capire che quei due momenti sono già contenuti nell'apprendimento integrale e concreto, cioè nell'unità dell'esperienza, nell'unità dell'atto:
esso è quel motore immobile che la tradizione pone nella realtà del motore estrinseco trascendente l'unità dell'esperienza.
All'idealismo viene invece contestato il suo momento teologico: la teologizzazione dell'atto, ossia la
posizione in assoluto dell'unità dell'esperienza: la posizione di Dio come l'unità dell'esperienza. L'idealismo deve provare che l'unità dell'esperienza è tutto l'essere, che non c'è altro fuori di essa (che non c'è nulla fuori di essa). Qui Bontadini sosterrà in proprio la tesi che l'idealismo non possa escludere la trascendenza - la trascendenza problematica, per lo meno, non potendo escludere che la posizione dell'altro non si risolva in ciò che di esso appare o (che è lo stesso) in ciò che di esso viene posto.
Se l'unità dell'esperienza fosse l'assoluto - è questa la tesi sostenuta dal giovane Bontadini - sarebbe
un assoluto che non è capace di provare la propria assolutezza, un assoluto incapace di sapersi tale e di giungere alla autocoscienza razionale. Si osserva inoltre che il Reale è razionale solo se la Realtà è la potenza suprema che si pone secondo coscienza, cioè solo se è coscienza onnipotente di sé - condizione che Bontadini chiama circolarità dell'Assoluto ovvero circolarità, nell'assoluto, della potenza e della coscienza. Ora, poiché questa circolarità di assoluta coscienza e di assoluta potenza è assente nell'unità dell'esperienza, poiché l'esperienza non riesce a raggiungere l'autocoscienza razionale, si conclude che l'Assoluto trascende l'esperienza. Dove si vede che questa metafisica dipende tutta da un Postulato: dal postulato della razionalità del reale. [che non può essere rifiutata dall'idealismo: infatti l'assenza di tale circolarità importa la dipendenza dello spirito dalla natura]
Questo è dunque il Bontadini prima maniera; è il Bontadini che fonda la metafisica su di un Postulato e
per ciò sulla fede: il postulato e la fede che la razionalità debba esistere. Supposto che non viene in alcun modo dimostrato, ma assunto esplicitamente come postulato. All'obbiezione che una dottrina cosiffatta resta arbitraria, giacché ad arbitrio si può accettare o rifiutare un postulato, il Nostro risponde mostrando che ogni valore poggia sulla fede. La fede, egli dice, sostiene tutto ed è la forma della ragione.
L'unica via per battere in breccia questa tesi (e per superare questa posizione di fideismo
trascendentale) è quella di dimostrare ciò che il Postulato postula. A questa dimostrazione arriverà Bontadini in una fase ulteriore dello sviluppo del suo pensiero. Passiamo dunque al "secondo" Bontadini. 2) B
ONTADINI
"
SECONDA MANIERA
" - la determinazione dell'originario del sapere e la costruzione
della metafisica. 2.1) U
NITÀ DELL
'
ESPERIENZA E SUA FUNZIONE METODOLOGICA
. E
SPERIENZA ORIGINARIA COME
PROBLEMA OSSIA
:
SE L
'
UNITÀ DELL
'
ESPERIENZA ESAURISCA O NO LA TOTALITÀ DELL
'
ESSERE
.
2.2) D
ETERMINAZIONE DEL PIANO TALETIANO COME DI QUELLO IN CUI SI TENTA LA DEFINIZIONE
DEL SENSO DELL
'
ESSERE
.
2.3) L'
INTERO
(=
L
'
IMPLESSO ORIGINARIO
=
LA STRUTTURA ORIGINARIA
=
L
'
ORIZZONTE CIRCONFONDENTE
=
L
'
ORDINE TEORETICO
)
E LA TOTALITÀ DEL REALE
.
