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Andrea Branchi
Bernard Mandeville ed il dibattito sull'onore nel `700 inglese
«Virtue however is a very fashionable Word, and some of the most
luxurios are extremely fond of the amiable sound (...) they seem to
imagine, that it chiefly consist in a strict Compliance to the Rules of
Politeness, and all the Laws of Honour.....»
B.Mandeville, The Fable of the Bees, II, 1729, p.12
L'obiettivo della mia ricerca è di ricostruire e verificare la rilevanza ed il significato del tema
dell'onore per la riflessione sulla morale del primo settecento inglese. Reputazione, pubblica stima,
correttezza morale e status sociale, amor proprio ed orgoglio - la distanza o la coincidenza tra onore e
virtù - questi argomenti sono oggetto di accesi dibattiti nella cultura inglese dei primi decenni del
XVIII secolo. Ho scelto di esaminare le argomentazioni su questi temi, in particolare l'articolazione del
rapporto tra onore e virtù, sviluppate da tre diversi autori impegnati nel dibattito sulla morale nel
decennio 1723-1733. Al centro della ricerca è l'opera di Bernard Mandeville, il medico e filosofo di
origine olandese autore della Favola delle Api e le sue argomentazioni sull'onore, in relazione al
dibattito coevo. Il confronto tra le tesi di Mandeville e le posizioni dissimili sui temi in questione di
George Berkeley e Francis Hutcheson, permette di verificare l'importanza del tema
onore/reputazione/passioni `egoistiche' per la riflessione etica di quegli anni, mostrando come tre
prospettive diverse sulla morale si esemplificano in tre diverse concezioni del rapporto onore-virtù.
In un periodo di grandi trasformazioni economiche e sociali, lo sforzo dei "moralisti inglesi" di
offrire una descrizione dei meccanismi psicologici della vita passionale e morale degli uomini è
contemporaneo - ed è interrelato - ad un più vasto processo di ripensamento dei fondamenti stessi
dell'ordine e della gerarchia sociale. La riflessione inglese sull'etica di quegli anni è impegnata intorno
alla la questione se l'uomo sia dotato di una naturale benevolenza e sia socievole per natura oppure se il
suo comportamento - e l'istituzione stessa della società - possa essere spiegato in termini di passioni
egoistiche ed autointeressate. Al contempo la `cultura dell'onore', quel sistema di valori originato nella
società aristocratica medioevale e che ha rappresentato un punto di riferimento per le elitès europee per
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centinaia di anni subisce un profondo ripensamento a partire dai problemi morali e politici posti dalla
nascente economia commerciale.
Non è possibile dunque, circoscrivere il dibattito ad un'unico settore del vivace panorama
culturale inglese dell'epoca. La compatibilità dei valori dell'onore con le nuove istituzioni finanziarie e
le nuove forme di investimento, gli effetti del lusso, della politeness e dello sviluppo commerciale sulle
virtù - civiche e marziali - dei cittadini, il ruolo dell'orgoglio e dell'ambizione nella vita sociale e
morale degli individui, le differenze tra la chivalry ed il modern honour della nascente società
commerciale, l'importanza dell'onore come legame sociale: sono tutte articolazioni ed argomenti
correlati del tema dell'onore che ricorrono negli argomenti sulla morale e sulla società, nelle
pubblicazioni periodiche e nei dibattiti dell'attualità politica inglesi dei primi decenni del settecento. In
particolare la questione del duello - largamente discussa in quegli anni com'è dimostrato del grande
numero di editti, proposte legislative e varie pubblicazioni sull'argomento - è il luogo privilegiato nel
quale proporre riflessioni, definizioni e teorie sull'onore e sulle buone maniere, sulle passioni nella
natura umana su cui l'onore è basato, sulle caratteristiche del gentiluomo. La pratica del duello
rappresenta un caso esemplare, nel quale vengono in luce gli aspetti contraddittori ed anacronistici, gli
elementi di contrasto tra le leggi dell'onore che esaltano il coraggio e l'orgoglio e gli ideali di virtù, sia
morale che civica.
