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Guido Bonino
Dottorato in filosofia del linguaggio
corso Regina Mergherita 93
Università di Torino, sede di
Vercelli
10124 Torino
XI ciclo
tel.: 011-81701262
Guido Bonino - Università degli Studi di Torino
Corso Regina Margherita 93 10124 Torino - 041/719208
Bertrand Russell e il Tractatus di Wittgenstein
Relatore: prof. Diego Marconi
Wittgenstein tra Frege e Russell
Wittgenstein ha una volta stilato un elenco delle influenze più importanti sul suo
pensiero, un elenco che comprende Boltzmann, Hertz, Schopenhauer, Frege, Russell, Kraus,
Loos, Weininger, Spengler e Sraffa
1
. È altresì noto che nella prefazione al Tractatus logico-
philosophicus Wittgenstein afferma di dovere "alle grandiose opere di Frege ed ai lavori del
mio amico Bertrand Russell gran parte dello stimolo ai miei pensieri"
2
. A prescindere dagli
espliciti riconoscimenti di Wittgenstein, appare abbastanza indubbio che i temi affrontati nel
Tractatus logico-philosophicus derivino in gran parte dalla lettura delle opere di Frege e di
Russell e dalle discussioni che Wittgenstein ebbe con Russell durante la sua permanenza a
Cambridge nel 1912-13.
A partire dagli anni cinquanta diversi filoni di ricerca e di studi wittgensteiniani hanno
messo in luce gli importanti legami tra la filosofia di Wittgenstein e quella di Frege. Molto
importante in questo senso è An Introduction to Wittgenstein's Tractatus di G.E.M.
Anscombe, del 1959
3
. Nell'Introduzione di questo libro si insiste molto sulla comunanza di
prospettive filosofiche di Wittgenstein e Frege e sulla necessità di conoscere le opere di
quest'ultimo per comprendere il Tractatus, non solo nei suoi aspetti specifici o tecnici, ma
anche per l'impostazione generale e la concezione stessa dei compiti della filosofia; nel corso
della trattazione i numerosi punti di contatto vengono puntualmente discussi. Di sfuggita si
osserva invece che Russell era troppo "imbevuto delle tradizioni dell'empirismo britannico"
4
,
ciò che sicuramente lo allontanava da Wittgenstein, sebbene si riconosca l'influenza di
Russell per quanto riguarda alcuni temi particolari (per esempio la teoria delle descrizioni).
Anche P.T. Geach favorì l'avvicinamento della filosofia di Wittgenstein a quella di Frege:
oltre al suo interesse per Frege, si veda la critica alla teoria dell'astrazione (e a Russell suo
sostenitore) in Mental Acts (1957)
5
, una critica basata anche sulle considerazioni di
Wittgenstein. Parecchi anni più tardi risulta poi fondamentale l'opera di M. Dummett su
Frege
6
, che non solo porta molti temi freghiani alla ribalta della discussione filosofica, ma
cerca di unire Frege e Wittgenstein in un progetto di teoria del significato come filosofia
prima. Sulla scia del lavoro di Dummett si sono poste molte ricerche successive, tra le quali si
possono ricordare, per quanto riguarda Wittgenstein, i due libri di P. Carruthers, Tractarian
Semantics. Finding Sense in Wittgenstein's Tractatus (1989)
7
e The Metaphysics of the
Tractatus (1990)
8
, che sottolineano fortemente la dipendenza della filosofia di Wittgenstein
da quella di Frege piuttosto che da quella di Russell. Su un filone in qualche modo freghiano
si colloca anche la linea interpretativa che tende a svalutare l'importanza dell'ontologia del
Tractatus: si vedano i contributi di H. Ishiguro, Use and Reference of Names (1969)
9
, B.
McGuinness, Der sogennante Realismus in Wittgensteins "Tractatus" (1981)
10
e C.
Diamond, The Realistic Spirit. Wittgenstein, Philosophy, and the Mind (1991)
11
. Soprattutto
l'interpretazione di Diamond, e in particolare le considerazioni avanzate nel capitolo
Throwing Away the Ladder: How to Read the Tractatus
12
, è stata ultimamente molto
discussa. Questa interpretazione, che riprende un suggerimento di P.T. Geach
13
, connette
strettamente la filosofia di Wittgenstein a quella di Frege, attraverso una derivazione della
distinzione wittgensteiniana tra dire e mostrare da quella freghiana tra funzione e oggetto. È
significativo che anche in questo caso Russell sia citato pochissimo e quasi solo in relazione
alla teoria delle descrizioni.
Certo non tutti gli interpreti di Wittgenstein tendono contrappongono le influenze di
Frege e quelle di Russell e privilegiano le prime. Per esempio P.M.S. Hacker tende spesso ad
avvicinare le posizioni di Frege e di Russell
14
, rispetto alle quali Wittgenstein avrebbe
mostrato atteggiamenti diversificati, ora di accettazione, ora di critica. Ma Hacker è più
interessato al "secondo" Wittgenstein che al "primo". Nel complesso si può probabilmente
affermare che il filone interpretativo (peraltro assai diversificato) che punta sul rapporto della
filosofia di Wittgenstein con quella di Frege è stato negli ultimi anni prevalente. Ciò non
significa che i rapporti del Tractatus con la filosofia di Russell siano stati ignorati: si vedano
per esempio articoli di D. Pears
15
e la sua opera in due volumi The False Prison
16
.