Rilevare la posizione metodologica dell'unità dell'esperienza significa affermare che essa è il cominciamento o il punto di partenza del sapere. L'autentico cominciamento non è dunque una posizione astratta o indeterminata, ma l'essere immediatamente e concretamente conosciuto. Ora, è appunto di fronte all'essere così validamente e necessariamente affermato, che la coscienza filosofica si domanda se esso sia
anche quello in cui il sapere debba acquietarsi, e cioè sia l'assoluto o il fondo dell'essere. È dunque l'idea dell'assoluto o del fondo dell'essere o della Totalità (o dell'altro dall'esperienza) quella che determina il problema filosofico come problema teologico. Tale idea, fornita di intenzionalità trascendente, viene pensata nel punto stesso in cui si pone il concetto stesso di esperienza. L'unità dell'esperienza e l'idea della totalità (totalità dell'essere, totalità del reale) entrano in sinergia. L'unità dell'esperienza viene pertanto concepita dal pensiero speculativo (l'intero) in questi termini: per un verso, come una totalità (nella misura in cui è la totalità di ciò che è immediatamente presente); per altro verso, come parte di una totalità assoluta e così essa viene problematizzata. Ora l'atto del pensiero diviene propriamente l'organo dell'Intero, lo stesso che l'intero, l'implesso originario, la struttura originaria, l'orizzonte circonfondente, l'ordine teoretico, che trascende formalmente l'unità dell'esperienza essendo tuttavia necessariamente rivolto ad essa come al suo contenuto immediato L'orizzonte dell'intero viene così determinato facendo appello alla ragione di essere e di non essere, per cui l'esperienza originaria si presenta come problema: esaurisce o no la totalità del reale? (Si noti che qui la problematizzazione è dedotta, non presupposta). Dalla situazione problematica si esce con la costruzione della metafisica e cioè attraverso la definizione e la comprensione del senso dell'essere. È questa l'esigenza intellettualistica, o taletiana dice Bontadini, di cui viene messo in rilievo la insopprimibilità. Di fondamentale importanza è il rilievo che l'intero non va confuso con la totalità del reale. La totalità del reale - scrive Bontadini - è la figura dominante del taletismo; mentre l'intero è figura emergente del non taletismo, ancorché aspetti di essere sfruttata dalla ripresa intellettualistica. La filosofia classica offre lo schema ed il principio della ripresa. Il principio è l'affermazione della natura incontraddittoria dell'essere (principio di non contraddizione). È il momento della mediazione metafisica dell'esperienza. Si dovrà far vedere che l'essere (la totalità del reale) non è riducibile all'orizzonte dell'intero, o anche, che l'intero non va confuso con la totalità del reale. La scoperta del tesoro contenuto nello scrigno della vecchia metafisica e la messa in tema della figura dell'intero (ora sporgente sull'unità dell'esperienza non più in forza di un semplice Postulato) consente a Bontadini di uscire dalle strettoie del non taletismo (= dalla indeterminazione sul piano teoretico del senso dell'essere) cui era costretto il suo stesso pensiero (v. prima parte degli Studi sull'attualismo). 2.4) L'
AFFERMAZIONE METAFISICA
:
SCHEMA BONTADINIANO DELL
'
INFERENZA METEMPIRICA
(
PRIMA DELL
'
AVVENTO DEL
"
NEOPARMENIIDISMO
"
DI
E. S
EVERINO
).
2.4.1) P
RINCIPIO DI
P
ARMENIDE AD HONOREM
-
PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE
-
PRINCIPIO
DI CREAZIONE
.
2.4.2) I
L DIVENIRE È PENSATO COME CONTRADDITTORIO SOLO NELLA MISURA IN CUI VIENE
ASSOLUTIZZATO
.
Il principio della metafisica - scrive Bontadini - afferma che l'essere non può essere originariamente limitato dal non essere. Tale principio si trova contenuto, anche se non esattamente formulato, nello stesso eleatismo. Perciò esso viene chiamato, ad honorem, Principio di Parmenide. Ammettere l'originarietà del divenire vale quanto attribuire al non essere una positività, la potenza di limitare (e di annullare) l'essere. Ma l'essere limitato dal non essere è il divenire. La Totalità del reale non può essere, pertanto, costituita dal divenire. Che anzi il divenire non può essere che un'appendice dell'immutabile: deve venire dall'Immutabile
