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Relazione di Claudia Luchetti sullo stato della propria ricerca,
inerente al `concetto di Tempo in Platone'.

La tesi in oggetto, vorrebbe costituire una trattazione sistematica della
concezione del tempo in Platone, strutturandosi in quattro Capitoli: 1.Il concetto
di Tempo; 2.Tempo ed Anima; 3.Tempo e Conoscenza; 4.Tempo ed Etica.
Attualmente è in corso il lavoro di redazione della seconda sezione, nel quale è
esplicita la volontà di attenersi a quello scheletro ontologico-dialettico che
occupa per intero il primo Capitolo, e che ci affrettiamo ad illustrare.
1.Il concetto di Tempo. Questa prima sezione è essenzialmente il frutto di una
revisione (dove per revisione si intende da un lato un'operazione di sintesi, ove
possibile, dall'altro di ampliamento sia per quanto riguarda lo sviluppo di temi
appena accennati, sia per quanto concerne l'inserimento di argomenti non affatto
discussi, ed infine un lavoro di aggiornamento bibliografico), della tesi di laurea,
che era appunto intitolata Il concetto di Tempo in Platone, titolo che abbiamo
mantenuto in via del tutto provvisoria anche per la tesi di ricerca. Ne offriamo
qui una breve sintesi.
L'intero lavoro prende le mosse dall'unico brano in cui Platone fornisce la
peraltro celebre definizione del tempo come "immagine mobile dell'eterno"
(Tim. 37c-38c), e si propone, globalmente, di pervenire ad una maggiore
comprensione di esso; ciò che non poteva esser fatto se non volgendosi ad
esaminare la distinzione che il filosofo compie, tra fenomeni, soggetti al
mutamento ed al tempo, e gli eijvdh, immutabili ed eterni. La prima parte di
questo Capitolo è perciò dedicata all'analisi di questa nota demarcazione
ontologica, circoscrivendo l'indagine al dialogo in cui essa è presentata nel
modo più esteso e dettagliato, il Fedone, ed all'interno di questo,
particolarmente, nel terzo argomento a favore dell'immortalità dell'Anima (78c
sgg.). In tale contesto abbiamo cercato di mettere in risalto innanzitutto
quell'impiego, che in assenza di termini più adeguati, indichiamo con `logico' o
`strumentale' del concetto di tempo, funzionale cioè alla distinzione tra il
sensibile, che manifesta la simultanea compresenza di essere e di non essere e
dei contrari (come si evince ancor più chiaramente dall'argomento in cui si
distinguono ejnantiva pravgmata ed aujta; ta; ejnantiva,102 b sgg.), e
l'intelligibile, che `è assolutamente', e dove invece alle varie coppie di contrari
eidetici non è consentito di divenire o essere, ciascuno in se medesimo, nel
contempo il proprio opposto; la nozione di crovnoç rivela così anche la propria
importanza gnoseologica (qui solamente accennata ma che diverrà tema
precipuo del Capitolo 3), che ben si inserisce in quello che Platone delinea in più
occasioni come `processo ascensivo dal sensibile all'intelligibile' (cfr. Resp. VI
e VII, Symp. 208b-212b, Phaedr. 245c-256e). Secondariamente, abbiamo
insistito sul ruolo cruciale che la condizione `temporale' (nel senso generico in
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cui in un lavoro sul tempo si viene a parlare anche di eternità) degli eijvdh
riveste, quale `causa' delle varie determinazioni comuni a tutte le Idee: l'essere
ciascuna in se stessa un'assoluta unità, l'essere immutabili, intelligibili,
invisibili. Infine, dal punto di vista degli eijvdh concepiti come ajitivai (Phaed.