Per lo studio dei rapporti tra Russell e Wittgenstein è stata fondamentale la
pubblicazione, a cura dei Bertrand Russell Archives della McMaster University dei Collected
Papers of Bertrand Russell, e specialmente della Theory of Knowledge (1913)
17
, scritta da
Russell nel periodo di più stretta frequentazione con Wittgenstein (frequentazione che,
almeno a Russell, sembrava poter sfociare in una collaborazione
18
), e abbandonata in seguito
(anche) alle sue critiche. Legate alle attività dei Bertrand Russell Archives sono le ricerche di
N. Griffin
19
e di altri collaboratori degli archivi
20
, che affrontano il tema dei rapporti tra la
filosofia di Russell e quella di Wittgenstein, affrontato però dal punto di vista di Russell.
L'intento di questo lavoro è invece quello di porsi dal punto di vista di Wittgenstein. Si è
preso in considerazione esclusivamente il cosiddetto "primo" Wittgenstein, e più
precisamente la fase del suo pensiero che si conclude con il Tractatus, partendo dalle
discussioni con Russell a Cambridge negli anni 1912-13 (di cui rimane parziale testimonianza
nelle lettere di Wittgenstein a Russell) e passando attraverso le Notes on Logic, le Notes
Dictated to G.E. Moore in Norway e i Tagebücher 1914-1916, senza escludere ovviamente le
testimonianze che possano venire dalle critiche che Wittgenstein rivolse al Tractatus negli
anni successivi. L'obiettivo è quello di connettere in un modo il più possibile sistematico le
varie rapsodiche considerazioni dedicate ai rapporti tra specifici aspetti della filosofia di
Russell e di Wittgenstein, cercando in questo modo di ottenere una migliore comprensione del
Tractatus stesso.
Sono opportune a questo punto due precisazioni. In primo luogo, il fatto che si
concentri l'attenzione sui rapporti tra Wittgenstein e Russell non significa che si voglia
minimizzare l'importanza delle influenze freghiane, né che si intenda fin dall'inizio
contrapporsi alle varie interpretazioni che su queste influenze si sono basate in misura più o
meno ampia. Si tratta piuttosto di adottare una prospettiva euristica diversa e di trarne il
maggior numero possibile di risultati. In secondo luogo, la scelta di indagare le connessioni
tra la filosofia di Russell e quella del primo Wittgenstein non implica in alcun modo che si
ritengano assimilabili e perlomeno vicine le loro posizioni teoriche. Ciò che invece si cerca di
fare è di vedere se e in che modo siano simili i loro problemi di partenza, come esattamente
Wittgenstein abbia riflettuto a partire da problemi che erano (anche) di Russell, pur finendo in
molti casi per formulare soluzioni diverse
21
.
La ricerca ha come oggetto i nuclei tematici del Tractatus a cui si potrebbero far
corrispondere assai grossolanamente le etichette di ontologia (la discussione su oggetti, stati
di cose e fatti), filosofia del linguaggio (teoria della raffigurazione) e logica (natura della
logica, tautologie...), tralasciando dunque per esempio le parti sulla filosofia della scienza o
sul mistico. In ciò che segue si cercherà di dare un'idea complessiva dei temi affrontati, ma ci
si concentrerà maggiormente su quelli che, pur con molte precauzioni, abbiamo definito
ontologici, sia perché il mio lavoro su di essi è in uno stadio più avanzato, sia perché sono
stati trattati forse meno frequentemente.