senza far divenire l'Immutabile. Tutto questo ce lo rappresentiamo col Principio di Creazione (da intendere come un atto libero, come un producere rem subsistentem totam non solum inhaerentem, scilicet formam in materia). Di qui la distinzione di originario e di derivato. Appare che il Principio di Parmenide si appoggia direttamente al Principio di non contraddizione. Fondamento dell'inferenza metempirica è dunque il Principio di non contraddizione. O meglio, è la struttura originaria nell'azione sinergica delle sue coordinate fondamentali: l'immediatezza fenomenologica (attestante il divenire del mondo) e l'immediatezza logica del primo Principio. Il Principio di non contraddizione (ossia l'affermazione del Primo Principio, fondato sui concetti di essere e di non essere) appare così dotato di validità inferenziale metempirica. Quando abbiamo riconosciuto che ammettere l'originarietà dell'esperienza (nel suo caratteristico oscillare tra l'essere e il nulla) sarebbe contraddittorio, abbiamo già varcato il Rubicone della costruttività speculativa: abbiamo istituito la mediazione metafisica. Sulla struttura di questa mediazione o inferenza metempirica, si osserva che il suo schema più generale è dato dalla necessità di affermare altro dall'esperienza. Senza tale affermazione, l'interpretazione logica dell'esperienza stessa resterebbe avvolta dalla contraddizione. La struttura di fondo dell'argomentazione di Bontadini ricalca lo schema classico (aristotelico) della dimostrazione dell'esistenza di Dio. In sostanza, si tratta di mostrare che la negazione dell'esistenza dell'immutabile implica la negazione del principio di non contraddizione. Si noti che in questa formulazione del discorso metafisico, il divenire è pensato come contraddittorio solo nella misura in cui venisse assolutizzato. In questo caso avremmo infatti che le forme e le determinazioni sopraggiungenti nell'esperienza proverrebbe dal nulla. Ma se dal nulla provenisse qualche cosa, il nulla sarebbe per ciò stesso qualche cosa: il non essere sarebbe essere. Questo dunque quel che aggiunge il Bontadini "seconda maniera" al "primo": la persuasione che la metafisica non debba più dipendere da un Postulato, dalla fede. A proposito del principio aristotelico della eteronomia del moto, il Bontadini prima maniera si esprimeva in questi termini: che il divenire non possa stare da solo, che la determinazione sopraggiungente debba rinviare ad una condizione trascendente, "non si scorge da nessuna parte". Il Bontadini seconda maniera noterà che su questo punto avrebbe dovuto dire: "non lo scorgo". Che cosa è accaduto? È accaduto che a questo punto Bontadini ha trovato la via per sottrarsi al Postulato. Ha trovato nel pensiero di Aristotele e di Tommaso il principio della costruttività in senso metafisico. È la svolta che lo porterà a sostenere che nel campo della metafisica non c'è da aspettarsi novità essenziali. Alla logica postulatoria (del primo Bontadini) sopraggiunge una logica capace di costruire la metafisica: una logica dell'apodissi (logica dimostrativa) in grado di determinare il pensiero escludendo la contraddittoria della tesi che si tratta di provare. Una logica capace di mostrare che un certo concetto (il quale esprime una certa proprietà del contenuto dell'esperienza: la divenienza) ne implica un altro, il quale esprimerà la realtà trascendente. I due concetti, pur distinti, dovranno essere necessariamente connessi, stante che il primo implica il secondo, formando un giudizio sintesi a priori (gli scolastici direbbero un secundus modus dicendi per se: quel giudizio costitutivo della metafisica trascendente è possibile perché fondato sull'esame del soggetto e del predicato, ossia perché è ancora analitico). Il vero passaggio del Rubicone - avverte dunque Bontadini - si ha nell'uso sintetico del principio di non contraddizione. Portarsi alla radice della metafisica classica e svelarne l'arcano significa comprendere come appunto sia possibile l'uso sintetico del principio di non contraddizione. 2.5) N
OTE
2.5.1) T
ESI DELLA COINCIDENZA DI IDEALISMO E DI REALISMO
,
COME POSIZIONE IN CUI SI
RISOLVE IL CICLO GNOSEOLOGISTICO DELLA FILOSOFIA MODERNA
.
2.5.2) A
TTUALISMO E RIFORMA DELLA DIALETTICA HEGELIANA COME
"
ULTERIORE PASSAGGIO
"
VERSO LA DEFINIZIONE DEL
"
PUNTO DI PARTENZA METODOLOGICAMENTE CORRETTO
"
DELL
'
INDAGINE FILOSOFICA
.
2.5.3) P
ROBLEMATICISMO COME CARATTERE DOMINANTE DELLA FILOSOFIA CONTEMPORANEA
.
2.5.4)
LA FILOSOFIA NEOCLASSICA
.