95e sgg.) è proprio l'impossibilità dell'Idea di essere `nel medesimo tempo' il
suo opposto a spiegare la natura dinamica dell'ambito fenomenico, il che
equivale a cogliere non solo nel singolo eij~doç la causa dell'attributo presente
nella singola cosa, e non solo nelle coppie di contrari in sé le cause
dell'esistenza di entrambi i contrari nelle cose, bensì, più in generale, a vedere
complessivamente nell'essere la causa del divenire. Tuttavia
ciò non è sufficiente ad istituire un analogo `nesso causale' tra eternità e tempo,
riguardando cioè queste due modalità di esistenza indipendentemente dalla
natura delle sfere oggettuali cui vengono attribuite. Ma è il brano del Timeo che
fornisce delle indicazioni molto esplicite circa la liceità di scindere le modalità
`temporale' ed `extratemporale', rispettivamente, dal gignovmenon e dall' ojvn:
crovnoç ha il suo proprio paravdeigma nell'eternità, che rivela così la sua natura
`ideale', e non di semplice `attributo' dell'essere. È la stessa natura di questa
autonomia nella relazione fra le due nozioni, a condurci ad esaminare i rapporti
tra crovnoç ed aijwvn nel più ampio quadro del nesso essere-tempo, rivolgendo
lo sguardo al testo in cui esso è tematizzato nel modo più esplicito, il
Parmenide. Attraverso una lunga analisi delle prime due ipotesi (e della terza,
nella misura in cui ci è parso di individuare in essa una dipendenza almeno
contenutistica dalla seconda), nel corso della quale abbiamo tentato , pur
riconoscendo pienamente i contenuti spiccatamente anti-eleatici della
trattazione, di portare alla luce anche quegli elementi profondamente platonici, e
dunque `costruttivi', della relazione tra ojvn e crovnoç, siamo giunti ad una
conclusione che qui ci dobbiamo limitare a delineare in modo molto generale: il
filosofo perviene, mediante questa critica, ad articolare i due nessi essere-eterno,
divenire-tempo, di ispirazione, rispettivamente, parmenidea e melissiana, pur
piegandoli ai propri fini, nessi che si rivelano particolarmente illuminanti per
interpretare il brano su crovnoç del Timeo. Solo per fornire un esempio tra i tanti
possibili, si può affermare che il chiarimento dei rapporti fra l'eternità e l'essere
(e specificamente l'essere identico, che platonicamente è proprio solo
dell'eij~doç, mentre i rapporti tra diversità e tempo debbono essere oggetto di un
ulteriore approfondimento), desumibile dalle argomentazioni sviluppate entro la
prima ipotesi, scioglie l'apparente difficoltà presente in Tim., 37e-39a, laddove il
filosofo attribuisce all'ajivdion oujsiva, l'ejstin, lasciando supporre una marcata
sfumatura ontologica dell'affermazione, senza che con questo si debba
interpretare il ragionamento come un ritorno alla posizione parmenidea.
Rimane da chiarire il concetto di immagine, ed in che misura sia possibile
considerare crovnoç un' immagine dell'eternità, senza incorrere nelle difficoltà
derivanti dal doversi servire, come in generale avviene entro il rapporto fra
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ciascun eijkwvn ed il proprio modello, della simultanea compresenza di
somiglianza e dissomiglianza. Abbiamo ritenuto di individuare una risposta a
tale quesito, nel Sofista, dialogo la cui importanza è cruciale entro l'intero nostro
lavoro di ricerca, l'esame del quale ci proponiamo perciò di ampliare e di
approfondire, sin dal primo Capitolo. In seguito ad una breve disamina di alcuni
passaggi (cfr., per esempio, 236d-237a, 240a-c), si può concludere che in una
prospettiva `dialettica', è lecito asserire sia che il tempo `è e non è', e che `è
simile e dissimile' dal proprio paravdeigma, sia che lo è, ed è questo il punto che
esigerebbe ulteriori indagini, una qualunque altra immagine sensibile, e lo stesso
divenire in generale, senza bisogno di ricorrere al concetto di tempo per
esprimere la commistione di ojvn e di eJvteron, perché questa sembra trovare la
sua giustificazione nella koinwniva tw~n genw~n; ciò che consente tra l'altro di
gettare luce sul senso della caratterizzazione platonica di crovnoç quale
"aijwvnion eijkovna" (Tim., 37d)
In questa tesi il nostro scopo, per concludere su questa prima sezione con ciò
che la riguarda, è di colmare quella che sentiamo come una lacuna, consistente
nell'aver trascurato la questione del tempo nei suoi risvolti cosmologici
principali. Vi sarà posto rimedio nel secondo Capitolo, per quanto concerne i
rapporti fra crovnoç e kivnhsiç, ma c'è almeno un tema da affrontare che ben si
inserirebbe nella prima parte di questa ricerca, dato il suo taglio prevalentemente
logico-dialettico: il problema della `creazione', in quelli che ci pare di
individuare come i suoi due aspetti più interessanti, collegati
-alla difficoltà di comprendere come Platone possa parlare, nel Timeo, di un
`prima', anteriore alla genesi del tempo, e, nello stesso contesto, di una
`successione' di operazioni poietiche (quelle compiute appunto dal dhmiourgovç
precedentemente alla nascita di crovnoç);
-conseguentemente, al `tempo impiegato' dall'artefice del cosmo per compiere
la sua attività generativa, e più in generale, al `quando' essa dovrebbe esplicarsi.