Teoria del giudizio e ontologia
Il punto di partenza, dal quale si giungerà alle discussioni wittgensteiniane su oggetti,
fatti e stati di cose, è costituito da un tema della filosofia di Russell che ultimamente è stato
oggetto di una certa attenzione: la teoria del giudizio come relazione multipla. Esaminando le
difficoltà incontrate da Russell nell'elaborazione di questa teoria vengono alla luce in modo
particolarmente chiaro due problemi, tra loro strettamente connessi, che secondo Griffin
22
sono particolarmente importanti perché il tentativo di risolverli costituisce una costante
nell'evoluzione, spesso turbolenta, della filosofia di Russell: il problema dell'unità della
proposizione e il problema del doppio aspetto. Il problema dell'unità della proposizione è
talvolta conosciuto come problema di Bradley. Russell, nella sua reazione contro l'idealismo e
soprattutto contro il monismo di Bradley, si trova a dover affrontare questo problema, che si
ripresenta a diversi livelli; ogni volta Russell propone soluzioni diverse, di cui però non è mai
pienamente soddisfatto, perché non impediscono il ripresentarsi del problema a un altro
livello. È nota la critica di Bradley alla nozione di relazione, la cui inconsistenza, o incapacità
di porre davvero in relazioni i suoi termini, viene dimostrata attraverso un regresso
all'infinito. Per quanto riguarda i fatti in generale Russell sembra respingere alla radice
l'argomento di Bradley. Le relazioni sono appunto relazioni, in quanto tali sono diverse dalle
cose o particolari, e sempre in quanto tali la funzione di relare fa parte della loro natura: non
ha dunque alcun senso richiedere (come fa Bradley) altre relazioni per relare la relazione
originaria ai suoi termini. Ma le cose si complicano quando si deve rendere conto del
giudizio. Nella sua fase "platonica" Russell aveva sostenuto che quella del giudizio è una
relazione binaria, avente come termini il soggetto del giudizio e una proposizione. Ma presto
questa teoria non lo soddisfa più; sia per ragioni ontologiche (implica infatti la necessità di
ammettere entità bizzarre come le proposizioni false), sia (e forse soprattutto) per
l'impossibilità di costruire su queste basi una teoria corrispondentista della verità
23
. Secondo
la teoria del giudizio come relazione multipla il giudizio che aRb è costituito dalla relazione
del soggetto giudicante con l'oggetto a, con l'oggetto b e con la relazione R. Che il giudizio
sia vero o falso, a, b e R sono oggetti reali, e non c'è dunque bisogno di ammettere entità
dubbie come le proposizioni false. Il giudizio che aRb è vero quando tra gli oggetti particolari
a e b sussiste effettivamente la relazione R; in caso contrario è falso. In questo modo Russell
si libera completamente delle proposizioni: se con esse si indicano semplicemente i fatti
(ovviamente se si tratta di proposizioni vere), allora tanto vale parlare di fatti; se invece si
tratta di proposizioni false o se con "proposizione vera" si intende una sorta di duplicazione
dei fatti, allora questo tipo di proposizioni non esiste. L'espressione "che aRb" non è un nome
autentico, ma un simbolo incompleto, che acquista pieno significato solo con l'aggiunta di
altre parole, come per esempio "io giudico che...". Una caratteristica fondamentale della teoria
del giudizio come relazione multipla è che gli oggetti del giudizio sono gli stessi elementi che
costituiscono il fatto che rende vero il giudizio (sempre che sia vero), e questo perché nella
sua reazione contro l'idealismo Russell non vuole ammettere nessun intermediario tra la
mente e le cose esterne. Questa caratteristica dà origine a diverse complicazioni. Nel famoso
esempio russelliano "Otello crede che Desdemona ami Cassio", la relazione subordinata
/amare/
24
non può essere una relating relation (una relazione relante), ma deve essere una
relation as a term (si tratta di una distinzione introdotta da Russell in The Principles of
Mathematics), e questo in parte perché la relazione subordinata costituisce un termine di
un'altra relazione (la relazione principale di giudizio /credere/), ma ancor più perché in caso
contrario l'atto di giudizio produrrebbe automaticamente il fatto corrispondente (e non
potrebbe dunque essere falso). Ma una relation as a term non svolge davvero la sua funzione
di relazione, non pone in relazione i suoi termini (in questo caso Desdemona e Cassio), e
perciò non può neanche porli in relazione in un modo piuttosto che in un altro. Sembra
dunque che risulti impossibile distinguere tra /Desdemona ama Cassio/ e /Cassio ama
Desdemona/, e anche che non si possano riconoscere casi di insensatezza come /ama
Desdemona Cassio/. Nel tentativo di dare una risposta al problema dell'unità della
proposizione Russell incappa dunque in quello che Griffin chiama un problema del doppio
aspetto. In The Problems of Philosophy (1912) Russell cerca di risolvere queste difficoltà
attribuendo alla relazione principale del giudizio la doppia funzione di unificare il giudizio
stesso e di conferirgli una direzione. Ma nella Theory of Knowledge (1913) Russell propone
una soluzione ancora diversa, spinto da diverse ragioni (anche sotto l'influenza di
Wittgenstein). La ragione più importante sembra essere l'incapacità da parte della teoria
proposta in The Problems of Philosophy non tanto di distinguere i vari giudizi tra loro, quanto
di escludere (rendere impossibili) quelli insensati. Russell introduce così la nozione di forma
logica; la forma logica funge da filtro che non lascia passare i giudizi insensati. Ma anche così
sembrano ripresentarsi i vecchi problemi: se la forma logica fornisce alla proposizione (che
talvolta Russell resuscita quasi dimenticandosi che non ne dovrebbero esistere) una direzione,
allora le fornisce anche una qualche sorta di unità (sia pur formale, o derivata); ma allora i
giudizi producono da sé i fatti che li rendono veri. Lo status ontologico della forma logica,
inoltre, ripresenta le tipiche difficoltà del doppio aspetto: essa deve essere un costituente della
proposizione e al tempo stesso non esserlo, per evitare un regresso all'infinito. Russell ha
infine abbandonato la stesura della Theory of Knowledge, sia per le contraddizioni interne, sia
per le critiche di Wittgenstein, la cui esatta natura è ancora oggetto di discussione, ma che
hanno probabilmente a che fare con i controversi rapporti tra la teoria del giudizio come
relazione multipla e la teoria dei tipi, la cui introduzione è necessaria per risolvere il problema
dei giudizi insensati
25
. Questa difficoltà risulta particolarmente grave perché la teoria del
giudizio come relazione multipla e la teoria dei tipi sono importanti fondamenti filosofici dei
Principia Mathematica (e come tali sono presentati nell'Introduzione).
