Luca Bellotti
(Università di Pisa - X Ciclo)
Che cos'è un modello della teoria assiomatica degli insiemi?
Luca Bellotti Universita' degli studi di Pisa Via E. Gianturco n. 55 19126 La Spezia tel. 0187-524673
Nelle pagine seguenti cercheremo di articolare, in modo sintetico ma il più possibile preciso, il
complesso di problemi che sono oggetto delle nostre ricerche. Non poniamo la domanda che costituisce il titolo (provvisorio) della nostra Tesi con l'intento di rispondervi con una definizione matematica, benché naturalmente il nostro punto di partenza e di riferimento sia la metamatematica della teoria assiomatica degli insiemi. Vogliamo invece porre la questione del significato filosofico dello studio dei modelli della teoria degli insiemi. Se vogliamo classificarla, si tratta di una questione di filosofia della matematica; ma vedremo che ben presto essa coinvolgerà problemi filosofici più generali, principalmente di teoria della conoscenza. La questione si articola negli aspetti seguenti, che verranno sotto brevemente esposti (rimandando di volta in volta alle rispettive sezioni della bibliografia):
1. Il nesso sintassi/semantica; 2. Il problema della 'circolarità' di ogni semantica per la teoria degli insiemi; 3. Il problema della coerenza delle ipotesi 'forti'; 4. Il problema dell'univocità dell'interpretazione; 5. L'alternativa del secondo ordine; 6. Il 'caso' della definizione delle costanti logiche; 7. Le difficoltà di un 'naturalismo insiemistico' che voglia fare a meno del realismo; 8. Il realismo come esigenza implicita nei problemi precedenti; 9. L'esigenza di univocità come essenza del realismo in matematica; la sua ineludibilità e, nello stesso tempo, impossibilità; 10. Un punto di vista 'trascendentale'?
1. La teoria degli insiemi è, innanzitutto, il 'luogo' in cui il nodo problematico dei rapporti tra sintassi e
semantica emerge in tutta la sua complessità. Teoria e metateoria, nel caso della teoria degli insiemi, sono fondamentalmente omogenee, e questo può indurre l'illusione di aver finalmente raggiunto la Metateoria per eccellenza, una sorta di linguaggio naturale della matematica, un linguaggio univoco, che rimane inattaccabile dalle patologie dei linguaggi formali, in particolare dalla proliferazione dei modelli non standard. Si tratta, tuttavia, di un'illusione: l'unità metodologica di teoria e metateoria non comporta la trasformazione del linguaggio formale in un particolare linguaggio naturale, quanto piuttosto la fine di ogni pretesa della semantica di riuscire in quella determinazione univoca dell'interpretazione che sfugge alla sintassi. In altre parole, nel passaggio dalla sintassi della teoria degli insiemi alla sua semantica ci portiamo dietro tutti i fenomeni limitativi e patologici, e possiamo superarli sempre soltanto in senso relativo, ad esempio tenendo fermo come modello standard
un modello che in un altro contesto può non esserlo. Questo nodo del rapporto sintassi/semantica emerge con chiarezza in tutta la sua problematicità in una
discussione tra Beth e Carnap (si veda Bibliografia, 1) in cui Beth sottolinea come sia necessario fare riferimento ad un modello intuitivo per mantenere invariante la sintassi del linguaggio oggetto considerato, e Carnap risponde che, per poter comunicare, è necessario che una interpretazione sia in qualche modo fissata. E' chiaro che il problema che viene sollevato è in realtà ben più grave: alcuni risultati metateorici fondamentali (in particolare: completezza, compattezza, esistenza di modelli non standard) mostrano che una volta effettuato il passaggio alla formalizzazione, l'accordo di cui parla Carnap non è possibile mediante le risorse della formalizzazione stessa; in altre parole, dalla formalizzazione non si può tornare indietro ad una (mitica) 'innocenza primigenia' in cui un certo linguaggio matematico sarebbe semplicemente la descrizione di una ben determinata 'realtà' matematica.