Bernard Mandeville, l'esecrato autore della Favola delle Api si interessa all'onore in tutti i suoi
scritti. Rileggendo la storia della civilizzazione recente attraverso la storia dell'orgoglio, di quella
ricerca dei segni della pubblica approvazione che a suo dire sta alla base della capacità umana di
socializzazione, Mandeville è in grado di collocare l'ideologia aristocratica all'interno del quadro più
vasto dei processi di civilizzazione. La morale dell'onore nell'Europa post-medioevale non è stata
solamente uno strumento di difesa degli interessi di un'élite privilegiata ma anche una forma di
regolamentazione sociale, un modello gerarchico a cui va riconosciuto un ruolo stabilizzante.
Distinguendo le forme di condotta onorevole che hanno caratterizzato la storia morale dell'Europa
moderna Mandeville è in grado di identificare le nuove forme di disciplina sociale con le quali i
cittadini delle moderne società commerciali sublimano le loro passioni competitive. La distinzione tra
l'onore antico ed il moderno, e l'intera storia della pratica e del dibattito sul duello, diventa nella lettura
di Mandeville, un sintomo dei fenomeni di trasformazione sociale ed economica che l'Inghilterra aveva
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vissuto tra il XVII ed il XVIII secolo. Ai valori dell'onore antico e militare tipici di una società agricola
e dominata dalla aristocrazia terriera, si sostituiscono quelli della società commerciale, nella quale
l'onore è una questione di buone maniere, ma non per questo meno importante.
Analizzare le riflessioni di Mandeville sul tema dell'onore e sul rapporto tra questo e la virtù
in rapporto alla pubblicistica dell'epoca, ed alla luce delle critiche elaborate Berkeley ed Hutcheson
consente dunque di tracciare - senza pretese di completezza e sistematicità - un momento di quel
percorso che ha condotto al riconoscimento del ruolo dell'orgoglio e dell'autointeresse nella vita
sociale, per tentare di ricostruire come la riflessione sulla morale, sulla politica e sul governo
dell'Illuminismo inglese abbia registrato, rappresentato e reagito alle grandi trasformazioni politiche,
economiche e sociali della Gran Bretagna del XVIII secolo.
Nei cinquant'anni seguenti alla Gloriosa Rivoluzione l'Inghilterra si avvia a diventare una
grande potenza commerciale, militare e più tardi imperiale. Nell'ultimo decennio del XVII secolo si
sviluppano in Inghilterra una serie di istituzioni decisive per la crescita economica: la Banca
d'Inghilterra, la Borsa, viene istituito il Debito Pubblico. Gli storici definiscono questa fase come una
vera e propria financial revolution. La guerra gioca un ruolo decisivo in questa fase: nei venticinque
anni che vanno dal 1689 al 1714 l'Inghilterra è impegnata in 19 anni di guerre sul continente. Guerra
vuol dire un esercito permanente di enormi dimensioni, l'apparato amministrativo, i contratti per le
forniture, etc. Il commercio con l'estero, in particolare l'esportazione verso l'Europa di beni
provenienti dalle colonie è anch'esso in espansione. Le nuove istituzioni finanziarie e le nuove forme
di investimento a cui tale situazione dà origine vengono percepite da molti come una minaccia non solo
per la stabilità politica, ma anche per lo spirito stesso della nazione, per l'ordine sociale nei suoi
fondamenti. Il dibattito politico ed ideologico di questi anni coinvolge da un lato gruppi di potere, per
cui i membri dell'aristocrazia terriera cominciano a preoccuparsi che i loro forzieri siano prosciugati
all'estero in assurde guerre a beneficio di una nuova classe composta da speculatori, banchieri e
fornitori del governo. D'altro canto la questione è più problematica. L'esigenza di giustificare nuove
forme di arricchimento e di cittadinanza spinge a ripensare i fondamenti stessi dell'ordine e della
gerarchia sociale. Come può esserci potere economico e politico senza merito? Senza onore? Come ci
si può fidare di qualcuno la cui proprietà non è un pezzo tangibile di terra, parte della nazione; ma
piuttosto una volatile, capricciosa quantità di denaro investita chissà dove?
