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Frames, contesti, inquadramenti
Retroterra filosofico e possibili applicazioni filosofiche

di Davide Zoletto


1. La nozione di frame (cornice, contesto, inquadramento) viene usata per la prima volta
nell'ambito delle scienze sociali dall'antropologo inglese Gregory Bateson che nel 1954 la
introduce nel tentativo di applicare la Teoria dei Tipi logici di Russell all'analisi di messaggi
come "Questo è un gioco" che condensano i vari livelli comunicativi e metacomunicativi
presenti nell'interazione ludica degli animali (Bateson 1955 e 1956). Nella seconda metà
degli anni '50 la nozione di frame è alla base della teoria del double bind formulata dallo
stesso Bateson insieme a Weakland, Haley e Jackson come ipotesi eziologica per la
schizofrenia. Quello che però, negli intenti di Bateson era principalmente un modello teorico
per descrivere l'interazione umana, viene presto trasformato in un approccio psicoterapeutico
e questa differenza di vedute porta alla rottura fra Bateson e i suoi compagni di ricerca. Negli
anni sessanta e settanta Paul Watzlawick e la scuola di Palo Alto elaborano una fortunata
forma di psicoterapia sistemica e famigliare basata sulla rottura e la modifica intenzionale dei
frames, a cui si deve il fatto che a tutt'oggi la nozione di frame sia nota soprattutto come
nozione psicologica o psicoterapeutica (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1969). Durante quegli
stessi anni Bateson rivolge invece la propria attenzione all'epistemologia e individua nei
frames l'interfaccia attraverso cui gli esseri viventi entrano in relazione con la realtà.
In questa accezione, che si allontana sensibilmente dalle applicazioni psicoterapeutiche per
acquisire gradualmente una sempre maggior curvatura metodologica, la nozione di frame
viene approfondita dallo psichiatra William F. Fry e dal sociologo Erving Goffman. Mentre
Fry applica la nozione di frame ai livelli di realtà dell'umorismo (Fry, 1963), Goffman la
riprende prima nelle sue analisi del gioco e del comportamento in pubblico (Goffman, 1961 e
1963) e poi soprattutto nel tentativo di sistematizzare a posteriori il proprio lavoro sul campo
(Goffman, 1974). In Frame Analysis Goffman definisce frames "i principi di organizzazione
che regolano gli eventi e il nostro coinvolgimento soggettivo al loro interno". In

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quest'accezione i frames e la loro analisi diventano il fulcro del "metodo" di indagine di
Goffman, volto a individuare i vari livelli di significato presenti nella realtà sociale.
Benché nel corso degli anni settanta e ottanta il concetto di frame sia al centro di
importanti e autonomi sviluppi anche nei campi dell'intelligenza artificiale (Minski, 1974) e
della pedagogia (Gardner, 1983), è soprattutto grazie all'opera di Goffman, che la nozione di
frame conosce un successo crescente, non più solo in campo psicoterapeutico, ma anche negli
ambiti della microsociologia, dell'analisi della conversazione, dell'antropologia sociale e dei
cultural studies (cfr. ad esempio Turner, 1986; Hannerz, 1992). Anche in Italia la nozione di
frame si diffonde soprattutto grazie ai lavori di sociologi di impronta goffmaniana come Pier
Paolo Giglioli e Alessandro Dal Lago.


2. Tuttavia, se in ambito sociologico la nozione di frame è stata oggetto fino a oggi di
numerosi dibattiti e riflessioni critiche (fra gli altri: Gonos, 1977; Giddens, 1981; Smith,
1989; Giglioli, 1990; Dal Lago, 1995; Fele, 1995), solo di recente si è iniziato ad
approfondire la sua possibile portata filosofica (De Biasi, 1995).
Il lavoro di ricerca nasce e si sviluppa proprio in questa direzione, con l'obiettivo
principale di ricostruire il retroterra filosofico della nozione e di verificarne lo spessore
teorico e le possibili ricadute in ambito filosofico.
Una delle ipotesi che guidano la ricerca è che la possibile rilevanza teorica della nozione di
frame sia legata alla componente paradossale che essa deriva dai dibattiti filosofici in cui si
inseriscono Bateson e Goffman. Benché questa componente paradossale si sia rivelata solo in
parte decisiva per il successo metodologico della nozione di frame nelle scienze umane, essa
potrebbe rivestire un ruolo importante nell'utilizzo della nozione in ambito filosofico,
soprattutto in riferimento ai dibattiti contemporanei su temi come quelli dell'identità e
dell'alterità, delle trasformazioni dei concetti di realtà e verità, dei rapporti fra soggettività,
pratiche, etica e politica.
Gli obiettivi della ricerca possono dunque essere così sintetizzati:
a)
ricostruire le origini filosofiche della nozione di frame;
b)
evidenziarne gli effetti metodologici nel campo delle scienze umane;