In una lettera a Bradley del gennaio 1914 (citata in esergo all'articolo di Griffin Terms,
Relations, Complexes, cit.), rispondendo a una critica sull'ormai annoso problema dell'unità
della proposizione, Russell ammette le proprie difficoltà e incertezze, ma afferma di sperare
che una soluzione definitiva possa venire dal lavoro di Wittgenstein: "Riconosco pienamente
l'importanza vitale delle questioni da Lei sollevate, soprattutto per quanto riguarda le 'unità';
riconosco che è mio dovere rispondervi, se posso, e, se non posso, cercare una risposta finché
vivrò... Grazie al lavoro di un mio allievo austriaco, mi sembra ora di vedere delle risposte
riguardo alle unità; ma l'argomento è così difficile e di così grande importanza che ancora
esito". La riflessione di Wittgenstein ha poi preso strade che Russell non poteva e non voleva
condividere (né forse le comprendeva pienamente). Ma vale la pena di prendere sul serio
questa osservazione epistolare di Russell e cercare di vedere il lavorio di Wittgenstein che
condurrà al Tractatus anche come un tentativo di risolvere i problemi che Bradley aveva
posto a Russell e a cui Russell riconosceva di non saper dare una risposta definitiva (anche se
con ogni probabilità Wittgenstein non era consapevole del ruolo di Bradley in tutta la
questione)
26
.
Wittgenstein sembra rendersi conto del fatto che le varie soluzioni tentate da Russell,
sempre più complesse e raffinate, non fanno che riproporre gli stessi problemi a un livello via
via diverso. È perciò necessario un mutamento di prospettiva, e l'ontologia del Tractatus offre
tale mutamento di prospettiva. L'obiezione di Bradley a Russell si può anche formulare così:
l'insieme dei costituenti della proposizione (ottenuti dalla proposizione attraverso l'analisi)
non costituisce la proposizione stessa (da qui la critica bradleyana al metodo dell'analisi). A
seguito dell'analisi qualcosa va perso, come risulta evidente, per esempio, dal fatto che dalla
stessa lista di costituenti si possono ricavare proposizioni diverse (/Desdemona ama Cassio/ e
/ Cassio ama Desdemona/): la differenza tra le due proposizioni sembra avere origine da
qualcosa che nell'analisi non è contemplato. L'ultimo tentativo di soluzione di questo
problema da parte di Russell consiste nell'introduzione di un nuovo elemento, la forma logica,
che è un oggetto del giudizio ma non un costituente della proposizione (e in questo modo
ancora una volta Russell si imbatte nelle difficoltà poste dal doppio aspetto).
La nuova mossa di Wittgenstein per venire a capo di queste difficoltà si articola,
nell'ontologia delle prime proposizioni di Tractatus (strettamente connesse alla teoria della
raffigurazione) in due punti, che hanno a che fare, rispettivamente con le nozioni di
Sachverhalt (stato di cose) e di Tatsache (fatto). Nell'ambito di considerazioni legate alla
teoria della bipolarità della proposizione (nettamente distinta dal più debole principio
russelliano della bivalenza), Wittgenstein afferma innanzitutto che le proposizioni
rappresentano stati di cose (o situazioni, ché nel Tractatus gli stati di cose sono sempre
atomici) possibili. In questo modo ci si schiera decisamente a favore dell'interpretazione dei
Sachverhalte del Tractatus come possibilità e non come fatti attuali, per ragioni legate in
primo luogo alla teoria della raffiguazione e al principio della bipolarità della proposizione.
Infatti, se i Sachverhalte fossero sempre attuali risulterebbe difficile comprendere in che
senso le proposizioni siano bipolari. E proprio grazie alla bipolarità delle proposizioni che
rappresentano stati di cose possibili Wittgenstein può eliminare alcune delle difficoltà di
Russell che sorgono dall'esigenza di ammettere truth-makers per le proposizioni false
27
.
Appare probabile, d'altra parte, che Russell non avrebbe accettato una soluzione di questo
tipo, a causa della sua riluttanza di fronte alla nozione di possibilità, ritenuta un indizio di
analisi incompleta
28
.