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La nozione di onore è un termine chiave nell'ambito delle distinzioni sociali dell'Inghilterra
dell'età moderna. Che cos'è l'onore? Un moderno dizionario lo definisce `un sentimento, la
manifestazione di questo sentimento nella condotta e la valutazione di questa condotta da parte di altri'.
Onore è un termine polisemantico, sfaccettato - per non dire ambiguo, - che si presta facilmente ad
equivoci ed astuzie verbali. Mandeville ne è perfettamente consapevole, ed ecco come si esprime a
proposito: "La parola onore viene usata in tante diverse accezioni, ora come verbo ora come nome;
talvolta con essa si intende la ricompensa per la virtù, talaltra un principio che conduce alla virtù ed
altre volte ancora significa la virtù stessa"
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Ecco uno dei punti più controversi della costellazione di
significati del concetto di onore, la sua implicita e sfuggente concidenza con la virtù. Nell'ideologia
aristocratica, un'esibizione esteriore di onore veniva considerata espressione di virtù interiore. Le
qualità sociali del gentiluomo testimoniano del suo appartenere ad una certa classe di individui. Le sue
maniere sono letteralmente l'espressione della sua buona educazione, l'eredità del suo sangue nobile.
Questa articolazione giustifica l'intera gerarchia sociale, asserendo implicitamente che l'ordine della
società non è arbitrario ma corrisponde ad un analogo, intrinseco ordine morale. E' quello che intende
Don Giovanni quando nell'opera di Mozart/Da Ponte canta che `la nobiltà ha dipinta negli occhi
l'onestà'. E' quello a cui facciamo riferimento usando l'espressione `animo nobile'.
Lo scioglimento della tacita unità dell'onore aristocratico nella problematica relazione di rango e
virtù è parte ed espressione delle trasformazioni sociali e culturali occorse in Inghilterra tra il XVII ed il
XVIII secolo. La cultura dell'onore diventa non solo uno strumento retorico da affiancare a quello della
virtù per giustificare e difendere le nuove istituzioni finanziarie e gli interessi del governo o un codice
relativo all'ambito di comportamento di un ristretto gruppo sociale, ma un vero e proprio modello
culturale. Onore, virtù, la definizione stessa di gentiluomo sono al contempo in via di riformulazione,
sotto la pressione delle trasformazioni sociali. Nel corso del XVII secolo, ad esempio, il significato
dominante del termine 'onore' era passato da `titolo di rango' ad una più generica ed ambigua
`correttezza di carattere'. `Gentiluomo' non era più esclusivamente una `persona di nobili natali', ma
`colui che esibisce un comportamento elegante e raffinato'. In breve, la diffusione e la rinnovata
importanza degli ideali dell'onore e della pratica del duello possono essere riguardati come espressione
delle tensioni e delle ambiguità prodotte dalle possibilità di mobilità sociale accresciute dallo sviluppo
economico. In un momento di incertezza pratica su come potesse essere riconosciuto il gentiluomo dal
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non-gentiluomo, in particolare in un ambiente urbano caratterizzato da comportamenti rituali legati al
consumo, al lusso ed alla moda; la cultura pubblica dell'onore era una valida risorsa per coloro che
cercavano una manifesta esibizione del loro titolo ed un modello di prestigio sociale (come acquisire le
apparenze esteriori dell'onore e delle good-manners poteva essere un modo per arrampicarsi
socialmente). Nel ricco ed articolato panorama sociale dell'Inghilterra del primo settecento onore e
buone maniere rappresentano un modello di condotta e di prestigio sociale non ristretto all'aristocrazia
di corte, mentre allo stesso tempo le condizioni della modernità commerciale rendono il nobile
guerriero - ma anche il buon cristiano ed il cittadino classico - dei modelli di comportamento sociale e
di partecipazione politica anacronistici e inadeguati.