In merito ai suddetti punti, riteniamo che ci si potrebbe orientare,
rispettivamente, verso un'analisi della concezione platonica dei rapporti
provteron-uJvsteron (cfr. Tim. 35b-c, 36d-e), ed in direzione della teoria
dell'ejxaivfnhç (cfr. Parm. 156c-e).
2.Tempo ed Anima. Si tratta della sezione decisamente più impegnativa del
lavoro, date sia l'imponente estensione tematica, sia l'oggettiva complessità,
anche a prescindere dalla prospettiva platonica, del concetto stesso di Anima.
Questo Capitolo, che segue nella sua struttura generale il precedente, pur senza
darlo superficialmente per scontato, ha per oggetto principale la questione di
quale sia, secondo il filosofo, la condizione temporale della yuchv, se essa cioè
debba considerarsi identica a quella delle Idee, oppure se fra eternità ed
immortalità vi sia comunque uno scarto. Il problema l'abbiamo anticipato in
maniera più precisa nella Premessa di questa sezione, a partire dal brano del
Timeo sulla `composizione', ad opera del demiurgo, del primo prodotto della sua
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attività cosmogonica, l'Anima del mondo (34b-37a); al termine di questo
passaggio Platone afferma che la yuchv, avvolgendo il corpo del cosmo,
composto dentro di essa e `dopo' di essa, e rivolgendosi in se medesima, "diede
inizio ad un divino principio di vita incessante e sapiente per tutto il tempo
(pro;ç to;n suvmpanta crovnon.)". Ci pare che il concetto sia suscettibile di
venire interpretato almeno in due modi: o nel senso che non si darebbe tempo in
un cosmo privo di Anima, come la stessa collocazione del brano su crovnoç
entro la `successione argomentativa' del dialogo (37c-39e), indurrebbe a
pensare, il che non implica affatto che il tempo affligga in qualche modo la
natura stessa dell'Anima (anche se qui in realtà si aprirebbero diverse possibilità
aggiuntive, che non mancheremo di tenere nella dovuta considerazione, legate
da un lato ai rapporti fra crovnoç e kivnhsiç, dall'altro agli `strumenti' che
consentono tanto la cognizione quanto la misura del tempo, i plavnhta); oppure
intendendo che il `perdurare nel tempo' costituisca propriamente la dimensione
temporale tipica della yuchv, rendendo l'immortalità una sorta di condizione
`intermedia' fra ajiwvn e crovnoç. Per
gettare luce su questa impegnativa questione non ci si può esimere dal
ripercorrere nei testi platonici la complessa articolazione della concezione
dell'Anima, e la prima parte di questa seconda sezione, tuttora in corso di
realizzazione, è dedicata all'analisi di tale visione nel Fedone e nei dialoghi
coevi ed anteriori, dove un'attenzione privilegiata è consacrata, com'è ovvio,
alle varie dimostrazioni sull'immortalità dell'Anima (Phaed., 70c-72e, 72e-76a,
78b-79a, 92e-106d; Phaedr., 245c-246e; Resp., X, 608c-612a). Nel Fedone, la
nostra analisi comincia dall'argomento sulla non-composizione (78b sgg.), che
manifesta una certa continuità con il brano del Timeo, al termine del quale il
filosofo si richiamava alla natura `invisibile' dell'Anima (37a), dato che in esso
Platone prende le mosse esattamente dal contrasto oJratovn-ajovraton per
distinguere il sw~ma dalla yuchv. Delle numerosissime e fondamentali
acquisizioni che si possono trarre da questa dimostrazione, ci limitiamo qui ad
indicarne una: la demarcazione tra Anima e corpo si radica in quella, nota, tra
Idee e sensibili, rendendo comprensibile da un lato quell'impiego che avevamo
detto `logico' di crovnoç (particolarmente manifesto in quella sezione del
dialogo in cui Socrate introduce le varie dimostrazioni, esaltando la filosofia
quale `esercizio di morte', 61c-69d), e permettendo di riconoscere dall'altro l'
idealità dell'Anima, strettamente connessa, analogamente a quanto avveniva nel
Capitolo 1 relativamente agli altri eijvdh, alla sua `condizione temporale',
l'immortalità (ed è interessante notare come gli eventuali dubbi, provenienti da
diverse indicazioni testuali su cui non possiamo qui addentrarci, che potrebbero
sorgere in merito ad una così netta assimilazione della yuchv alla sfera eidetica,
e dunque alla possibilità di identificare ajqanasiva ed eternità, si sciolgano nel
momento in cui si rivelano viziati da un riferimento alla `vita sensibile',
nell'arco della quale l'Anima è ancora inevitabilmente vincolata al corpo).