Sulla definizione del concetto dell'unità dell'esperienza e sull'interpretazione dell'idealismo ruoterà tutta l'interpretazione bontadiniana della filosofia moderna e della filosofia contemporanea. La tesi di fondo di Bontadini è che il ciclo gnoseologistico della filosofia moderna si risolve e conclude con l'idealismo, anzi, con la tesi della coincidenza di realismo e di idealismo: il significato fondamentale dell'idealismo - egli dice - è la semplice soppressione del presupposto dualistico o naturalistico o del naturalismo in quanto presupposto: la negazione dell'alterità immediata (appunto presupposta) dell'essere al pensiero. Con la soppressione del presupposto naturalistico (questo è, per Bontadini, il significato essenziale dell'idealismo) si ritorna, dopo l'esperienza moderna della scissione, al concetto classico del pensare come fieri aliud, ossia come originaria manifestazione dell'essere.: l'intero, l'orizzonte della intenzionalità è occupato, rioccupato dal reale stesso. Certo, occorre svincolare il puro atto del pensiero (che è ciò che rimane del sistema hegeliano) dalla retorica della teologizzazione dell'atto, dalla sua ontologizzazione. Solo così il formalismo assoluto diviene l'equivalente del concetto della presenza totale e assoluta Per quanto riguarda la filosofia contemporanea, la tesi di fondo è che ciò che si è detto oltre l'idealismo non è che una sua chiarificazione, un suo assestamento e cioè che l'idealismo resta sempre la piattaforma e il cerchio entro cui si muove la filosofia contemporanea: un idealismo considerato nella versione attualistica, un idealismo che al sistema delle categoria ha sostituito il puro mediare, riducendosi al teorema della intrascendibilità dell'atto, riducendosi infine ad una situazione caratterizzata dalla problematicità del sapere, dall'assenza della metafisica, uno stato di ricerca, dove la filosofia ha ridotto a zero la sua portata costruttiva per rinchiudersi ed appiattirsi nel puro cerchio di una fenomenologia svincolata dal logo. Una situazione essenzialmente instabile, di sforzo, di tensione, il cui termine proprio è il polo della oggettività, l'insopprimibile ideale dell'antica e perenne metafisica. Il problematicismo (come tipica situazione del contemporaneo) si presenta a Bontadini come una situazione aperta allo stesso riconoscimento della possibilità della metafisica, restaurata sulla base della riconosciuta intimità dell'essere alla coscienza. Di qui, ad esempio, l'apprezzamento di Bontadini per il problematicismo situazionale di U. Spirito (e il suo cruccio, ogni qual volta percepiva in Spirito la tendenza alla trasformazione del problematicismo in un che di trascendentale). Questo riconoscimento della possibilità della metafisica e cioè della possibilità di una determinazione del senso dell'essere è anch'esso una esplicitazione dell'idealismo. La dimensione non - taletiana che l'idealismo, nella sua versione attualistica, ha avuto il merito di enucleare, vive essenzialmente della tensione con l'ideale di una rigorosa costruzione della metafisica. Dunque, o idealismo o metafisica dell'essere: idealismo oppure realismo, che significa pensiero rigorosamente certo, fermo, del fondo dell'essere (sotto qualche sua determinazione). La metafisica, dirà
Bontadini, non vuole eliminare la problematicità, ma semplicemente risolvere determinati problemi. Non ha la pretesa di costringere il reale tutto (gli aspetti dell'esperienza in totalità) in un sistema concluso e immobile di concetti. Non vuole strozzare il rigoglio della vita e del divenire. Vuole solo conseguire la determinazione di alcuni lineamenti del fondo dell'essere. Certo è che a tali lineamenti fondamentali deve prestare ascolto il reale tutto. Quanto all'originalità della filosofia neoclassica, Bontadini si esprime in questi termini: "Nei riguardi dell'intero storico della filosofia occidentale, la neoclassica pretende di conservare e conciliare in sé la positività dei due cicli di cui quell'intero risulta [...]. Nel ciclo moderno trattandosi di una dialettica che si conclude nella soppressione del punto di partenza [la presupposizione dell'alterità di essere e di pensiero] e nel ciclo classico trattandosi essenzialmente del processo di stabilizzazione di un principio fondamentale [il principio che consente il successo costruttivo, in senso taletiano, del sapere]. Il ciclo moderno si conclude [...] in una remotio prohibentis, corrispondente alla instaurazione della struttura originaria, mentre il ciclo classico [...] fornisce [...] il principio della costruttività metafisica". La filosofia neoclassica si realizza tutta in una inferenza metempirica per la quale viene posta (e dunque pensata, non pre-supposta) la realtà che esiste indipendentemente dal suo apparire. A proposito della trascendenza, risulterà chiaro a Bontadini che essa non può venir intesa come trascendenza rispetto al pensiero, rispetto all'orizzonte della pura intenzionalità. Il metafisico affermerà che Dio è atto puro, infinito, onnipotente, onnisciente; ma affermerà pure che tutta l'intensità ontologica di questi concetti, che pure sono noti, non è nota, non si fa presente. Solo in questo modo egli potrà affermare che si può superare il conoscere in forza dello stesso conoscere. Non si tratta di andare col pensiero oltre il pensiero, che è impresa senz'altro disperata, ma di pensare determinatamente quell'essere che non si può non pensare. Si tratta di determinare se esso, nella sua assolutezza e pienezza ontologica, trascenda l'esperienza o coincida con essa. Si noti che l'affermazione di una realtà che esiste indipendentemente dall'orizzonte del
non è un
pensiero che precede la costruzione della metafisica. Non è una verità bella e confezionata che la gnoseologia consegna alla metafisica, ma piuttosto è un corollario gnoseologico della metafisica. La gnoseologia non è in grado di mostrare che la realtà conosciuta esiste anche se non è conosciuta. Di suo, la scienza del conoscere non può stabilire altro che il conoscere conosce l'essere, in generale. Che la realtà esista indipendentemente dal pensiero lo si può affermare perché si è in grado di dimostrare che la realtà immutabile esiste anche quando non è conosciuta. 3)
B
ONTADINI
"
TERZA MANIERA
" - l'accoglimento parziale della tesi dell'etenità dell'ente in quanto
ente . 3.1) L'
AFFERMAZIONE METAFISICA
(
SCHEMA BONTADINIANO DELL
'
INFERENZA METEMPIRICA
-
DOPO L
'
AVVENTO DEL
"
NEOPARMENIDISMO
"
DI EMANUELE SEVERINO
).