Le obiezioni morali e politiche dirette nel XVIII secolo allo sviluppo della società commerciale,
e le discussioni intorno a quello che può essere definito il problema morale della società commerciale
sono l'iniziale obiettivo polemico, il punto di partenza della riflessione di Mandeville, e della sua
elaborazione dell'analisi della natura umana nella società commerciale complessa; verso il
riconoscimento che il principio che la governa non è lo spirito civico o il senso di appartenenza ad una
comunità morale dei suoi membri; ma la loro cooperazione interessata. Mandeville sviluppa le sue
teorie in opposizione ad una concezione della società che considera incapace di riconoscere la vera
natura dell'uomo, ed i cui sostenitori sono ipocritamente riluttanti a svolgerne a fondo tutte le
implicazioni. Il disegno teorico che sta alla base di quelle che possono essere considerate articolazioni e
svolgimenti di un unico nucleo concettuale è la caratterizzazione della natura umana su base
osservativa e sperimentale, attraverso l'individuazione delle motivazioni dominanti dell'agire umano e
del ruolo che tali motivazioni ed il loro controllo hanno avuto ed hanno nello sviluppo e nel
mantenimento dell'organizzazione sociale. Per Mandeville l'uomo è una creatura dominata dalle
passioni, prime fra tutte l'amore di sé e la vanità; ed è a tali passioni che deve lo sviluppo delle proprie
capacità e delle proprie istituzioni: dalla società all'arte, dalla tecnologia alla morale.
Storicizzando il concetto di amore di sé sviluppato dai giansenisti e dai moralisti francesi del
XVII secolo Mandeville costruisce una compiuta e coerente teoria per spiegare le forme dei rapporti
intersoggettivi e della disciplina sociale che caratterizzano le società commerciali. In particolare nei
suoi ultimi scritti, la seconda parte della Favola delle Api e la Ricerca sull'origine dell'onore,
Mandeville propone una storia congetturale dei processi di civilizzazione che spiega la genesi e le
trasformazioni dei valori e dei principi alla base delle forme di aggregazione sociale nei termini
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dell'evoluzione dell'orgoglio e delle manifestazioni dell'amore di sé. Per Mandeville gli uomini sono
inclini all'autoconservazione, ma anche e sopratutto `grandi appassionati della lode'. Sono dunque in
grado di imparare a vivere insieme semplicemente perché la componente più forte del loro egoismo è il
desiderio dell'approvazione altrui. Attraverso questa distinzione, che nella seconda parte della Favola
delle Api e nella Ricerca sull'origine dell'onore è formulata con i termini `amore di sé' (self-love) e
`predilezione per sé stessi' (self-liking) Mandeville mette in luce il ruolo sociale e pacifico
dell'orgoglio. È una distinzione tra l'istinto animale di conservazione, l'amore per il proprio essere
fisico; ed il sentimento di sopravvalutazione del proprio io che nell'uomo è continuamente dipendente
dall'approvazione degli altri per essere confermato e rassicurato, una passione la cui essenza dunque è
quella di istituire paragoni con gli altri. La `predilezione per sé stessi' è dunque il movente della ricerca
del confronto con gli altri uomini. In questo modo l'orgoglio può diventare la radice di tutte le virtù
sociali, e quindi il protagonista dello sviluppo civile attraverso un processo di sublimazione
dell'aggressività ed alla trasformazione nell'emulazione, nell'ipocrisia, in forme di competitività
compatibili con la vita associata.
Nella Ricerca sull'origine dell'onore Mandeville offre un'analisi etimologica del termine virtù
particolarmente significativa. Il plauso per il controllo di sè stessi ha avuto origine dalla stima accordata
al coraggio ed alle virtù guerriere nelle prime fasi della storia umana. Il senso primitivo del termine
virtù, argomenta Mandeville, fa riferimento alla forza ed alla capacità di affrontare il pericolo. Ad
esempio, la parola virtus per i Romani, conteneva di per sè lo stesso significato che avrebbe potuto
attribuirle l'aggiunta dell'aggettivo bellica. Il coraggio veniva stimato in quanto espressione della
conquista di sé, della vittoria contro la più potente delle passioni, la paura della morte. Solo
successivamente il termine virtù ha acquisito un significato più ampio, sempre conservando la radice di
autonegazione, di dominio su sè stessi. Anche il termine onore per Mandeville ha una storia, due
significati diversi emersi in diversi momenti storici. Nel suo primo senso letterale l'onore è un 'termine
tecnico dell'arte del comportamento', ed indica il mezzo che gli uomini, frequentandosi, hanno trovato
per compiacersi e gratificarsi reciprocamente. In questo senso, la parola onore, sia come nome che
come verbo è antica quanto il più antico dei linguaggi. L'onore moderno è invece un'invenzione
recente, 'un principio di coraggio, virtù, fedeltà che si dice induca gli uomini ad agire ed a sentire quel
timore reverenziale che gli altri sentono per la religione.' In questo senso è di origini barbare,
un'invenzione per influenzare uomini su cui la religione non aveva più alcun potere.