Ma la risposta di Wittgenstein ai problemi di Russell, come accennato, si articola
anche in un altro punto: la proposizione è un fatto, e proprio in quanto tale può raffigurare un
altro fatto. Si veda a questo proposito la proposizione 3.1432 del Tractatus: "Non: "Il segno
complesso <aRb> dice che a sta nella relazione R con b", ma: Che "a" stia in una certa
relazione con "b" dice che aRb". Wittgenstein insiste dunque sulla distinzione tra nomi e
proposizioni e sulla connessa distinzione tra complessi e fatti
29
, e in questo modo può
risolvere il problema di Russell riguardante l'unità della proposizione: la proposizione è
un'unità perché è un fatto. Questa interpretazione implica una netta distinzione tra Sachverhalt
e Tatsache: un Tatsache non è la somma di bestehenden Sachverhalten, ma das Bestehen von
Sachverhalten
30
. Strettamente legata a questa concezione, che pone fatti e stati di cose su
piani molto diversi, è l'idea wittgensteiniana dell'implicitezza della forma
31
: la forma intesa
come possibilità di occorrenza degli oggetti negli stati di cose, in opposizione alla concezione
russelliana della forma logica come oggetto distinto dell'atto di giudizio. L'affermazione
dell'implicitezza della forma costituisce al tempo stesso il riconoscimento dell'inutilità della
forma logica russelliana per risolvere i problemi dell'unità e del doppio aspetto e un tentativo
di soluzione. La strategia di Russell, che di fronte all'esigenza di spiegare l'unità della
proposizione introduce sempre nuove entità che dovrebbero svolgere questo compito, è
destinata al fallimento, perché si ripropone ogni volta per queste entità il problema del doppio
aspetto: in quanto nessi devono conferire unità e forma ai complessi, in quanto entità devono
esse stesse essere unificate nel complesso secondo una determinata forma. Wittgenstein
rinuncia a questa stratificazione potenzialmente infinita di nessi afflitti dal problema del
doppio aspetto e cerca di risolvere la difficoltà in un colpo solo, grazie alla nozione di fatto
come sussistere di stati di cose e all'implicitezza della forma.
Presupposto delle concezioni di Wittgenstein è uno slittamento dei problemi di Russell
dall'ambito dell'atto di giudizio a quello della proposizione, reintegrata nella sua piena
legittimità. Ciò è reso possibile dal fatto di considerare la proposizione come "il segno
proposizionale [ovvero una configurazione fisica] nella sua relazione di proiezione con il
mondo"
32
, mentre "il metodo della proiezione è il pensare il senso della proposizione"
33
.
Russell aveva probabilmente alcune riserve riguardo a queste osservazioni, in cui avrebbe
potuto scorgere il rischio di ammettere un intermediario tra la mente e le cose esterne (in una
lettera a Russell del 19-8-1919 Wittgenstein dice che un pensiero "consta di costituenti
psichici", anche se non sa indicare ­ né gli interessa ­ la loro natura). D'altra parte lo stesso
Russell è oscillante nel suo rifiuto delle proposizioni (anche all'interno di una stessa opera,
come nella Theory of Knowledge) e tornerà ad accettarle, sotto l'influenza di Wittgenstein, in
The Philosophy of Logical Atomism
(1919).
Si può presentare a questo punto la domanda che tante volte è stata posta sulla natura
degli oggetti che secondo Wittgenstein costituiscono gli stati di cose. In particolare ci si può
domandare se essi debbano essere concepiti solo come particolari o anche come universali
(quest'ultima è la posizione di Russell, per il quale le relazioni sono a tutti gli effetti
costituenti dei complessi). Ci sono buone ragioni testuali a sostegno di entrambe le
interpretazioni, come pure di una terza interpretazione, secondo cui Wittgenstein
deliberatamente rifiuta di scegliere tra le alternative. Per quanto riguarda le questioni appena
discusse non sembra che le diverse interpretazioni mutino sostanzialmente la situazione. Se le
relazioni non sono oggetti, allora svolgono direttamente la loro funzione unificatrice; se
invece sono anch'esse oggetti, tale funzione è esercitata dal loro sussistere
34
.
Neanche la soluzione proposta da Wittgenstein ai problemi incontrati da Russell nella
teoria del giudizio risulta del tutto trasparente ed esente da difficoltà. Varie incoerenze nella
nozione di Sachverhalt sono state notate, per esempio, da P. Simons
35
e da K. Mulligan
36
,
soprattutto per quanto riguarda i suoi rapporti con le nozioni di complesso e di fatto. Simons
osserva tra l'altro una tendenza nel Tractatus a distinguere tra il raffigurare (abbilden) fatti e il
rappresentare (darstellen o vorstellen) stati di cose
37
. Lo stesso Wittgenstein, d'altra parte,
avanzerà più tardi delle critiche alle concezioni del Tractatus concernenti complessi e stati di
cose
38
. Secondo le osservazioni di Simons e Mulligan il Sachverhalt deve svolgere nel
Tractatus una funzione a mezzo tra quella di un complesso e quella di un fatto; questa
circostanza può essere letta piuttosto naturalmente come una tipica manifestazione del
problema del doppio aspetto, che così a lungo aveva tormentato Russell.