Si potrebbe, tuttavia, rovesciare completamente l'argomento fin qui condotto, ed usarlo come un
argomento a favore di un realismo ingenuo. Infatti, se la sintassi soffre della stessa assenza di univocità di tutto ciò che è formalizzato, sembra cadere ogni ragione per metterla metodologicamente all'inizio e cercare poi di edificare l'intera matematica su basi sintattiche; sembra possibile muoversi sin dall'inizio nella massima libertà,
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mettendo al centro l'infinito attuale nelle sue forme superiori, ad esempio i grandi cardinali. In altre parole, invece di ricostruire tutto 'passo passo' a partire dalla sintassi, parliamo direttamente (ad esempio) di cardinali misurabili. Una prima osservazione che nasce di fronte a questo rovesciamento è che la non-univocità della sintassi, di cui stiamo parlando, vale solo nel caso (che peraltro è quello abituale) in cui la sintassi sia considerata come un opportuno frammento dell'aritmetica formale sotto mentite spoglie. Ma è possibile almeno un'alternativa: la sintassi in senso hilbertiano, ad esempio, non sembra ridursi a questo; tuttavia, questa alternativa richiede assunzioni filosoficamente niente affatto banali, di difficile giustificazione, su che cosa debba essere considerato contenutistico.
Ma il vero problema del contro-argomento realistico che stiamo considerando è un altro, che ci
riconduce al punto di partenza di queste considerazioni: il problema è che non abbiamo un linguaggio naturale della matematica, nel caso della teoria degli insiemi, solo perché è la semantica di se stessa; semmai, come abbiamo detto, la semantica stessa soffre di tutti i fenomeni di modellizzabilità non standard di cui soffre il sistema formale. Da questo consegue l'impossibilità di 'saltare' direttamente alla realtà dell'infinito superiore liberi da 'impacci' sintattici, poiché quella stessa realtà è inestricabilmente legata alla formalizzazione, che è, nello stesso tempo, condizione di possibilità del suo darsi e ragione della sua indeterminatezza. Bibliografia: 1 e 2.1.
2. Il fatto che la semantica dei linguaggi formali, in particolare della teoria degli insiemi, sia
essenzialmente insiemistica essa stessa (benché naturalmente i rapporti tra teoria e metateoria debbano rispettare le limitazioni tarskiane, o comunque una qualche forma di gerarchizzazione), pone il problema dell'individuazione di una semantica per la teoria degli insiemi che non sia, in un certo senso, circolare. L'unica via d'uscita sembra l'ammissione che, al livello più 'alto', ovvero al livello del fondamento ultimo della teoria degli insiemi, non si possa fare a meno di una semantica in qualche misura intuitiva. Ma è possibile qualcosa del genere? Che cos'è una semantica intuitiva? Crediamo che la delimitazione di tale concetto incorra in gravi difficoltà, che non sono soltanto quelle classiche riguardanti i linguaggi naturali o i linguaggi della scienza, ma anche difficoltà specifiche, legate all'irrilevanza che i problemi che si pongono in modo naturale nel caso della semantica di altri linguaggi sembrano assumere nel caso dei linguaggi matematici. Più specificamente, ci si può chiedere se le varie 'giustificazioni' che sono state proposte per gli assiomi della teoria ZFC sulla base dell'analisi della concezione iterativa dell'universo degli insiemi, a sua volta considerata essenzialmente intuitiva e non formale, siano realmente informative, o se non siano invece mere riscritture degli assiomi stessi. Si ha l'impressione che, in qualche misura, la presunta giustificazione degli assiomi a partire dalla descrizione della gerarchia cumulativa sia circolare, nel senso che sono gli assiomi di ZFC a rendere plausibile la gerarchia stessa. Bibliografia: 2.2.