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c)
enuclearne, attraverso il confronto con altre nozioni più specificatamente
filosofiche (soprattutto la "messa fra parentesi" fenomenologica), le possibili
applicazioni in ambito filosofico.


3. Il lavoro di ricerca si è concentrato fin qui soprattutto sulla ricostruzione del contesto e
delle riflessioni filosofiche che, insieme ad altre istanze non filosofiche legate
all'antropologia, alla cibernetica e alla sociologia, hanno portato Bateson e Goffman
all'elaborazione della nozione di frame. Tale ricognizione ha messo in luce due tradizioni
filosofiche di riferimento differenti, ma altrettanto rilevanti.
Bateson infatti introduce e utilizza la nozione di frame all'interno di un suo personale
dialogo con filosofi e logici come Russell, Whitehead, Gödel, Carnap ed esponenti della
cosiddetta "prima cibernetica" come Wiener e von Neumann. Goffman invece riprende la
nozione di frame utilizzandola nell'ambito di una linea di pensiero che dalla "varietà-dei-
mondi" di William James arriva, anche attraverso un confronto con la filosofia di Bergson e la
fenomenologia husserliana, alle "realtà multiple" di Alfred Schutz e alle riflessioni di
etnometodologi come Harold Garfinkel sulle regole che ci consentono di generare un
"mondo" di un dato tipo.
Lo studio di queste differenze tra i riferimenti filosofici di Bateson e Goffman, così come
del loro comune, ma diverso rapporto con la filosofia di Wittgenstein, ha permesso di
comprendere meglio le varie sfaccettature teoriche della nozione di frame.


4. In riferimento alla genesi della nozione di frame nella riflessione di Gregory Bateson, il
lavoro di ricerca è stato condotto principalmente in tre direzioni: il rapporto con la filosofia di
Alfred North Whitehead, l'attenzione alla teoria dei giochi di von Neumann e il confronto con
le riflessioni sul linguaggio di Wittgenstein. La ricerca si è concentrata principalmente sul
periodo compreso tra il 1936 e il 1955, perché dopo il 1955 la nozione di frame, ormai
elaborata, entra a far parte a pieno titolo degli strumenti concettuali di Bateson e, per questa
ragione, cessa di essere messa a tema di una riflessione autonoma. Da alcune ricerche
compiute presso l'Archivio Bateson dell'Università della California a Santa Cruz, sono
emersi materiali inediti che permettono da un lato di ricostruire il processo che ha portato