Logica e filosofia del linguaggio
Come si è già accennato, questa discussione di questioni che per comodità abbiamo
definito ontologiche non deve far supporre che le interazioni tra il pensiero di Russell e quello
di Wittgenstein siano avvenute solo a questo livello. È ovviamente almeno altrettanto
importante l'interazione sul piano della teoria della raffigurazione e della logica. È stato più
volte sostenuto che l'ontologia del Tractatus è argomentata a partire da caratteristiche del
linguaggio, e ciò apre un percorso approssimativamente inverso a quello fin qui delineato, ma
che tocca gli stessi argomenti o perlomeno argomenti analoghi. L'utilità del percorso
ontologico è principalmente quella di mettere in maggior rilievo alcune connessioni che
altrimenti potrebbero rimanere in posizione piuttosto defilata. È necessario infine osservare
che la distinzione tra questioni ontologiche e questioni logiche o di filosofia del linguaggio ha
ovviamente un significato che è puramente espositivo, poiché, soprattutto nel caso di Russell
e Wittgenstein, i due livelli sono intrecciati strettamente.
Anche nel percorso "logico" risulta centrale l'idea che una proposizione assuma il suo
potere raffigurativo dall'essere un fatto
39
. Come è stato rilevato da H. Ishiguro
40
, quest'idea è
essenziale per comprendere le ragioni della critica di Wittgenstein alla teoria dei tipi (e anche
per comprendere l'importanza di tale critica nella filosofia di Wittgenstein): "Ciò che
identifica un segno di funzione non sono solo le lettere o le espressioni. È il fatto che le lettere
[...] o le espressioni stanno in una certa relazione con i nomi (che sono loro argomenti) a
rendere le lettere o le espressioni segni di funzione"
41
. Partendo dalle considerazioni di
Ishiguro, M.A. Ruffino cerca di spiegare il principio di contestualità in Wittgenstein proprio a
partire dalla sua critica alla teoria dei tipi
42
.
Dalla teoria della bipolarità della proposizione, connessa alla nozione di stato di cose,
deriva la non rappresentatività delle costanti logiche: se p e ¬ p rappresentano lo stesso stato
di cose, allora ¬ non rappresenta nulla. In questo modo la logica è privata di quelli che per
Russell erano i suoi oggetti, gli oggetti logici appunto (tra i quali secondo Griffin si possono
distinguere i connettivi logici, le forme logiche e le categorie logiche). Dunque la logica (e
così la filosofia) non ha più oggetto, non parla di nulla. D'altronde le proposizioni della
logica, che sono per Wittgenstein le tautologie, non sono vere e proprie proposizioni, in
quanto non possono essere false (violano il principio di bipolarità): sono infatti insensate. Da
qui proviene la concezione wittgensteiniana della filosofia, non come teoria, insieme di
proposizioni, ma come attività, che mostra, ma non dice il modo di funzionare del linguaggio.
In questo modo Wittgenstein risponde ai quesiti di Russell sulla natura della logica, quesiti a
cui Russell stesso aveva sperato che potesse venire una risposta definitiva proprio da
Wittgenstein. La teoria degli oggetti logici (tra i quali, come si è visto, ci sono anche le forme
logiche) costituiva infatti per Russell anche un tentativo di fornire un oggetto di studio alla
logica (e dunque alla filosofia) e di chiarirne la natura. Ma la soluzione di Wittgenstein
doveva riuscire del tutto sgradita a Russell, che voleva salvaguardare il valore conoscitivo
della filosofia e che probabilmente riteneva la distinzione tra dire e mostrare come una
comoda scappatoia misticheggiante. Non a caso nell'Introduzione al Tractatus Russell
propone una distinzione tra linguaggio oggetto e metalinguaggio, una concezione per lui del
tutto insolita, proprio per evitare le conclusioni wittgensteiniane sull'impossibilità di dire
certe cose.
Le difficoltà che secondo Simons e Mulligan sorgono nel Tractatus riguardo ai
rapporti tra stati di cose (oggetto di rappresentazione) e fatti (oggetto di raffigurazione)
possono utilmente essere riconsiderate su un piano "logico". In Tractatus, 4.022 si dice: "La
proposizione mostra come le cose stanno, se essa è vera. E dice che le cose stanno così", ossia
rappresenta uno stato di cose e dice che esso sussiste ­ è un fatto. Ma a partire dalla natura
stessa della proposizione Wittgenstein mostra che questi due ruoli sono indissolubili: è
nell'atto stesso di presentare una situazione possibile che la proposizione è vera o falsa,
ovvero dice che le cose stanno così, ovvero è dotata di forza assertoria. Da qui deriva
l'osservazione di Wittgenstein sull'inutilità del segno di giudizio di Frege e Russell. La
questione a cui si è ora accennato è un buon esempio di come lo stesso problema possa esser
affrontato da una prospettiva orientata in senso più "ontologico" e da una orientata in senso
più "logico". Da entrambe le prospettive, e dalla loro interazione, risulta una chiarificazione
dei rapporti tra la filosofia di Wittgenstein e quella di Russell. Un altro esempio di importanza
centrale è quello della teoria dei tipi e della sua critica. Come si è visto, secondo Sommerville
e Griffin è proprio dai controversi rapporti tra teoria dei tipi e teoria del giudizio come
relazione multipla che dipende l'abbandono di quest'ultima da parte di Russell; e d'altra parte
la critica alla teoria dei tipi risulta fondamentale anche per la teoria della raffigurazione di
Wittgenstein
43
.