3. Un problema che sembra del tutto trascurato (a giudicare dalla letteratura di cui siamo a
conoscenza), è quello della coerenza della teoria degli insiemi e delle ipotesi aggiuntive. Tra le conseguenze più notevoli del secondo teorema di Gödel c'è l'impossibilità di dare dimostrazioni di coerenza relativa per le ipotesi di grandi cardinali, al contrario di quanto avviene per l'ipotesi di costruibilità. Su un altro piano, come rilevava P. J. Cohen già nel 1967, cercando di immaginare come avrebbe potuto configurarsi una dimostrazione di coerenza per ZF, il vero ostacolo ad ogni tentativo di 'riduzione' è l'essenziale impredicatività presente nell'assioma di rimpiazzamento, che costituisce la chiave di volta di ZF stessa. Crediamo che, in ogni caso, sia istruttivo indagare sulle ragioni per cui i matematici accettano, con una tranquillità e una soddisfazione che a Skolem (1950) risultavano scandalose, il fatto che, nei fondamenti della matematica, è il soffitto a reggere il pavimento. (Senza dimenticare, d'altra parte, che il predicativismo richiede quantomeno di 'riscrivere' alcune parti dell'analisi). La spiegazione della tranquillità con cui i matematici sottomettono le difficoltà riguardanti i modelli della teoria degli insiemi, attraverso le ipotesi di grandi cardinali, sembra una fiducia non giustificata nella capacità di una qualche facoltà di intuire direttamente la coerenza. E' come se venissero completati intuitivamente (Gödel) gli stadi della costruzione dell'universo degli insiemi, in un processo che trova solo punti di stabilità, ma mai di definitivo arresto (secondo la 'dialettica' zermeliana). Resta il fatto che tale provvisorio completamento non rimane ineffabile, ma si esprime via via attraverso nuovi assiomi (che sono enunciati, oggetti finiti), e principi di immersione elementare (ovvero di riflessione; esempi di tali principi sono tutte le ipotesi note di grandi cardinali) che fanno un uso essenziale del fatto che il linguaggio è formalizzato, ed è formalizzato al primo ordine. Bibliografia: 2.1 e 2.2.
4. La vexata quaestio del cosiddetto 'paradosso' di Skolem resta, a nostro parere, uno dei punti in cui
meglio si possono individuare le diverse reazioni di fronte al nodo problematico che stiamo cercando di delineare. Qui il problema cruciale è quello dell'univocità dell'interpretazione delle nozioni insiemistiche: se è vero che deve essere scartata la lettura secondo cui il teorema di Löwenheim-Skolem mostrerebbe che esiste 'in realtà' solo il numerabile, resta il fatto che ogni nozione di cardinalità è relativa, se individuata all'interno di un linguaggio formale del primo ordine. Se si vuole evitare un moderato costruttivismo, sembrerebbe che non rimanga altro che accettare una qualche forma di realismo metafisico. Bibliografia: 3.
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5. Di fronte a tutte le difficoltà che si presentano con i linguaggi del primo ordine, sembra porsi in
modo naturale, almeno problematicamente, l'alternativa del secondo ordine. Crediamo che siano convincenti le argomentazioni di chi ritiene (Quine, tra gli altri), che la logica del secondo ordine sia sostanzialmente teoria degli insiemi in disguise, per cui avrebbe poco senso sperare, riscrivendo la teoria degli insiemi al secondo ordine, di guadagnare qualcosa che possa compensare la grave perdita di chiarezza metodologica. Anche in questo caso, tuttavia, c'è una via d'uscita dall'impasse che spiega perché il secondo ordine abbia avuto un sostenitore autorevole come Kreisel: l'uso della logica del secondo ordine è perfettamente legittimo se si ammette che sia completamente determinata l'operazione di insieme potenza. Ma, alla luce di quanto precede, quale garanzia potremmo avere di ciò, se non ammettendo ancora una volta una facoltà di intuizione che renda determinato quello che il formalismo è incapace di determinare? Contro questo sorge l'obiezione, spesso sottovalutata, che l'intenzione di univocità non è garanzia della propria realizzazione. E' vero che tale obiezione, in questo contesto, sembra aver senso soltanto in una prospettiva realistica; ma è anche vero che parlare di determinatezza dell'insieme potenza indipendentemente dal linguaggio al di fuori di una prospettiva realistica sembra problematico (si ricordi l'aspetto 'quasi-combinatorio' degli assiomi della teoria degli insiemi, rilevato da Bernays). Bibliografia: 4.
6. E' il concetto stesso di nozione logica a richiedere una struttura type-theoretic, o equivalentemente
un modello standard di ZFC: in mancanza di essi, almeno accettandone la definizione di Tarski (1966) - definizione 'ampia', nel senso che in base ad essa si ammettono logiche infinitarie come logiche a tutti gli effetti - non avremmo più una nozione determinata neppure di costante logica. Anche qui, c'è un presupposto, niente affatto ovvio: che le costanti logiche siano tali da potere e dovere essere definite insiemisticamente. Su questo argomento ho scritto un articolo, dal titolo Tarski on logical notions (sottoposto all'attenzione del Prof. John Corcoran della State Uiversity of New York at Buffalo, USA, per evantuale pubblicazione sulla rivista "History and Philosophy of Logic"). Bibliografia: 5 e 5.1.