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Essendo la relazione tra l'Anima e le Idee il tema centrale di questa prima parte
del Capitolo 2, la nostra indagine procederà con l'approfondimento della
relazione esistente fra la yuchv e la commistione di essere e di non essere, e dei
contrari, tema quest'ultimo di grande interesse, articolando il quale emergeranno
alcune novità in merito all'utilizzo `logico' del concetto di tempo, che il filosofo
continua ad applicare, introducendo però una `limitazione', riguardante proprio
la `simultaneità temporale' (to; aJvma eij~nai). Questa variante nell'impiego di
crovnoç, oltre a costituire lo spunto per approfondire la concezione platonica dei
rapporti fra `contrarietà' e `contraddizione', pone anche qualche difficoltà, e non
di poco conto, tutta interna alla natura della yuchv: tale impiego della nozione di
tempo è quantomai esplicito nella Repubblica (libro IV, 436a-437a), dove esso
opera consentendo al filosofo di distinguere entro l'Anima l'azione di diverse
`componenti', giungendo ad elaborare una `partizione' della yuchv, che ci
accompagnerà sino al Timeo (42e, 44d-e, 69c-72e, 91a-d). Con ciò si apre, tra
l'altro, anche la questione delle differenti caratteristiche che Platone sembra
conferire all'Anima nei vari dialoghi: `una' nel Fedone, ma `molteplice' nella
Repubblica, `ingenerata' nel Fedro, ma `generata' nel Timeo. Alla risoluzione di
tali contrasti, che a nostro avviso sono soltanto apparenti, non dedicheremo una
sezione autonoma del lavoro di ricerca, ma ci preoccuperemo di mostrarne la
possibilità alla luce della coerenza di fondo del pensiero platonico. Tutto ciò ci
servirà, da un lato, per trovare conferma della specularità che Platone così
recisamente rivendica sul piano `soggettivo' (e qui avremo modo di rimarcare
l'inadeguatezza insita nel concepire la dicotomia soggetto-oggetto come
fondante tanto la psicologia quanto l'ontologia platoniche) della demarcazione
ontologica, e, dall'altro, per giungere ad una più adeguata comprensione della
`congenericità' (cfr., ad es., Phaed., 79b, 79c-e) yuchv-eijvdh, in quali
caratteristiche peculiari dell'Anima essa trovi la sua espressione più propria.