La stretta connessione tra problemi ontologici e problemi logici o di filosofia del
linguaggio, realizzata pienamente nel Tractatus, sembra tra l'altro facilitata dal fatto che i
problemi di origine bradleyana di Russell si presentano in modo particolarmente evidente
(almeno nella fase della filosofia di Russell che corrisponde ai più stretti contatti con
Wittgenstein) nella teoria del giudizio, che ben si presta, grazie agli slittamenti
wittgensteiniani a cui si è accennato, a trasformarsi in una teoria della raffigurazione.

1
L. Wittgenstein, Culture and Value, a cura di G.H. von Wright con la collaborazione di H. Nyman, trad. di P.
Winch, Oxford, Blackwell, 1980, p. 19.
2
Su questo passo cfr. le osservazioni in R. McDonough, A Note on Frege's and Russell's Influence on
Wittgenstein's Tractatus
, "Russell", N.S. XIV, 1994, pp. 39-44.
3
G.E.M. Anscombe, An Introduction to Wittgenstein's Tractatus, London, Hutchinson, 1959.
4
G.E.M. Anscombe, op. cit., p. 14.
5
P.T. Geach, Mental Acts, London, Routledge & Kegan Paul, 1957.
6
M. Dummett, Frege. Philosophy of Language, London, Duckworth, 1973.
7
P. Carruthers, Tractarian Semantics. Finding Sense in Wittgenstein's Tractatus, Oxford, Blackwell, 1989.
8
P. Carruthers, The Metaphysics of the Tractatus, Cambridge, Cambridge University Press, 1990.
9
H. Ishiguro, Use and Reference of Names, in P. Winch (a cura di), Studies in the Philosophy of Wittgenstein,
London - New York, Routledge & Kegan Paul - Humanities Press, 1969, pp. 20-50.
10
B. McGuinness, Der sogennante Realismus in Wittgensteins "Tractatus", in R. Haller (a cura di), Sprache
und Erkenntnis als soziale Tatsache
, Wien, Hölder-Pichler-Tempsky, 1981, pp. 23-34.
11
C. Diamond, The Realistic Spirit. Wittgenstein, Philosophy, and the Mind, Boston, Mit Press, 1991.
12
C. Diamond, The Realistic Spirit cit., pp. 179-204, già pubblicato come articolo, "Philosophy", LXIII, 1988.
13
P.T. Geach, Saying and Showing in Frege and Wittgenstein, in J. Hintikka, Essays on Wittgenstein in Honour
of G.H. von Wright
, Amsterdam, North-Holland, 1976.
14
Cfr. per esempio P.M.S. Hacker, Wittgenstein's Place in Twentieth-Century Analytic Philosophy, Oxford,
Blackwell, 1996, pp. 26-29.
15
D. Pears, Logical Atomism: Russell and Wittgenstein, in G. Ryle (a cura di), The Revolution in Philosophy,
London, Macmillan, 1956; D. Pears, The Relation between Wittgenstein's Picture Theory of Propositions and
Russell's Theory of Judgment

, in C.G. Luckhardt (a cura di), Wittgenstein: Sources and Perspectives, Ithaca
(N.Y.), Cornell University Press, 1979; D. Pears, Wittgenstein's Picture Theory and Russell's Theory of
Knowledge

, in H. Berghel, A. Hübner, E. Köhler (a cura di), Wittgenstein. The Vienna Circle and Critical
Rationalism
, Wien, Hölder-Pichler-Tempsky, 1979; D. Pears, The Emergence of Wittgenstein's Logical
Atomism
, "Teoria", V, 1985, pp. 175-185; D. Pears, Russell's 1913 Theory of Knowledge Manuscript, in C.W.
Savage, C.A. Anderson (a cura di), Rereading Russell: Essays in Bertrand Russell's Metaphysics and
Epistemology

, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1989.
16
D. Pears, The False Prison. A Study of the Development of Wittgenstein's Philosophy, Oxford, Oxford
University Press, 1987, 1988; cfr. soprattutto il primo volume.
17
Vol. VII, London, George Allen & Unwin, 1984.
18
Russell giunse a pensare che Wittgenstein avrebbe potuto riscrivere la prima parte dei Principia Mathematica
per una nuova edizione (cfr. D. Pinsent, A Portrait of Wittgenstein as a Young Man. From the Diary of David
Hume Pinsent

, a cura di G.H. von Wright, Oxford, Blackwell, 1990, p. 89).
19
N. Griffin, Russell's Multiple Relation Theory of Judgment, "Philosophical Studies", XLVII, 1985, pp. 213-
247; N. Griffin, Wittgenstein's Criticism of Russell's Theory of Judgment, "Russell", N.S. V, 1985-86, pp. 132-
145; N. Griffin, Terms, Relations, Complexes, in A.D. Irvine, A.G. Wedeking (a cura di), Russell and Analytic
Philosophy

, Toronto, University of Toronto Press, 1993, pp. 159-192.
20
Cfr. per esempio K. Blackwell, The Early Witttgenstein and the Middle Russell, in I. Block (a cura di),
Perspectives on the Philosophy of Wittgenstein
, Oxford, Blackwell, 1981, pp. 1-30.