7. L'ineludibilità di una qualche forma di realismo sembra emergere anche nel contesto più ampio di
una generale filosofia della matematica. Considerando la riflessione di Penelope Maddy, l'autrice che, informata dei più recenti sviluppi tecnici della teoria degli insiemi, ha proposto una sintesi di realismo e naturalismo, emerge, a nostro parere, il fatto che un 'naturalismo insiemistico' richiede paradossalmente come suo naturale presupposto una qualche forma di realismo metafisico. Maddy prende le mosse dalla riconosciuta inutilizzabilità dei cosiddetti 'argomenti di indispensabilità', e decide di fare a meno del realismo per conservare il naturalismo; in questo modo, tuttavia, nell'applicare alla scelta tra contrastanti ipotesi di rafforzamento di ZFC i criteri metodologici derivanti dal suo naturalismo, incorre in difficoltà insormontabili. L'unico modo per superare tali difficoltà sembra essere proprio un ritorno a qualche forma di realismo, che tuttavia non si vede come possa convivere con la prospettiva naturalistica. Su questo argomento ho scritto un articolo dal titolo Naturalismo e realismo nella metodologia della teoria degli insiemi ("Rivista di Filosofia", 89, n.2 (Agosto 1998), in corso di stampa). Bibliografia: 6.
8. Non è facile definire il realismo gnoseologico in generale, e neppure è facile definire il realismo
come filosofia della matematica. In ogni caso, non è questo il compito che ci proponiamo. Tuttavia, prendendo come punto di riferimento la proposta più consapevole ed esplicita in questo senso degli ultimi anni, quella (già menzionata) di Maddy, definiamo come realismo (sinonimo, in questo contesto, di 'platonismo') la dottrina filosofica secondo cui la matematica è una scienza, che studia entità matematiche obiettivamente esistenti (accettiamo, qui, che quest'ultima vaghissima caratterizzazione abbia un senso), e i cui enunciati sono veri o falsi in base alle proprietà di tali entità, proprietà che esse hanno indipendentemente dal nostro linguaggio, dai nostri concetti, dalle nostre teorie, dalla nostra conoscenza in generale.
Ora, non siamo interessati al realismo matematico in quanto tale, in particolare non come
un'impossibile filosofia 'sintetica' o dogmatica, ottenuta in qualche modo per 'costruzione' di concetti (secondo una distinzione che, senza alcuna pretesa di fedeltà storica, rimanda naturalmente a quella kantiana), quanto piuttosto all'esigenza realistica che emerge 'analiticamente' da tutto quanto precede (nei punti sopra esposti). Si tratta di risalire alle condizioni attraverso cui soltanto si può proporre una via d'uscita alle aporie che sopra abbiamo mostrato. Sembra che la soluzione che si propone con naturalezza, che è richiesta in tutti i casi, sia quella di una qualche forma di realismo, come garanzia di soddisfacimento delle esigenze che nascono dalle difficoltà via via riconosciute. Ripercorrendo i punti che precedono, dovrebbe risultare in qualche misura evidente come il realismo si proponga, nei vari casi, come una soluzione drastica ma efficace per i nostri problemi: per tagliare il nodo sintassi/semantica (punto 1); per saltare fuori dalla circolarità della semantica per ZFC (punto 2); per sdrammatizzare completamente il problema della coerenza (punto 3); per dare una risposta definitiva al 'paradosso' skolemiano (punto 4); per poter ammettere tranquillamente logiche di ordine superiore (punto 5); per avere una nozione perfettamente determinata di costante logica (punto 6); per non incorrere nelle difficoltà metodologiche del naturalismo 'insiemistico' (punto 7). Si noti che con questo non si vuole asserire che altre forme di interpretazione filosofica dell'attività matematica siano, in sé, incapaci di dare soluzioni
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altrettanto efficaci; difficilmente però tali soluzioni potranno essere soddisfacenti per i sistemi formali che qui ci interessano, quelli della teoria degli insiemi, con tutte le loro compromissioni con l'infinito superiore.