Nei suoi scritti Mandeville mette continuamente in ridicolo i rituali del codice dell'onore, ma è
perfettamente consapevole dell'importanza simbolica della pratica del duello, l'espressione più estrema
del codice cavalleresco. È il momento dell'esibizione delle virtù cardini dell'onore, la dimostrazione
rituale di quel coraggio marziale che le élites non avevano più occasione di mostrare in guerra, tanto
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più dopo l'introduzione di quella 'mistura livellante' che è la polvere da sparo. Il duello è un peccato, un
crimine, ma è anche e soprattutto una moda, come aveva rimarcato John Locke: «lo sfidare un uomo e
battersi con lui (...) è chiamato duello; il quale considerato in rapporto con le leggi di Dio meriterà il
nome di peccato; con la legge del costume, in alcuni paesi quello di coraggio e virtù, e con le leggi
municipali di alcuni governi, come un delitto capitale»
ii
Nella Ricerca sull'Origine dell'Onore,
Mandeville offre una spiegazione sulla diffusione degli ideali cavallereschi nell'età moderna: la nozione
di onore è stata essenziale per educare un'aristocrazia dedita all'uso delle armi, per stimolare in loro
quel coraggio artificiale che rendeva gli uomini valorosi combattenti. Le autorità, ed in particolare
quelle ecclesiastiche avevano tutto l'interesse a mantenere vivo l'ideale dell'onore. Osservare la
legislazione sul duello, la sua storia, le ragioni dei suoi fallimenti e dei suoi successi nel porre termine a
tale costume è sufficiente per individuare immediatamente le passioni della natura umana sulle quali
tale pratica - ed il codice stesso dell'onore - sono basate. Per Mandeville la continuità della pratica del
duello nella civilizzata ed elegante Inghilterra del XVIII secolo è la prova della sopravvivenza
dell'ideologia dell'onore con una nuova forma ed una nuova funzione.
Quel repertorio di passioni che l'antropologia filosofica ha assegnato peculiarmente ai membri
delle élite guerriere, per secoli in cima alla scala gerarchica delle società europee - vanagloria, orgoglio,
amour-propre, self liking - e che i `moralisti' condannano come vizi distruttivi e contrari al pubblico
interesse hanno secondo Mandeville un ruolo stabilizzante per l'intera struttura sociale: l'onore, -
meglio - la ricerca di riconoscimento sociale tipica della cultura dell'onore - è una passione, una spinta
motivazionale decisiva nella nuova società commerciale. Le leggi dell'onore, nota Mandeville operano
all'inverso di tutte le altre, poiché piuttosto che mirare al controllo ed alla repressione delle passioni che
stanno all'origine dei comportamenti che producono attriti, si sforzano di prevenire il male
assecondando ed adulando le debolezze su cui si basa. Questo particolare rapporto tra le leggi
dell'onore e le passioni su cui sono fondate lo hanno reso particolarmente attraente e facile da seguire.
Chi osserva il culto dell'onore fa di se stesso un idolo ed al contempo il suo adoratore. Il codice
dell'onore si dimostra efficace quanto la religione per la pacifica convivenza sociale, gli uomini - per
Mandeville - sono difatti molto più influenzati dalla vergogna, dal timore di essere biasimati
pubblicamente piuttosto che dai precetti religiosi e dal timore delle punizioni in una vita futura.
