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G
IOVANNI
C
ATAPANO
Dottorato di ricerca in Filosofia, XI ciclo
Università degli Studi di Padova
Dipartimento di Filosofia
Relazione per il Convegno nazionale di Chia (CA), 20-23 settembre 1998
Il concetto di filosofia nei primi scritti di Agostino
Giovanni Catapano - Università degli Studi di Padova
Via Grandi n. 8 33170 Pordenone - tel. 0434/572556
La mia tesi ha per oggetto il concetto di filosofia nei primi scritti di Agostino.
Secondo una divisione convenzionale della produzione letteraria agostiniana, per "primi
scritti" si intendono comunemente quelli composti o cominciati anteriormente all'ordinazione
presbiterale. Si tratta di una quindicina di opere di brevi dimensioni e delle prime venti lettere
dell'epistolario. La loro redazione abbraccia un arco temporale di poco superiore ai quattro
anni (dal novembre del 386 agli inizi del 391): è il cosiddetto "periodo filosofico" del
pensiero agostiniano, in cui l'ex professore di retorica, dopo la celebre "conversione"
avvenuta a Milano nell'estate del 386, si dedica completamente all'otium philosophandi in
compagnia di una ristretta cerchia di discepoli, parenti e amici. Tra i titoli più importanti che
risalgono a questi anni, si possono ricordare i dialoghi Contra Academicos, De libero arbitrio
e De magistro, i Soliloquia e il trattato De vera religione. Meno noti delle grandi opere della
maturità, come le Confessiones, il De Trinitate e il De civitate Dei, questi lavori giovanili si
sono imposti all'attenzione degli studiosi da quando, sul finire del secolo scorso, Gaston
Boissier in Francia e Adolf von Harnack in Germania vi riconobbero l'espressione di un
"primo Agostino", sensibilmente diverso da quello che viene narrato nelle Confessioni e da
quello che sarà il vescovo di Ippona: un uomo molto più "filosofo" e molto meno
"penitente", influenzato in misura maggiore dalla filosofia neoplatonica che dalla fede
cristiana. L'interminabile controversia tra sostenitori dell'"evoluzione" e sostenitori della
"continuità", sorta da questi studi, ha dato origine a una vera e propria branca
dell'agostinologia, specializzata nell'esame delle opere giovanili e nel loro confronto con le
opere della maturità.
La mia ricerca si propone di fornire un contributo a questo settore di studi, attraverso
l'analisi della nozione agostiniana di filosofia. La mia intenzione cioè è di determinare che
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cosa lo stesso Agostino pensasse che la filosofia fosse o dovesse essere, nel periodo in cui le
sue energie intellettuali erano tutte concentrate nella speculazione e nella meditazione, e non
ancora assorbite negli impegni della cura Ecclesiae.
La prima parte della tesi consiste in uno stato della questione, in cui passo in rassegna
gli studi che si sono occupati, direttamente o indirettamente, della concezione della filosofia
in Agostino e specialmente nei suoi primi scritti. La letteratura su Agostino è letteralmente
sterminata: basti pensare che la sola "Revue des Études Augustiniennes" dal 1954 al 1996 ha
recensito nel suo annuale "Bulletin" quasi quindicimila titoli. È evidente perciò che la mia
rassegna non ha pretese di completezza assoluta. Posso dire però di aver veduto tutti i saggi,
segnalati nei repertori esistenti, che portino nel titolo un riferimento al problema. Ciò mi è
stato possibile anche grazie alla visita di alcune biblioteche specializzate, in particolare quelle
dell'Istituto Patristico "Augustinianum" di Roma e dell'Institut d'Études Augustiniennes di
Parigi. Sommando la bibliografia esplicita alla bibliografia nascosta che sono riuscito a
trovare, rendo conto di circa 150 studi pubblicati dal XVII secolo sino ad oggi. Nessuno di
questi, comunque, affronta il tema negli stessi termini che ho testé enunciato: per lo più ci si
trova di fronte a osservazioni occasionali e generiche, oppure a indagini limitate a singole
opere o gruppi di opere (soprattutto i dialoghi di Cassiciaco). Insomma, pare che un esame
completo dell'idea di philosophia nel primo Agostino ancora non sia stato effettivamente
tentato.