9. Eppure, dovremmo altresì essere riusciti a mostrare, pur in questi brevi cenni, come la proprietà che
si vorrebbe attribuire (in questo contesto) come proprietà essenziale al realismo, quella che lo rende apparentemente indispensabile di fronte al problema di una semantica della teoria degli insiemi, cioè la sua capacità di garantire l'univocità di interpretazione del linguaggio formale (ovvero: la determinatezza dell'oggetto del discorso matematico) è una proprietà che non può essere in alcun modo attribuita con verità al realismo stesso. E' sufficiente ripercorrere punto per punto le nostre considerazioni per accorgerci di questa irrealizzabilità: il fatto che la semantica della teoria degli insiemi sia essa stessa insiemistica, la sottopone a tutte le patologie dei linguaggi formali, e l'univocità è la prima caratteristica ad essere perduta (punto 1); sono gli assiomi a giustificare la gerarchia cumulativa, per cui non si vede come quest'ultima possa infondere loro la determinatezza che essi non hanno (punto 2); i grandi cardinali, che sono il metro di paragone della consistency strength, sono introdotti mediante principi di immersione elementare, quindi prendendo in considerazione essenzialmente la formalizzazione al primo ordine (punto 3); il 'paradosso' di Skolem resta una pietra d'inciampo per il realismo, ed aggirarla solo con asserzioni dogmatiche (come purtroppo frequentemente avviene) non è la migliore strategia filosofica (punto 4); la logica del secondo ordine presuppone, ben lungi dal giustificarlo, l'assunto che il concetto di insieme potenza sia già determinato (punto 5); che la distinzione tra 'logico' e 'non-logico' debba essere estensionale ed addirittura insiemistica è un'assunzione non indiscutibile (punto 6); e infine, il realismo a cui il naturalismo dovrebbe rivolgersi per uscire dalle sue difficoltà era stato eliminato dalla Maddy, proprio in favore del naturalismo, per la sua insostenibilità gnoseologica (punto 7). Insomma: l'esigenza dell'univocità sembra rimanere, contemporaneamente, ineludibile ed impossibile.
10. Giunti a questo punto, dobbiamo ammettere che, nella fase presente della nostra ricerca, non
abbiamo davanti a noi una direzione chiaramente determinata da proporre per tentare una soluzione dei problemi a cui abbiamo accennato; anzi, crediamo che riuscire a portare a sufficiente evidenza tali nessi problematici sia già un compito non facile. Non possiamo negare, tuttavia, che c'è una prospettiva che sembrerebbe presentarsi come alternativa radicale, non solo al realismo, ma all'impostazione stessa delle questioni che segue da assunti realistici, una prospettiva che a nostro parere varrebbe la pena tentare di sviluppare, se non altro per rendersi conto dei suoi limiti. Designiamo tale punto di vista come 'trascendentale'. Questo non implica una stretta fedeltà storica al pensiero di Kant, e neppure del Neokantismo marburghese, che pure per la sua attenzione alle scienze esatte (specificamente in Cassirer) potrebbe essere un punto di riferimento, essendo un candidato abbastanza naturale per un ripensamento della matematica che sfugga alle consolidate dicotomie dell'attuale filosofia della matematica (quasi tutta elaborata in ambiente angloamericano). Usiamo tuttavia il termine 'trascendentale', perché vorremmo tentare di mostrare alcune conseguenze di un punto di vista in cui le questioni ontologiche e gnoseologiche sono impostate prendendo come punto di partenza il fatto della matematica, e risalendo alle sue condizioni di possibilità, senza imporre dall'esterno ontologie o gnoseologie precostituite (e proprio il naturalismo è, in questo senso, paradossalmente, qualcosa di precostituito) tali da precludere in partenza ogni possibilità di spiegazione della concettualizzazione matematica stessa. Un solo esempio: invece di porsi il problema (che troviamo, ad esempio, in Benacerraf) dell'accesso epistemico alle entità matematiche, si potrebbe provare a vedere per quale ragione la matematica non ha alcun problema di accesso alle 'entità' di cui parla, ovvero a quali condizioni si può dare questa attività che unisce libertà di sviluppo concettuale ed esigenza di verità in un modo che non ha eguali in tutta la concettualizzazione umana.