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all'elaborazione della nozione di frame (attraverso lo studio degli appunti e delle varie
versioni degli articoli di quegli anni), dall'altro di mettere in luce un'attenzione da parte di
Bateson nei confronti di alcuni testi filosofici (soprattutto le Ricerche filosofiche di
Wittgenstein) non sempre rilevata dalla critica.
Per quanto riguarda il rapporto con Whitehead la ricerca ha evidenziato soprattutto due
temi che hanno attirato a più riprese l'attenzione di Bateson: i rapporti fra logica e filosofia e
il problema dell'astrazione e della concretezza malposta.
Il primo tema è collegato all'interesse di Bateson per i paradossi e per il ruolo centrale che
essi rivestono nel pensiero e nella comunicazione umana. Le riflessioni sul rapporto fra logica
e filosofia, soprattutto le considerazioni sul rapporto fra "importanza" e "dati di fatto"
(Whitehead, 1938) e la critica alla Teoria dei Tipi Logici di Russell (Whitehead, 1940), sono
infatti centrali per la posizione di Bateson, secondo cui per pensare e comunicare dobbiamo
sempre tracciare una linea (il futuro frame) che, se da un lato distingue i diversi tipi logici che
caratterizzano le premesse e i contenuti del pensiero e della comunicazione, dall'altro non può
non produrre i paradossi (Bateson, 1956) che sono poi alla base dei cosiddetti labirinti
transcontestuali o pasticci [muddles] (Bateson, 1953 e 1955).
Il problema dell'astrazione si rivela invece rilevante per evidenziare lo statuto
epistemologico della nozione di frame nella riflessione di Bateson. Fin dai primi testi
etnografici infatti (Bateson 1936 e 1940) Bateson fa continuo riferimento alla riflessione di
Whitehead sull'astrazione e sul rapporto fra modelli e realtà. Il confronto tra le risposte date
da Whitehead e Bateson al problema della "concretezza malposta" ­ rispettivamente il
metodo dell'astrazione estensiva (Whitehead, 1920 e 1925) e l'utilizzo dal punto di vista
metodologico della nozione di frame ­ permette di sottolineare la costante attenzione
epistemologica con cui quest'ultima viene impiegata nella riflessione batesoniana.
In questa stessa direzione si può leggere la critica mossa alla teoria dei giochi di von
Neumann, in cui Bateson, se da un lato ritrova la necessaria (e attesa) ricerca di una
formalizzazione e di una modellizzazione efficaci, dall'altra ravvisa una serie di errori di
concretezza mal posta, dovuti a scarsa sensibilità epistemologica nei confronti delle scienze
umane, soprattutto in riferimento al concetto di "regola". Sulla nozione di "regola" (e su
quella, per Bateson collegata, di frame come premessa della comunicazione e del pensiero) si
incentra anche la lettura batesoniana del Tractatus e delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein
(e soprattutto la sua attenzione per la nozione di "gioco linguistico"). Da questo punto di vista

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il confronto con le posizioni wittgensteiniane si rivela interessante per comprendere il
graduale abbandono da parte di Bateson dell'idea di un metalinguaggio necessario per
descrivere le premesse della comunicazione, i frames e le loro regole e il passaggio a una
posizione in cui Bateson sembra piuttosto incline a tentare questa descrizione restando
all'interno del linguaggio comune e della scrittura (Bateson, 1953). È una riflessione in cui si
intrecciano le due caratteristiche "filosofiche" fin qui individuate nel frame (la sua
componente paradossale e il suo statuto epistemologico "morbido") e che si collega
all'importanza per Bateson di mantenere sempre la possibilità di modificare frames e regole.
Un ulteriore approfondimento di questo punto potrebbe passare attraverso un esame del
rapporto fra queste posizioni di Bateson e le considerazioni di Wittgenstein sulle regole dei
giochi linguistici.


5. Nel caso di Goffman il retroterra filosofico su cui si innesta la nozione di frame è più
complesso. Accanto ai riferimenti ad Austin e a Wittgenstein (a cui Goffman guarda per i loro
tentativi di comprendere il senso di affermazioni come: "qualcosa sta realmente accadendo"),
risulta infatti molto interessante il confronto con la fenomenologia. È soprattutto su
quest'ultimo aspetto che il lavoro di ricerca si è venuto gradualmente concentrando, in
particolare nel tentativo di articolare un confronto fra la nozione husserliana di epoché e
quella goffmaniana di frame.
Il ponte fra queste due nozioni viene indicato dallo stesso Goffman nella fenomenologia
sociale di Alfred Schutz. Nell'introduzione a Frame Analysis Goffman collega la propria
ricerca sui frames a un filone che egli definisce "analisi della realtà" e che ricollega
direttamente al capitolo sulla "Percezione della realtà" dei Principles of Psychology di
William James, in particolare per il rilievo che questi, riprendendo Brentano, attribuisce ai
fattori dell'attenzione selettiva e del coinvolgimento personale nel conferimento di un
determinato statuto di realtà ai vari "mondi" o "sottouniversi" che compongono la nostra
esperienza.
Goffman parte da queste considerazioni di James, ma si sofferma soprattutto sulla loro
rilettura da parte di Schutz (1945a). Da James infatti Schutz riprende l'idea di diversi sub-
universi, ma, per sottrarla al suo contesto psicologico, preferisce parlare di province finite di
significato su ognuna delle quali poniamo di volta in volta l'accento della realtà Schutz