3.1.1) I
L PRINCIPIO DI
P
ARMENIDE
(
L
'
ESSERE NON PUÒ NON ESSERE
)
L
'
ISTANZA EMPIRICA
(
IL
RICONOSCIMENTO DELLA MUTEVOLEZZA DEL REALE
)
E IL PRINCIPIO DI CREAZIONE
.
Il "terzo" Bontadini è quello che si confronta, che fa i conti col pensiero di E. Severino. L'avvento del cosiddetto "neoparmenidismo" di Emanuele Severino (e dunque la testimonianza della verità dell'essere, l'affermazione per cui l'assurdo è che gli essenti non siano), provoca il sovvertimento dell'impianto logico precedente. A questo punto, Bontadini si accorge che la "grande contraddizione" non sta tanto nella assolutizzazione del divenire (v. Bontadini seconda maniera), ma nella circostanza (della quale peraltro
Bontadini ritiene si faccia esperienza) che l'essente, un qualche essente, non sia. Nel divenire - egli afferma - si dà il momento in cui l'essere, un qualche essere, non è, in cui il positivo è negativo. Scrive Bontadini: "La contraddizione del divenire non è una contraddizione, tra tante. ma la contraddizione, la vera contraddizione". Nel riconoscere che il divenire così concepito (come implicante il non essere dell'essere, o di un certo essere) sta l'essenza stessa della contraddizione, il Nostro compie il grande passo speculativo verso il territorio del "neoparmenidismo" di E. Severino - un passo che Bontadini negherà sempre di aver compiuto, rivendicando l'originalità e la continuità della sua posizione. Il mutamento di prospettiva resta tuttavia fin troppo evidente: prima si diceva che il divenire, nella suo implicare il non essere dell'essere, conduce alla contraddizione se identificato con il tutto (per via della tramutazione del niente in un che di positivo, e cioè in un essente capace di annientare l'ente). Ora invece si dice che l'essenza della contraddizione è l'annullamento in quanto tale dell'essere (l'identità dei contraddittori), in cui resterebbe avvolto il contenuto immediato. Noi sappiamo che il contenuto di un concetto contraddittorio è niente e cioè è inesistente, sicché ci saremmo dovuti aspettare, da parte di Bontadini, quella negazione del contenuto del concetto del divenire (inteso in termini ontologici) che conduce poi all'affermazione dell'eternità della totalità degli essenti (che è la nota tesi di E. Severino). Sennonché lo sforzo teorico dell'ultimo Bontadini è tutto teso ad evitare il passaggio a questa fatale conclusione. Il tema fondamentale, che l'essente in quanto tale non diviene, viene accolto, ma "dialettizzato" nella struttura concettuale che Bontadini chiamerà dimostrazione dialettica dell'esistenza di Dio. Quella che è stata riconosciuta come "la reale negazione del positivo" e che "costituisce l'obiettiva contraddizione dei contenuti dell'immediato", diviene una contraddizione apparente (determinata da una astrazione imposta dalla struttura originaria). L'eliminazione della contraddizione (= dell'aporia metafisica) avviene ad opera della mediazione, attraverso l'introduzione del Principio di Creazione. Il divenire, il non essere dell'essere (e dunque l'assurdo, la contraddizione pura) non è più contraddittorio se concepito come effetto della Causa creante! Se il divenire appare contraddittorio, ciò accade perché a mostrarsi nel cerchio dell'apparire è solo una parte, la realtà diveniente, e non l'Atto stesso del Dio creatore (sarebbe questa l'astrazione da cui è affetta la struttura originaria). L'affermazione dell'immobilità del Creatore, ci spiega Bontadini, "equivale all'affermazione dell'immobilità di tutto il reale (nulla sussiste fuori di Dio, o dell'atto creatore che è identico a Dio), e perciò il divenire si presta ad essere concepito in una luce per cui non possa violare tale assoluta immobilità. In questa luce è affermata l'immobilità del tutto, senza che sia soppressa la realtà del diveniente". Il Principio di Creazione rivendica dunque per sé la forza di salvare dalla contraddizione i due momenti fondamentali della struttura originaria, e cioè la verità dell'esperienza (che attesta il divenire, nel quale Bontadini dice di vedere l'annullamento degli enti) e la verità del logo (che afferma, secondo il "Principio di Parmenide" formulato nella sua dizione più originaria, la necessità che l'essere sia). Visto come creato, "il divenire non dà luogo ad alcun incremento [quell'incremento - decremento in cui consiste la contraddizione del divenire] perché il diveniente non aggiunge nulla all'immobile [...]