Manca, in particolare, uno studio analitico di tutti i luoghi dell'opera giovanile
agostiniana in cui si parli espressamente della filosofia, del filosofare e dei filosofi. È quanto
cerco di fare nella seconda parte del mio lavoro. Stando alle microfiches del Thesaurus
Augustinianus, sono 588 le occorrenze dei lemmi philosophaster, philosophia, philosophicus,
philosophor e philosophus nell'opera omnia di Agostino. (Apro qui un breve inciso. Ho fatto
una piccola ricerca lessicale e ho scoperto che, in tutta la letteratura latina, soltanto Cicerone
presenta un numero maggiore di attestazioni di questa terminologia -- circa 700 nelle opere
filosofiche e retoriche. In Seneca, che è al terzo posto, se ne contano "soltanto" 226. In
Apuleio sono 103, in Quintiliano 42. Poche decine, e inserite in contesti polemici, negli
scrittori cristiani precedenti Agostino, come Tertulliano, Arnobio e Ambrogio. Questo
semplice dato quantitativo rende interessante lo studio della concezione agostiniana della
filosofia non solo per l'agostinologia, ma per la storia del concetto di filosofia in generale.)
Ebbene, delle 588 attestazioni in Agostino, ben 120 (più di un quinto) appartengono agli
scritti del periodo 386-390; se poi ci limitiamo al lemma philosophia, notiamo che sono più
della metà (80 su 157): addirittura i 3 libri del Contra Academicos ne contengono quasi il
doppio rispetto ai 22 libri del De civitate Dei! Se infine consideriamo che queste opere
occupano neanche 2 volumi sui 16 dell'edizione nella Patrologia Latina, e che dopo la loro
redazione Agostino ha continuato a scrivere per altri 40 anni, ci rendiamo conto che in esse la
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riflessione metafilosofica ha un rilievo straordinario. Queste 120 attestazioni sono distribuite
in maniera disuguale in 74 paragrafi di 7 opere e 3 lettere. La concentrazione più massiccia
(quasi il 90%) si registra nei dialoghi di Cassiciaco (in maggioranza nel Contra Academicos),
che sono anche i primi in ordine cronologico. Accanto a osservazioni incidentali di poche
righe, troviamo sviluppi lunghi anche qualche pagina, come nel caso dei prologhi al primo e
secondo libro Contra Academicos e nell'introduzione al De beata vita. Per ciascuno di questi
testi propongo una traduzione personale corredata di un commento storico-interpretativo, in
cui cerco anche di indicare le possibili fonti e i luoghi paralleli.
Le prime due parti dovrebbero realizzare lo scopo principale della tesi, quello di
costituire una base di dati, sia bibliografici sia testuali, su cui fondare una discussione del
problema più completa e obiettiva che in passato. Vista la mole di lavoro e la relativa
ristrettezza del tempo a mia disposizione, non potevo aspirare ad una trattazione esaustiva del
tema; tuttavia la tesi presenta anche una terza parte, che è una sorta di sintesi provvisoria dei
risultati emersi nelle prime due. Di quest'ultima sezione, non ancora compiuta, posso solo
anticipare alcuni punti salienti.
In primo luogo, è chiaro che per il giovane Agostino la filosofia è amor sapientiae. Tale
definizione etimologica proviene da Cicerone, del resto come gran parte del lessico e delle in-
formazioni filosofiche possedute da Agostino. Accogliendola e ribadendola, egli si colloca
consapevolmente nel solco del pensiero antico, che considerava la filosofia come una maniera
di vivere regolata dall'ideale della saggezza, prima ancora che come una disciplina teorica.
Questo aspetto della filosofia antica è stato ben messo in evidenza dalle ricerche di Pierre
Hadot, che costituiscono un riferimento fondamentale del mio lavoro, ed è il presupposto sia
della critica che Agostino rivolge ai filosofi antichi sia della nuova concezione della filosofia
che ne consegue.