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(1945a e 1973). Per spiegare che cosa intenda con "accento della realtà" e individuare le
condizioni che devono essere soddisfatte affinché possano essere distinti fra loro i vari ordini
di "realtà", Schutz ricorre al concetto bergsoniano di attention à la vie (il cui apporto
andrebbe approfondito, soprattutto in riferimento ai rimandi di Schutz al Saggio sui dati
immediati della coscienza e a Pensiero e movimento) e a quello husserliano di epoché. Ma, se
la sua nozione di epoché rimane strettamente fenomenologica ("la sospensione della nostra
fede nella realtà del mondo come espediente per superare l'atteggiamento naturale
radicalizzando il metodo cartesiano del dubbio filosofico"), il modo in cui Schutz la applica è
originale. Nel passaggio da una provincia di significato a un'altra è in gioco secondo Schutz
una "modificazione radicale nella tensione della nostra coscienza", fondata su una diversa
attention à la vie e collegata a una specifica epoché: l'atteggiamento naturale dell'uomo è ad
esempio una provincia di significato caratterizzata da una forma di epoché in cui non si
sospende la fede nel mondo esterno e nei suoi oggetti, ma il dubbio circa la loro esistenza. A
ogni altra provincia di significato (al mondo della scienza, dell'arte, del sogno, del gioco,
della fantasia...) corrisponde sempre una determinata forma di epoché, che di volta in volta
sospende, "mettendoli tra parentesi", un numero sempre maggiore di strati della realtà della
vita quotidiana (Schutz, 1945a e 1945b).
Goffman riprende direttamente questo filone James­Schutz e con esso l'idea di un
movimento di "sospensione" che conferisce un maggior o minore statuto di realtà alla nostra
esperienza. Tuttavia Goffman non sposa gli esiti soggettivistici che portano Schutz a
sostenere che ogni "realtà" viene creata dallo stile cognitivo soggettivamente adottato (cioè da
una determinata attention à la vie e da una determinata epoché) e a negare qualsiasi tipo di
rapporto fra le varie province di significato. A Goffman interessano piuttosto le modalità
concrete di queste "messe fra parentesi", i modi in cui si passa da una "realtà" all'altra e in cui
le varie "realtà" si sovrappongono. È per questo che ricorre alla nozione batesoniana di frame,
definendola "un'originale e utile versione della nozione di `messa fra parentesi'". Bateson,
nota Goffman, ha sollevato "con chiarezza la questione del rapporto tra la non serietà e la
serietà", consentendoci di capire "come, in determinate occasioni, non siamo in grado di
sapere in che misura ciò che accade sia un gioco o qualcosa di reale" (Goffman, 1974). A
differenza della "messa fra parentesi" di cui parlava Schutz, che sospendeva i vari tratti della
realtà identificando rigidamente ciò che separava, la "messa fra parentesi" operata dal frame
mantiene una sorta di oscillazione fra gli ordini di "realtà" a cui è applicata. Questa peculiarità

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permette a Goffman di attribuire una certa precedenza dell'attività di framing piuttosto che
agli stili cognitivi degli individui e alle singole e identificate "province di significato".
Concentrare la propria attenzione sull'attività di framing, significa così spostare l'attenzione
da quanto è contenuto o escluso dai vari frames (da quanto rimane dentro o fuori le "messe fra
parentesi"), ai nessi che li collegano (nessi che risultano, paradossalmente, delle sospensioni)
e alle pratiche di queste sospensioni grazie alle quali i frames non si escludono mai a vicenda
e sono sempre suscettibili di molteplici trasformazioni e ritrasformazioni. In questa
prospettiva, come già nel caso di Bateson e visti i riferimenti espliciti dello stesso Goffman, si
potrebbe approfondire il rapporto fra l'attività di framing/sospensione e i cambiamenti nelle
regole del gioco sociale, anche in riferimento alle nozioni di Wittgenstein di gioco linguistico
e di forme di vita.