Una volta che si sia accettato, con un atteggiamento del tutto sperimentale, questo punto di vista,
possiamo tornare ai problemi esposti nei punti precedenti, e saggiare le sue capacità di spiegazione, o per lo meno di chiarificazione. Questo lavoro è ancora tutto da fare; nondimeno, già due direzioni di ricerca sembrano aprirsi, direzioni che non sono in opposizione, e che potrebbero essere seguite indipendentemente l'una dall'altra. La prima consiste nel prendere in considerazione la possibilità di uscire dall'impasse dell'ineludibilità e impossibilità dell'univocità (punto 9) considerando quest'ultima come qualcosa di analogo ad un ideale regolativo. Più specificamente, si potrebbe esaminare se, e in che misura, l'universo degli insiemi possa essere considerato non più come una (misteriosa) sostanza, quanto piuttosto come qualcosa di analogo ad un oggetto trascendentale (nel senso dell'Analitica dei Princìpi); o invece ad un'idea della ragione; o invece ancora alla cosa in sé. La seconda direzione, a nostro parere più promettente, anche se ancora largamente indeterminata, pone al centro gli assiomi come costitutivi della realtà matematica. Si apre qui il compito di un'indagine della natura di sintesi dell'assiomatizzazione, e delle condizioni di possibilità in senso trascendentale di tale sintesi. Ad esempio, nel caso che ci interessa, quello dei modelli della teoria degli insiemi, caso a cui vogliamo sempre ricondurci (come ad un laboratorio dove meglio si possano controllare nelle loro conseguenze le prospettive più generali), si tratterebbe di individuare i vari livelli di sintesi, nelle loro forme e nelle loro condizioni, sia sul
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piano dell'assiomatizzazione (ipotesi forti, coerenza) sia sul piano dell'elaborazione dei modelli. Cenni (soltanto preliminari) su questi temi si trovano in un mio articolo dal titolo Note in margine a 'Kant und die moderne Mathematik' di Ernst Cassirer ("Studi Kantiani", XI (1998), in corso di stampa). Bibliografia: 7.
Luca Bellotti Via E. Gianturco, 55 - 19126 La Spezia Tel. 0187/524673 - e-mail (N.B. Posso accedervi solo dal mio Dipartimento):
l.bellotti@fls.unipi.it
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2.2 Modelli della teoria degli insiemi Cohen, P. J.: The Independence of the Continuum Hypothesis, I, II, Pr. Nat. Ac. S. USA, 50, 1963; 51, 1964; Set Theory and the Continuum Hypothesis, Reading, Mass., 1966, Ch. II §§7-8; Ch. III, Ch. IV; Dalla Chiara, M. L.: Modelli sintattici e semantici delle teorie elementari, Milano, 1968; Drake, F. R.: Set Theory, Amsterdam, 1974, Ch. 1, Ch. 6; Felgner, U.: Models of ZF-Set Theory, Berlin, 1971, Ch. I; Gödel, K.: The Consistency of the Axiom of Choice and of the Generalized Continuum-Hypothesis, P.N.A.S. USA, 1938; Consistency Proof for the Generalized Continuum-Hypothesis, ibid., 1939; Hallett, M.: Cantorian Set Theory and Limitation of Size, Oxford, 1984, Ch. 6 (The completability of sets); Jech, T.: Set Theory, New York, 1978, §§ 10, 11, 27; Kreisel, G.: Mathematical Logic, in Saaty, L., ed., Lectures in Modern Mathematics, New York, 1965, Ch. 1 (Set Theory), Ch. 5 (About Foundational Problems); Mathematical logic: what has it done for the philosophy of mathematics?, in Bertrand Russell Philosopher of the Century, London, 1967; Kreisel, G., Krivine, J. L.: Eléments de Logique Mathématique, Paris, 1967, App. II (Fond. des math.); Kunen, K.: Set Theory, Amsterdam, 1980, Introduction; Ch. I, §§ 1-4, 12-14; Ch. IV; Lear, J.: Sets and Semantics, Journal of Philosophy, 1974; Lolli, G.: Teoria assiomatica degli insiemi (Torino 1974), cap. 1: La metateoria di Kripke-Platek; cap. 2: Gli insiemi costruibili. Categorie, universi e principi di riflessione, Torino, 1977; La matematica: i linguaggi e gli oggetti, in Scienza e Filosofia, Milano, 1985; Maddy, P.: Proper Classes, Jour. Symb. Logic, 48, 1983; Montague, R.: Set Theory and Higher-Order Logic, in Formal Systems and Rec. Func., Amsterdam, 1964; Parsons, C.: Mathematics in Philosophy, Ithaca, 1983 (3. Informal Axiomatization, Formalization, and the Concept of Truth, 8. Sets and Classes); Reinhardt, W. N.:
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Remarks on Reflection Principles, Large Cardinals, and Elementary Embeddings, in Axiomatic Set Theory, II, Providence, 1974; Set Existence Principles of Shoenfield, Ackermann and Powell, Fund. Math., 84, 1974; Shoenfield, J. R.: Mathematical Logic, Reading, 1967, Ch. 9, §§ 1, 5-9; Zermelo, E.: Über Grenzzahlen und Mengenbereiche, Fund. Math., 16, 1930;
3. Sul 'paradosso' di Skolem
Benacerraf, P. : Skolem and the Skeptic, Proc. Arist. Soc. Suppl. Vol. 59, 1985; Klenk, V. : Intended Models and the Löwenheim-Skolem theorem, Jour. Phil. Logic, 5, 1976; Levin, M. : Putnam on Reference and Constructible Sets, British Jour. Phil. of Science, 1996; Putnam, H. : Models and Reality, Jour. Symb. Logic, 45, 1980; Resnik, M. D. : On Skolem's Paradox, Jour. of Phil., 68, 1966; More on Skolem's Paradox, Nous, 3, 1969; A Note on Interpreting Theories, Nous, 8, 1974; Shapiro, S. (ed.) : The Limits of Logic: Higher-order Logic and the Löwenheim-Skolem Theorem, Aldershot, 1996, Parts II and IV; Wright, C. : Skolem and the Skeptic, Proc. Arist. Soc., cit.;
4. Sulla logica del secondo ordine
Boolos, G. : On Second-Order Logic, Jour. of Phil., 72, 1975; Moore, G. H. : Beyond First-order Logic, History and Phil. of Logic, 1, 1980; Quine, W. V. O. : Philosophy of Logic, Englewood Cliffs, 1970; Resnik, M. D. : Second Order Logic still Wild, Jour. of Phil., 85, 1988; Shapiro, S. : Foundations without Foundationalism, Oxford, 1991; Shapiro, S. (ed.) : The Limits of Logic, cit., Parts I and III; Weston, T. : Kreisel, the Continuum Hypothesis and Second Order Set Theory, Jour. Phil. Logic 5, 1976;
5. Sulla definizione tarskiana delle nozioni logiche
Garcia-Carpintero, M. : The Grounds for the Model-Theoretic Account of the Logical Properties, Notre Dame Jour. of Form. Logic, 34, 1993; Gomez Torrente, M., Tarski on logical consequence, Notre Dame Journal of Formal Logic, 37, 1996; McCarthy, T. : The Idea of a Logical Constant, Jour. of Phil., 78, 1981; McGee, V. : Logical Operations, Jour. Phil. Logic, 25, 1996; Peacocke, C. : What is a Logical Constant?, Jour. of Phil., 73, 1976; Ray, G. : Logical Consequence: a Defense of Tarski, Jour. Phil. Logic, 25, 1996; Sher, G. Y. : Did Tarski Commit 'Tarski's Fallacy'?, Jour. Symb. Logic, 61, 1996; The Bounds of Logic, Boston, 1991, Ch. 1, 3, 6; Tarski, A., A philosophical letter, edited by M.White, Journal of Philosophy, 84, 1987.
5.1 Bibliografia dell'articolo 'Tarski on logical notions' Carnap, R.: 'Intellectual Autobiography', in Schilpp, P. A. (ed.), The Philosophy of Rudolf Carnap, Open Court, La Salle, 1963, pp. 3-85; Le raisonnement en mathématiques et en sciences expérimentales, Actes du Colloque de Logique Mathématique 1955, CNRS, Paris (atti pubblicati nel 1958); Etchemendy, J.: The concept of logical consequence, Cambridge, Mass., 1990; Heijenoort, J. van: From Frege to Gödel, Cambridge, Mass., 1967; Klein, F.: 'A comparative review of recent researches in geometry' (1872), English translation by M.W. Haskell, Bulletin of the New York Mathematical Society, 2 (1892-93), pp. 215-249; Lindenbaum, A. and Tarski, A.: 'Über die Beschränktheit der Ausdrucksmittel deduktiver Theorien', in Ergebnisse eines mathematischen Kolloquiums, F. 7, (1934-35), pp. 15-22; English translation 'On the limitations of the means of expression of deductive theories', in Tarski (1983), pp. 384-392;