. Nell'Archetipo c'è, bensì, tutta la perfezione, la quantitas realitatis, del creato (sottratta all'annullamento, è la conquista platonica); ma nell'atto creatore c'è la stessa individualità del creato, la stessa realtà diveniente: e c'è questa realtà, come ipostaticamente distinta dal Creatore". Bontadini è giunto fino al punto di riconoscere l'impossibilità, per l'essente, di annullarsi (questa è la tesi: l'essere è immobile, Principio di Parmenide in senso stretto). Per altro verso, ritiene che l'annullamento dell'essente sia un che di constatabile (questa è l'antitesi: qualche essere è mobile). Ed ecco come pensa di uscire da questa che è la massima delle difficoltà: la contraddizione dell'esistenza (il non essere dell'essere), egli dice, può manifestarsi "perché l'integrale incontraddittorio è costituito dall'Atto creatore eterno che pone il divenire: in quanto di questo integrale è dato soltanto un lato, che è strutturalmente legato a ciò che non è
dato, allora si offre quella contraddizione, che è poi il veicolo razionale per l'affermazione dell'integrale. In questa prospettiva [...] ci si rende conto di come una realtà, qual è il divenire, possa presentarsi come contraddittoria, nel mentre si sa, originariamente ed una volta per sempre, che il reale è incontraddittorio". Pare tuttavia che Il Principio di Creazione (nella sua equivalenza col Principio di Parmenide ad honorem) e la sintesi dialettica che viene introdotta per conciliare la tesi (o l'istanza) razionale e l'antitesi empirica, finisca in realtà per negare la tesi. Bontadini farà osservare che egli ha sempre tenuto ferma la distinzione tra il Principio di Parmenide in senso proprio (storico) e il Principio che ad honorem ha attribuito a Parmenide (il principio per cui l'essere non può essere originariamente limitato dal non essere). Farà osservare che la contraddizione apparente del divenire egli l'ha sempre tenuta in conto. Dirà inoltre che "la contraddizione era vista, conclusivamente, nella assolutizzazione del divenire, in quanto era vista, preventivamente, nel divenire come tale". Ma è fin troppo facile replicare che se la contraddizione è apparente, ossia non è una vera contraddizione, non si vede come dal toglimento di essa (che è appunto una falsa contraddizione) possa emergere dialetticamente la verità dell'esistenza dell'Immutabile creatore. Se poi l'affermazione che l'essere (o un certo essente) non sia è l'espressione della contraddizione (dell'essenza stessa della contraddizione) e se si riconosce che l'essente in quanto tale non può divenire, non si vede come il Principio di Creazione possa mediare tale posizione con l'antitesi espressa dall'originaria istanza empirica (la tesi e l'antitesi sono infatti disposte nella forma della contraddizione: non possono essere né insieme vere né insieme false, ma l'una è vera e l'altra è falsa, necessariamente). Infine si può osservare che, se la contraddittorietà del divenire viene riconosciuta preventivamente, nel divenire come tale, la sua assolutizzazione non può aggiungere alcunché. Il discorso è già chiuso lì, in quel preventivamente. Bontadini riconosce che l'assurdo (la grande contraddizione), è dato dal divenire, nella misura in cui esso importa, nella sua stessa struttura, il passaggio dal non essere dell'essere - il che è quanto Bontadini si persuade di vedere, ma è anche ciò che per lui la verità dell'essere esclude. Quindi egli afferma che quella identificazione dell'essere e del non essere (il divenire appunto) si fa possibile e che la contraddizione scompare, se ad identificare è la potenza dell'Indiveniente: "non in quanto Dio possa fare l'assurdo (il contraddittorio divenire), ma perché l'assurdo non è più tale quando il divenire è visto come fatto". Ad Emanuele Severino verrà facile osservare che "se l'impercorribile assurdo è che l'essere si annulli, questo Dio creatore immaginato dalla ragione alienata è il creatore dell'assurdo". In effetti, un Dio che produce intemporalmente la contraddizione, non può risolvere il problema: il contenuto di un concetto contraddittorio, se è tale, continua ad esserlo anche intemporalmente. 4) O
SSERVAZIONI CRITICHE
e definizione del problema fondamentale - la semantizzazione dell'essere
4.1) L
A SEMANTIZZAZIONE DELL
'
ESSERE E L
'
ETERNITÀ DELL
'
ENTE
.