6. Quali effetti produce l'avvicinamento della nozione di frame a quella di "messa fra
parentesi" e fino a quale punto e in quale senso questo avvicinamento è possibile? Quale
ruolo ha nella "messa fra parentesi" la componente paradossale del frame? Quale rapporto c'è
fra sospensione, regole e cambiamento delle regole? Sono queste le domande su cui vorrebbe
concentrarsi l'ultima parte della ricerca, approfondendo soprattutto il rapporto fra l'attività di
framing e la pratica dell'epoché, con particolare riferimento alla riflessione di quanti, come
Levinas e Derrida, hanno lavorato su quest'ultima evidenziandone la componente paradossale
e l'elemento etico.
Sullo sfondo si profilano due ipotesi che restano da approfondire e verificare nel corso
della ricerca: che cioè allo spessore teorico della nozione di frame concorrano anche le
difficoltà terminologiche poste dalla sua traduzione e le discontinuità ravvisate nel suo
retroterra teorico.
Se da un lato infatti risulta difficile tradurre il termine in italiano, rendendone sia la
ricchezza semantica (cornice, ma anche intelaiatura, inquadramento o quadro, ma anche
modello), che l'ambiguità legata al riferimento al linguaggio comune, dall'altro sembra
altrettanto rischioso mantenere il termine inglese (come si è scelto di fare sin qui, seguendo la
maggior parte degli autori italiani). La scelta di mantenere il termine inglese può infatti far
incorrere nell'errore di concretezza malposta in risposta al quale era stata elaborata (almeno
da Bateson) la nozione. Come regolarsi davanti a questa ambiguità? Piuttosto di cercare di

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eliminarla, nel tentativo (e con il rischio) di trasformare la nozione di frame in strumento
tecnico di un determinato sapere (come forse aveva sperato di fare Whitehead quando aveva
opposto al problema della concretezza malposta il metodo dell'astrazione estensiva), potrebbe
rivelarsi più opportuno optare per un termine come "cornice" che non si lascia assorbire
esclusivamente da un ambito disciplinare e mantiene un certo riferimento al linguaggio
comune. Pur non rendendo giustizia alla ricchezza semantica dell'inglese frame, il termine
"cornice" permette almeno di accennare a una costellazione metaforica (la cornice e il quadro,
la figura e lo sfondo, il bordo, il margine, ciò che contiene ed esclude, ciò che sostiene e
separa, ma anche mantiene in contatto, ciò che permette di distinguere, ma lascia anche
filtrare) che aiuta a descrivere la mobilità e la permeabilità del frame e con esse la
paradossalità di questa sospensione.
Una considerazione analoga vale probabilmente anche per la ricostruzione storica della
genesi della nozione di frame, con il suo intrecciarsi di temi e sguardi più e meno filosofici. È
come se, nata a partire da questioni e dibattiti prettamente filosofici come quelli
sull'astrazione e sull'evidenza, e sviluppatasi da proposte/risposte altrettanto filosofiche come
quelle del metodo dell'astrazione estensiva o dell'epoché, la nozione di frame avesse poi
guadagnato, nel passaggio attraverso pratiche meno filosofiche, un difetto che si rivela
contemporaneamente un vantaggio: la consapevolezza cioè che il linguaggio normativo della
tradizione filosofica e l'ambizione alla trasparenza e al rigore (che caratterizzavano almeno in
parte tanto il metodo dell'astrazione estensiva quanto l'epoché) non riescono da sole, secondo
un percorso lineare e continuo, a raggiungere il loro obiettivo. Come mostra la ricostruzione
storica dello sviluppo della nozione di frame, proprio nel percorso discontinuo che intreccia il
registro normativo della tradizione filosofica con registri e pratiche propri di altri ambiti, è
possibile rinvenire la caratteristica paradossale che può dare spessore teorico a quell'
"originale versione di `messa fra parentesi'" che è la nozione di cornice/frame: la strana
capacità di stare contemporaneamente dentro e fuori la propria tematizzazione. Dentro e fuori
la propria cornice, sospendendo anche la fiducia in un dato ordine di "realtà" e la fiducia nella
propria sospensione.


Davide Zoletto ­ Dipartimento di filosofia dell'Università di Trieste
v. Cairoli 1- 33100 Udine

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tel. 0432 504009 ­ e-mail: d.zoletto@iol.it


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