Per uno dei più articolati ed agguerriti critici di Mandeville le cose stanno in un modo ben
diverso. Nella sua polemica contro l'antropologia egoistica dell'autore della Favola delle Api il
professore scozzese Francis Hutcheson attacca l'idea che l'ambizione o l'amore per l'onore, - il
desiderio dell'approvazione altrui - possano essere motivazioni autonome ed esclusive. Accanto al
senso morale, - che è dotazione naturale ed originaria della natura umana, - ed al senso pubblico,
Hutcheson riconosce l'esitenza del senso dell'onore, "che rende occasione necessaria di piacere
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l'approvazione o la gratitudine degli altri per ogni buona azione da noi compiuta e occasione della
sgradevole sensazione chiamata vergogna la loro disapprovazione"
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Il senso dell'onore è una
motivazione egoistica ma come tale può essere di sostegno al senso morale, cooperare con esso come
principio d'azione. Secondo Hutcheson l'onore presuppone il senso morale, sia in chi lo desidera, sia in
coloro che lo conferiscono: "essere onorato, altamente stimato, apprezzato, lodato o al contrario
essere disprezzato, sottovalutato, biasimato o condannato; essere orgogliosi di sè o vergognarsi sono
parole senza significato se facciamo astrazione dal senso morale"
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Il desiderio d'onore coopera
dunque con la benevolenza, è un principio d'azione destinato a cooperare ed assistere il senso morale.
(Per dirla con la formulazione di Adam Smith, l'amore per la lode di Mandeville diventa l'amore per
l'essere degni di lode.)
Per George Berkeley gli uomini d'onore sono dei `bullies in morality'. (millantatori di moralità)
Impegnandosi a difendere l'ortodossia anglicana dagli attacchi dei `liberi pensatori' e dai `minuti
filosofi' - che paragona a mosche posate sulla colonna di una cattedrale, incapaci di guardare
all'insieme, Berkeley nell'Alcifrone attacca Mandeville e in generale le dottrine dei liberi pensatori non
solo da un punto di vista strettamente filosofico ma anche e sopratutto dal punto di vista degli effetti
che possono produrre sulla società. L'onore non è quell'incontaminata fonte di virtù che molti pensano
essere. Nè essere uomini d'onore è sufficente per essere virtuosi, anzi un uomo d'onore può per
esempio corrompere la sposa di un altro, ubricarsi, vendere un voto, rifiutarsi di pagare i debiti, tagliare
la gola a qualcuno per una parola senza diminuzione o pregiudizio del suo onore. In breve, scrive
Berkeley, l'onore tra miscredenti è come l'onestà tra i pirati: qualcosa di limitato ad essi e di cui gli
associati possono essere soddisfatti, ma contro cui ogni altro dovrebbe stare in guardia. L'onore -
considerato come un principio distinto da scienza, religione, ragione e virtù non è altro che un vuoto
nome. Ciò che induce l'uomo alla virtù per Berkeley non è altro che il sentimento religioso.
Per Mandeville, virtù ed onore hanno la medesima origine: l'ipersensibilità della natura umana
al giudizio dei propri simili. Sono forme di controllo delle proprie passioni motivate dall'ulteriore
passione della ricerca dell'approvazione altrui. L'ordine sociale della lussuosa, prospera e politicamente
stabile Inghilterra del Settecento, per Mandeville si fonda dunque sul nuovo codice della rispettabilità
commerciale, sullo spontaneo assestamento in nuove forme, di antichi rituali di mediazione tra
individui competitivi. Codici antichi, ma ancora funzionali, per quanto grotteschi ed anacronistici
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possano sembrare ad un'analisi disincantata: l'onore moderno è un legame irrinunciabile: «senza di
esso, così com'è, non si potrebbe vivere in una grande nazione: è il legame della società, e sebbene
siamo debitori alle nostre debolezze per il suo ingrediente più importante, non c'è virtù, o almeno non
ne conosco nessuna che sia stata utile la metà per la civilizzazione degli uomini»
v
Questi sono solo accenni, una frammentaria allusione alla complessità della del problema. Il
punto è che la ricerca sulla filosofia morale del primo Settecento ha molto da guadagnare da una
prospettiva che tenga conto del dibattito sull'onore. Le buone maniere ed i modelli di comportamento
di origine aristocratica, la questione della politeness, il rapporto tra onore e virtù, il ruolo delle passioni
egoistiche nella vita sociale morale ed economica sono temi centrali sia nella pubblicistica dell'epoca,
sia - per esempio - nell'opera del terzo lord Shaftesbury ed in quella di Mandeville, due autori che per i
successivi `moralisti inglesi' hanno rappresentato due opposti modelli paradigmatici, due punti di
riferimento obbligati con i quali misurarsi, positivamente o polemicamente. La questione dell'onore sta
quindi al centro della ridefinzione della virtù nella nuova società commerciale, dei nuovi parametri di
valutazione di ciò che è vizio e di cioò che è virtù. L'onore è in sostanza un principio arbitario, basato
su passioni considerate vizi da molti. Ma questo, in fondo comincia nel primo Settecento a non essere
più un problema. Come ha scritto Montesquieu, l'onore, anche il falso onore, è utile alla comunità,
almeno quanto il vero onore è utile a coloro che lo possiedono.