Dal punto di vista epistemologico, infatti, egli ritiene che la filosofia sia stata
perfezionata da Platone, il quale associò alla riflessione morale iniziata da Socrate la
conoscenza fisica e teologica dei Pitagorici, aggiungendovi inoltre la dialettica. Così etica,
fisica e dialettica sono diventate definitivamente le tre parti in cui si articola tutto il sapere
filosofico. Anche dal punto di vista dottrinale, Platone ha scoperto la verità filosofica più
importante, cioè la distinzione tra mundus sensibilis e mundus intellegibilis. I suoi successori
nell'Accademia furono costretti a mascherare lo spiritualismo del fondatore sotto le
sembianze dello scetticismo probabilistico per controbattere gli attacchi del materialismo
stoico. Cessato il pericolo, l'autentico insegnamento di Platone è ritornato alla luce maxime in
Plotino. Alcuni acutissimi et sollertissimi viri (Agostino forse ha in mente Porfirio) hanno
infine dimostrato che il disaccordo tra Aristotele e Platone è soltanto apparente. Perciò,
afferma Agostino alla fine del Contra Academicos, "dopo molti secoli e molte dispute, è stata
filtrata un'unica disciplina di filosofia verissima (una verissimae philosophiae disciplina)".
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Ma proprio la perfezione teorica raggiunta dalla filosofia antica fa risaltare, per
contrasto, il suo fallimento pratico. I filosofi -- si legge all'inizio del De vera religione --,
pur conoscendo la verità, non solo non sono stati in grado di persuadere il popolo, ma
addirittura loro stessi hanno ceduto ai costumi correnti, partecipando a culti idolatrici e a
pratiche demonologiche. Dove la filosofia pagana ha fallito, lì è riuscita invece la religione
cristiana. Con l'avvento dei christiana tempora, infatti, grandi masse di persone hanno
cominciato a professare la fede in realtà intelligibili e a condurre un regime di vita ascetico. In
altre parole, il cristianesimo ha realizzato nei fatti quell'amor sapientiae che i filosofi hanno
predicato soltanto a parole. Perciò, conclude Agostino, vera filosofia e vera religione
coincidono (non aliam esse philosophiam, id est sapientiae studium, et aliam religionem).
Il successo storico del cristianesimo, che ha portato a compimento le aspirazioni più
profonde della filosofia antica, si deve in ultima analisi al carattere divino dell'auctoritas su
cui si fonda. Gli uomini possono diventare sapientes, perché la Sapientia stessa si è fatta
uomo. Agostino identifica la Virtus et Sapientia Dei di 1 Cor 1, 24 con il Verbum del Prologo
giovanneo, e questo a sua volta con l'Intellectus divino dei neoplatonici. All'origine di tale
identificazione probabilmente va riconosciuto l'influsso del circolo di intellettuali cristiani
imbevuti di neoplatonismo che Agostino frequentò all'epoca del suo insegnamento di retorica
a Milano, e in particolare del prete Simpliciano, che era stato amico di Mario Vittorino e
maestro di Ambrogio.
Il fatto che sia proprio l'Incarnazione del Verbo a dischiudere la via del reditus alla
patria intelligibile, non è senza conseguenze per la stessa concezione della filosofia. D'ora in
poi bisognerà in sacris philosophari et in philosophia consecrari; ossia, come Agostino
afferma nel secondo libro De ordine, la vera philosophia avrà per oggetto i mysteria cristiani.
La filosofia si trasforma in intellectus fidei, in interpretazione razionale del contenuto della
fede.
Questa caratterizzazione della filosofia, presente nelle opere giovanili di Agostino, mi
pare tutt'altro che smentita dalle opere della maturità. Il resoconto della lettura dei libri
Platonicorum nel l. VII delle Confessioni, il profilo storico della filosofia nella Lettera 118 a
Dioscoro, il confronto tra platonismo e cristianesimo nei ll. VIII e X De civitate Dei, la
definizione di Cristo come scientia et sapientia nostra nel l. XIII De Trinitate mi sembrano
perfettamente coerenti con il pensiero dei primi scritti. L'Agostino esegeta, "teologo" o
apologeta non è un "secondo" Agostino rispetto all'Agostino "filosofo", ma è lo stesso
Agostino filosofo che esercita la filosofia secondo il suo modo di intenderla. Un modo che
dominerà sul pensiero successivo almeno fino al XIII sec., quando la distinzione scolastica tra
filosofia e teologia inaugurerà una nuova maniera di pensare.
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