Nella seconda parte di questo Capitolo, che si trova ancora allo stadio di
progetto, ci ripromettiamo di svolgere un esame dettagliato della visione
platonica dell'Anima nei dialoghi tardi, con una particolare attenzione al
Parmenide ed al Sofista (che non potrebbero non rivestire un ruolo di
primissimo piano, rammentando che nel brano del Timeo sulla suvstasiç
dell'Anima del mondo, Platone impiega, nel descriverne l'intima struttura, una
terminologia squisitamente `dialettica'), mossi dal convincimento che la chiave
per intendere il dibattito svolto dal filosofo in sede cosmologica sulla yuchv,
risieda, rispettivamente, nella rilettura dei rapporti, all'interno delle prime due
ipotesi, fra tutte quelle coppie di concetti più o meno attinenti al nostro tema
(moto e quiete, tempo ed essere, uno e molti, simile e dissimile, identico e
diverso, etc...), e nella risposta critica alla posizione espressa dagli eijdw~n
fivloi (248a-249d). Per concludere anche su questo
Capitolo, indichiamo qui almeno un argomento, emergente già dal Fedone (in
realtà, a ben guardare, da ben più innanzi; cfr. Alc. I, 124b sgg.): quello della
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relazione fra yuchv e novhsiç (o frovnhsiç). In un altro passaggio del Timeo,
29e-30b, il filosofo, coerentemente al finalismo che contraddistingue la sua
teoria fisica, illustra le ragioni che hanno spinto il dhmiourgovç alla `creazione'
dell'Anima, tra le quali l'impossibilità che vi fosse alcunché di intelligente in
assenza di yuchv. La `composizione' che ne consegue, del nou~ç nell'Anima,
ripropone la questione connessa alla condizione `temporale' della yuchv;
quest'ultima sembrerebbe non esaurirsi nell'intelligenza, condizione in cui essa
rimarrebbe "sempre [...] invariabilmente costante" (Phaed., 79d), riaprendo la
strada alla sua interpretazione come mero strumento ed elemento di mediazione
per portare ordine e razionalità nel sensibile. Di questa ulteriore difficoltà
terremo ovviamente conto, anche analizzandola in connessione alla possibilità di
identificare l'intelligenza, l'Anima, o entrambe, con lo stesso `artefice del
cosmo' (cfr. anche Phil., 38e-39c).
Per quanto concerne i Capitoli 3, Tempo e conoscenza, e 4, Tempo ed etica, la
cui preparazione ci impegnerà più innanzi, sarà sufficiente menzionare soltanto
alcuni argomenti che auspichiamo di poter trattare in questi ambiti, e
rispettivamente: -l'ormai noto uso `logico' del concetto di tempo nella
determinazione platonica dei due differenti livelli `gnoseologici' di gnwvsiç e
dovxa (Resp., V, 475e-480a); -il problema della natura stessa del conoscere, se
essa risulti o meno affetta dal tempo, cosa che Platone sembrerebbe escludere
sia in relazione al `processo-stato conoscitivo' (cfr. ancora Phaed. 79c-d), sia al
`conoscente' medesimo (cfr. Crat., 440b-c; Alc. I., 124b sgg.); in collegamento
più o meno diretto con quest'ultimo punto, verrebbe inoltre da chiedersi, e
meriterebbe appurare, se il contenuto del brano sul bene nella Repubblica (VI,
505b-509b), debba indurre a dubitare dell'eternità delle Idee, considerando che
in esso si dice dell'ijdeva tou~ ajgaqou~, che essa è causa (aijtiva), dell' `essere
le Idee conoscibili', del loro stesso `essere', e della loro `essenza'.
In ciò che concerne la sfera etica infine, -varrebbe la pena sottolineare ancora
una volta l'impiego di crovnoç funzionale, in tale contesto, all'abbandono della
concezione eudemonistica del rapporto fra bene e piacere, sostenuta da Socrate
nel Protagora (351b-357e), in favore di una posizione in cui essi si rivelano
piuttosto contrapposti (Gorg., 495a-500a); -sarebbe utile domandarsi inoltre
quanto la natura `temporalmente condizionata' di un vivente, accanto
all'`aspettativa di immortalità' che esso ha (cfr. Apol., 40e-41c), possa contare,
in relazione al comportamento da tenere in questa vita, prendendo le mosse da
un passo del Fedone (107b-108c), per poi approfondire l'indagine entro il
quadro etico-pedagogico della Repubblica, con un occhio rivolto ai bei miti
escatologici che Platone ci offre, soprattutto in questi due dialoghi.
Sentiamo l'esigenza, in chiusura di questo riassunto del nostro lavoro di ricerca,
di compiere una breve precisazione: non abbiamo fatto cenno qui né al lavoro di
informazione bibliografica sui predetti campi d'indagine, che pure sta
procedendo, né all'utilizzo che prevediamo di fare delle opere, principalmente,
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di Aristotele e di Plotino, per non appesantire eccessivamente la presente
relazione; tuttavia, e questo va detto, nella nostra tesi lo spazio ed il tempo
maggiori li occupano i testi di Platone.