4.2) L'
ANALOGIA DELL
'
ESSERE
-
ANALOGIA DI PROPORZIONALITÀ INTRINSECA
.
La sintesi metafisica è fondata sulla ragione di essere e di non essere. Ebbene, Bontadini ci spiega che "il significato [dell'essere] che opera nella mediazione metafisica, è quello che si costituisce, appunto, nell'originaria contrapposizione al negativo [quello che si costituisce in forza dell'opposizione al non essere]". Il significato dell'essere "di cui occorre istituire la semantizzazione [...] emerge solo in correlazione col significato del non. In altri termini, non vi è alcun contenuto intenzionale del termine essere se non in quanto esso esprime l'opposizione al negativo". Bontadini aggiunge quindi che "senza l'esperienza del divenire non si avrebbe perciò la messa in atto delle ragioni di essere e di non essere. Cioè: nel caso di una esperienza del
puro positivo, non si avrebbe l'astrazione della stessa positività". E. Severino farà osservare che "se l'essere è significante solo nella sua opposizione a quel non essere che sarebbe dato nell'esperienza del divenire, la significanza dell'essere sarebbe solo un semplice fatto, giacché il divenire delle cose è soltanto un fatto". Bontadini ritiene che, senza l'esperienza del divenire, "il conoscere sarebbe puro intuire, eterno affissamento dell'essere eterno". Ma, in verità, l'essere non può apparire se non appare la sua opposizione al nulla (l'apparire sarebbe apparire di nulla, ossia nulla di apparire). L'essere, dunque, non può essere pensato se non è pensato il nulla, giacché l'essere è appunto la negazione del nulla. Possiamo ben dire, insieme a Severino, che "la semantica dell'essere coincide con l'apofansi originaria del logo: l'operatio prima intellectus (quella cioè che pone la significanza dell'essere) si realizza solo nell'operatio secunda intellectus (quella che oppone l'essere al nulla)". Bontadini ha semantizzato l'essere in opposizione al nulla, il positivo in opposizione al negativo. E questo tipo di semantica interale egli l'ha applicata immediatamente all'esperienza della realtà diveniente. A questo punto, ogni tentativo di evitare l'esito cui conduce il "neoparmenidismo" severiniano doveva risultare vano. Se infatti si conviene che l'essere (la totalità degli essenti e ciascuno degli essenti) è ciò che si oppone al nulla, ossia a ciò che è assolutamente altro dall'essere, è inevitabile riconoscere che l'essere (la totalità del positivo come ogni positività) è eterno. Bontadini ha dunque accolto, sia pure in parte e senza andare fino in fondo, la tesi di chi ha affermato che l'ente in quanto ente è eterno. L'introduzione del Principio di Creazione costringe a Bontadini a stabilire una differenza ontologica tra la parte e il tutto, tra l'orizzonte dell'atto (intrascendibile, nell'ordine del conoscere) e la totalità del reale. Il concetto di creazione impone infatti che tra l'essere del Creatore e l'essere della creatura vi sia un rapporto tale per cui il primo è l'Ipsum esse subsistens, mentre la seconda è solo habens esse. "Ciò che non è eterno" - spiega il nostro filosofo - "ciò che è corrotto è, in effetti, eternamente nulla (e solo temporalmente qualcosa)". Dunque il creato non è nulla al di fuori dell'Atto creatore. Ciò significa che tra l'essere del Creatore e l'essere della creatura vi è identità e differenza (analogia), essendo il creato la stessa forza creante che in esso si realizza. "Identico alla forza creante nel modo di esser distinto (non identico) secondo il rapporto di creazione". L'uno sta all'altro, potremmo dire, come