21
Né d'altra parte questo significa che le soluzioni di Wittgenstein debbano per forza essere ritenute le risposte
corrette a domande a cui Russell non aveva saputo rispondere in modo soddisfacente; in altri termini, per dirla
con Griffin, non bisogna pensare che "se solo Russell fosse stato un filosofo migliore, sarebbe stato
Wittgenstein" (N. Griffin, Terms, Relations, Complexes, cit., p. 180), e questo perché Russell aveva spesso delle
buone ragioni (dal suo punto di vista) per non accettare le soluzioni di Wittgenstein.
22
Cfr. D. Griffin, Terms, Relations, Complexes, cit.
23
Si veda a questo proposito il suo articolo On the Nature of Truth ("Proceedings of the Aristotelian Society",
1906-07, pp. 28-49), dove Russell formula per la prima volta, in forma ancora dubitativa, una versione della

teoria del giudizio come relazione multipla. Si tratta di una versione piuttosto incerta e confusa, ma sembra
piuttosto chiaro che l'obiettivo di Russell sia quello di costruire una teoria corrispondentista della verità.
24
Si adotta qui la terminologia proposta in N. Griffin, Russell's Multiple Relation Theory of Judgment, cit.
25
Per questa interpretazione cfr. S. Sommerville, Wittgenstein to Russell (July, 1913): "I am very sorry to hear...
my objection paralyses you"
, in Language, Logic and Philosophy, Wien, Hölder-Pichler-Tempsky, 1981, pp.
182-188; N. Griffin, Russell's Multiple Relation Theory of Judgment, cit.; N. Griffin, Wittgenstein's Criticism of
Russell's Theory of Judgment

, cit.
26
Per una proposta di interpretazione del Tractatus secondo queste lineee cfr. A. Palmer, Concept and Object.
The Unity of the Proposition in Logic and Psychology
, London, Routledge, 1988, cap. IV.
27
Secondo l'interpretazione di B. Linsky (Why Russell Abandoned Russellian Propositions, in A.D. Irvine, A.G.
Wedeking (a cura di), cit., pp. 193-209) proprio queste difficoltà sono fondamentali per spiegare il rifiuto delle
proposizioni da parte di Russell.
28
Cfr. Theory of Knowledge, p. 111; la probabile scarsa simpatia di Russell per gli stati di cose possibili
deriverebbe inoltre, sempre secondo Linsky, op. cit., dalle stesse ragioni che lo inducono a rifiutare fatti falsi,
ossia un'avversione nei confronti dell'idea che la predicazione possa non produrre fatti.
29
Si veda per esempio verso l'inizio delle Notes on Logic: "Frege disse "le proposizioni sono nomi"; Russell
disse "le proposizioni corrispondono a complessi". Ambe le tesi sono false; e specialmente falsa è l'asserzione
"le proposizioni sono nomi di complessi"".
30
Cfr. P. Simons, The Old Problem of Complex and Fact, "Teoria", V, 1985, pp. 205-225; A. Palmer, The
Complex Problem and the Theory of Symbolism
, in R. Monk, A. Palmer (a cura di), Bertrand Russell and the
Origins of Analytic Philosophy
, Bristol, Thoemmes, 1996, pp. 155-182.
31
Cfr. D. Pears,Wittgenstein's Picture Theory and Russell's Theory of Knowledge, cit.
32
Tractatus, 3.12.
33
Tractatus, 3.11.
34
"Il nesso logico [...] [è] il sussistere d'una relazione", Tagebücher 1914-1916, 4-11-1914.
35
Op. cit.
36
K. Mulligan, "Wie die Sachen sich zueinander verhalten" inside and outside the "Tractatus", "Teoria", V,
1985, pp. 145-174.
37
P. Simons, op. cit., p. 219.
38
Cfr. per esempio Philosophische Grammatik, Appendice, 1 alla Parte prima.
39
Cfr. Tractatus, 3.1432.
40
H. Ishiguro, Wittgenstein and the Theory of Types, in I. Block (a cura di), Perspectives on the Philosophy of
Wittgenstein
, cit., pp. 43-59.
41
H. Ishiguro, Wittgenstein and the Theory of Types, cit., p. 50; cfr. anche, nelle Notes Dictated to G.E. Moore
in Norway
: "Ciò che simbolizza in

è che

sta a sinistra d'un nome proprio", o Tractatus, 3.333, dove si dice
che la lettera F "da sola, non designa nulla".
42
M.A. Ruffino, The Context Principle and Wittgenstein's Criticism of Russell's Theory of Types, "Synthese",
XCVIII, 1994, pp. 401-414.
43
G. Landini (A New Interpretation of Russell's Multiple-Relation Theory of Judgment, "History and Philosophy
of Logic", XII, 1991, pp. 37-69) ha proposto un'interpretazione della teoria del giudizio come relazione multipla
(e dunque delle critiche rivoltele da Wittgenstein) alternativa rispetto a quella di Griffin, ma anche seguendo i
suggerimenti di Landini si possono trovare molte interrelazioni tra i problemi di Russell e quelli di Wittgenstein.