Andrea Branchi
Bibliografia selezionata
(principali fonti originali)
B. Mandeville The Fable of the Bees, Part II, London 1729
B. Mandeville An Enquiry into the Origin of Honour and Usefulness of Christianity in War London
1732
G. Berkeley, Essays in the Guardian (quattordici articoli, pubblicati tra il 14 marzo ed il 5 agosto 1713)
G. Berkeley, Alciphron, or the Minute Philosopher, 1732.
F. Hutcheson, Letters to the Dublin Journal, 1726
F. Hutcheson, Inquiry into the Origin of our Ideas of Beauty and Virtue, London 1725
F. Hutcheson, An Essay on the Nature and Conduct of the Passions and Affections, London 1728
(principali studi sul dibattito politico-ideologico inglese del primo settecento)
10
T. Horne, Bernard Mandeville's Ironic History of Politeness, in Politics, Politenss and Patriotism:
Papers Presented at the Folger Institute Seminar "Politics and Politeness in the Age of Walpole" 1986,
ed. G.J. Scochet, The Folger Institute, Washington, 1993, pp.229-244
E. Hundert, The Enlightenment's Fable: Bernard Mandeville and the discovery of society, Cambridge
U.P. 1994
L.Klein, Property and politeness in the early eighteenth-century Whig moralists. in Early Modern
Conceptions of Property, ed. by J.Brewer and S. Staves, New York 1995, pp.221-233
L. Klein, Liberty, Manners and Politeness in Early Eighteenth-Century England, «Historical Journal»,
32, 1989, pp. 583-605;
L.Klein, Shaftesbury and the Culture of Politeness. Moral discourse and cultural politics in early
eighteenth-century England, Cambridge University Press 1994;
L.Dickey, Pride, Hypocrisy and Civility in Mandeville's Social and Historical Theory, «Critical
Review», 1990, pp.387-431;
D. Van Kley, Pierre Nicole, Jansenism and the Morality of Enlightened Self-Interest, in Anticipation of
the Enlightenment in England, France and Germany, ed. by A.C. Kors and P.J. Korshin, Philadelphia
1987
J. Brewer, "The most polite age and the most vicious" Attitude towards culture as a commodity, 1600-
1800, in Early Modern Conceptions of Property, ed. by J.Brewer and S. Staves, New York 1995,
pp.342-359
i
B. Mandeville An Enquiry into the Origin of Honour and Usefulness of Christianity in War London 1732, trad. it. a cura
di Andrea Branchi (con testo originale a fronte) La Nuova Italia, Firenze 1999, p. 15
ii
J. Locke, Essay concerning human understanding, London 1690; trad. it. Saggio sull'intelletto umano, Torino, UTET,
1981, II, XXVIII, 15.
iii
An Essay on the Nature and Conduct of the Passions and Affections, 1728, I, I (trad. it a cura di L. Turco, Bologna 1997
p.18)
iv
F. Hutcheson, An Essay on the Nature and Conduct of the Passions and Affections, 1728, V, VIII (trad. it a cura di L.
Turco, Bologna 1997 p. 90)
v
B. Mandeville, The Fable of the Bees, a cura di F.B. Kaye, Oxford 1924, vol. I pp. 218-219; trad, it. La Favola delle Api,
Roma-Bari 1987, p. 147.
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