l'effetto sta alla causa, ut effectus ad causam. L'identità, a cui ogni differenza è identica è l'esser essente (o l'esser ente). E infatti ogni differenza è (= è identica al suo essere) un essente. Bontadini ha messo in rilievo l'aspetto della univocità pur contenuto nella nozione analogica di essere. Questo significa che tra gli enti e il loro essere non vi è una semplice uguaglianza di rapporti (a : b = c: d = e : f ...) , ma una vera e propria comunanza intrinseca (analogia di proporzionalità intrinseca). Bontadini ha dunque compreso che l'essere (l'esser essente, l'esser identico a sé) non è una determinazione accidentale degli enti. Il positivo egli lo ha poi semantizzato in opposizione al negativo. L'identità veniva così ad esprimere non solo lo stesso che il soggetto, ma anche il suo esistere (il suo opporsi assolutamente al nulla), come individuazione dell'universale opposizione del positivo al negativo. Da questo punto di vista, l'affermazione che un certo essente possa venire posto o tolto, sia pure dalla potenza dell'Immutabile, non può che apparire come un tradimento della verità dell'essere, alla cui testimonianza Bontadini ha pure prestato ascolto. Appare, da quanto precede, che dal punto di vista teoretico la "partita" è comunque decisa dal significato dell'analogia entis. È decisa dal significato che si attribuisce alla proposizione "ogni ente è un non niente" - dove l'esser non niente è appunto l'identità rispetto a cui le differenze (gli essenti, le determinazioni) sono identiche. Un'identità che, come ha mostrato Emanuele Severino, non può essere astrattamente separata dalla sua relazione alle differenze. Quest'ultimo punto richiede però una trattazione a sé, per la centralità speculativa e per le difficoltà che solleva.
L'
ULTIMA PARTE DEL LAVORO
(
QUELLA PIÙ IMPEGNATA SUL PIANO TEORICO
)
È RISERVATA ALLA
TRATTAZIONE DELLE PROPRIETÀ FONDAMENTALI DELLA STRUTTURA ORIGINARIA
- si tratta di
raccogliere quanto già guadagnato (insieme a Bontadini e a Severino) e di fermare l'attenzione sulle questioni più rilevanti. Eccone alcune: -
LA SEMANTIZZAZIONE DELL
'
ESSERE PER OPPOSIZIONE AL NULLA
- e la radicalità della formulazione
ontologica del primo principio; -
L
'
OPPOSIZIONE UNIVERSALE DEL POSITIVO E DEL NEGATIVO
- l'universalità concreta
dell'opposizione e la dottrina dell'eternità dell'ente in quanto ente; -
IL RAPPORTO TRA LA
T
OTALITÀ
(
L
' U
NIVERSALE CONCRETO CHE È IDENTICO A SÉ
)
E LE PARTI
(
DI CUI VIENE AFFERMATA LA MEDESIMEZZA
: A
=
A, B
=
B, C
=
C
...) - con speciale riferimento al
capitolo VII, par. 18 de La struttura originaria, là dove si sostiene che esiste una sola proposizione analitica; -
LA TESI PER CUI OGNI POSSIBILE DISTINZIONE TRA PROPOSIZIONI ANALITICHE E PROPOSIZIONI
SINTETICHE
(v., ad es., E. Severino, La struttura originaria, cap. VI e Tautótes, cap. XIX, parr. 4-5 e cap.
XX),
NON PUÒ CHE ESPRIMERE UNA ARTICOLAZIONE INTERNA DELLA IDENTITÀ
(
DIANOETICITÀ
,
"
TAUTOLOGICITÀ
")
ORIGINARIA
;
-
LA TESI PER CUI OGNI AFFERMAZIONE
"
NON È UNA CONTRADDIZIONE SOLO IN QUANTO È UN
'
IDENTITÀ ASSOLUTA
: (
A
=
A
) = (
A
=
A
)" (T
AUTÓTES
) - ogni affermazione esprime l'identità con sé dell'essente
identico (eterno); -
LA TESI PER CUI OGNI PROPOSIZIONE AVENTE PER SOGGETTO L
' I
NTERO È UNA
L-
IMMEDIATEZZA
-
OSSIA APPARTIENE ALLA STRUTTURA ORIGINARIA
(
V
. E. Severino, La struttura
originaria, cap. XIII); -
LA STRUTTURA TRIADICA DELL
'
APPARIRE COME APPARIRE DELL
'
IDENTITÀ CON SÉ
DELL
'
APPARIRE
.
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