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Skolem, T.: 'Einige Bemerkungen zur axiomatischen Begründung der Mengenlehre', in Proceedings of the Fifth Scandinavian Mathematical Congress, Helsinki 1922, English translation 'Some remarks on axiomatized set theory' in van Heijenoort (1967), pp. 290-301; 'Une relativisation des notions mathématiques fondamentales', in Coll. de Log. (1958), pp.13-17; Tarski, A.: 'Der Wahrheitsbegriff in den formalisierten Sprachen', Studia Philosophica 1, 1935, pp. 261-405; English translation 'The concept of truth in formalized languages' in Tarski (1983), pp. 152-278; 'Über den Begriff der logischen Folgerung', in Actes du Congrès Int. de Philosophie Scientifique, Vol. 7 (Paris 1936) pp. 1-11; Eng. trans. 'On the concept of logical consequence', in Tarski (1983), pp. 409-420; Intervention sur le rapport de M. le Professeur Skolem, in Colloque de Logique (1958), pp.17-18; Logic, semantics, metamathematics, 2nd ed. (ed. J. Corcoran), Indianapolis 1983 [1st ed. (ed. and trans. J.H. Woodger), Oxford 1956]; 'What are logical notions?', edited by J. Corcoran, Hist. and Phil. of Logic, 7 (1986), pp. 143-154; Tarski, A. and Givant, S.: A formalization of set theory without variables, Providence, 1987; Tarski, A.: 'Some Current Problems in Metamathematics', edited by J. Tarski and J. Wolenski, History and Philosophy of Logic, 16 (1995), pp. 159-168; Whitehead, A. and Russell, B.: Principia Mathematica, vol. 1, Cambridge 1910.
6. Bibliografia dell'articolo 'Naturalismo e realismo nella metodologia della teoria degli insiemi'
Benacerraf, P. : Mathematical truth (1973), in Benacerraf-Putnam (1983); Benacerraf, P., Putnam, H., eds. : Philosophy of Mathematics, 2nd edition, Cambridge 1983; Drake, F. : Set theory: an introduction to large cardinals, Amsterdam 1974; Gödel, K. : The consistency of the axiom of choice and of the generalized continuum hypothesis, in Proccedings of the National Academy of Science of the USA, Vol. 24 (1938), pp. 556-557; What is Cantor's continuum problem? (1964), in Benacerraf-Putnam, cit.; Jensen, R. : Inner models and large cardinals, Bulletin of Symbolic Logic, Vol. 1 (1995), pp. 393-407; Kanamori, A. : The higher infinite, Berlin 1994; Lolli, G. : La matematica: i linguaggi e gli oggetti, in Scienza e filosofia. Saggi in onore di L. Geymonat, a cura di C. Mangione, Milano 1985; Maddy, P. : Believing the axioms, I and II, Journal of Symbolic Logic, Vol. 53 (1988), pp. 481-511; pp. 736-764; Realism in Mathematics, Oxford 1990; A problem in the foundations of set theory, Journal of Philosophy, Vol. 87 (1990), pp. 619-628; Indispensability and practice, Journal of Philosophy, Vol. 89 (1992), pp. 275-289; Does V equal L?, Journal of Symbolic Logic, Vol. 58 (1993), pp. 15-41; Taking naturalism seriously, in Prawitz, D., et al. (eds.), LMPS IX, Amsterdam 1994; Set-theoretic naturalism, Journal of Symbolic Logic, Vol. 61 (1996), pp. 490-514; Quine, W. V. O. : Theories and Things, Cambridge, Mass., 1981; Solovay, R. : The cardinality of ###12 sets of reals, Symposium papers commemorating the sixtieth birthday of Kurt Gödel, Berlin 1969, pp. 59-73.
7. Bibliografia dell'articolo 'Note in margine a Kant und die moderne Mathematik di Ernst Cassirer'
Cassirer, E. : Kant und die moderne Mathematik, Kantstudien, 12, 1907; Sostanza e funzione, (tr. it., Firenze, 1973), Capp. I - III; Filosofia delle forme simboliche, III (tr. it., Firenze, 1966), P. III, Cc. I-IV; Storia della filosofia moderna, IV (tr. it., Torino, 1961), L. I, Cc. I-IV; Couturat, L. : La philosophie des Mathématiques de Kant, Revue de Méthaphysique et de Morale, 12, 1904; Kant, I. : Critica della Ragion Pura (tr. it., Roma-Bari, 1985), Dottrina trascendentale degli elementi, Parte seconda, I (Analitica trascendentale), Libro secondo: Analitica dei princìpi; II (Dialettica trascendentale), Appendice; Dottrina trascendentale del metodo.
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