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IL LINGUAGGIO DEL SUBLIME IN KANT
Federico Leoni (Università degli studi di Milano, relatore della tesi Prof. Carlo Sini)
Convegno nazionale dei dottorati di ricerca in filosofia,
Gallipoli, 2-3 ottobre 2000
Sezione di estetica, presieduta dal prof. Elio Franzini
Il titolo della mia ricerca è: Il linguaggio del sublime in Kant e in
Benjamin. Permettetemi però di circoscrivere il campo in cui sviluppare questo
intervento: vorrei anzitutto rinunciare, per ragioni di tempo, a trattare di
Benjamin; il solo Kant ci darà, credo, abbastanza da fare, e ci offrirà
l'occasione di indicare, quanto meno, qualche spunto in direzione di Benjamin.
Vengo a Kant, al linguaggio del sublime in Kant. Anche qui è necessario,
credo, un orientamento preliminare. Che ci sia un linguaggio del sublime, in
Kant, significa, direi, soprattutto due cose, non prive di rapporti reciproci ma
bisognose di una distinzione iniziale. Due cose, cioè il genitivo linguaggio
"del" sublime deve valere sia come genitivo soggettivo sia come genitivo
oggettivo. Da una parte vi è, in Kant, un registro lessicale legato al sublime, un
linguaggio che, attraverso la nozione di "sublime", si incarica di tematizzare, di
descrivere, di rendere conto di una certa area d'esperienza. Esperienza che è
estetica, come tutti sappiamo, ma anche di genere più ampio, esperienza tout
court: non direi che sia possibile pensare il tema del sublime come tema
esclusivamente estetico, e ancor meno come tema esclusivo di una filosofia
dell'arte. Oppure: l'estetica dev'essere intesa come una categoria molto ampia,
i cui limiti coincidono con quelli dell'esperienza: estetica come teoria
dell'esperienza, se si vuole; neppure solo dell'esperienza sensibile, poiché in
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Kant l'esperienza è sempre, lo si sa, il prodotto di una cooperazione tra
un'istanza sensibile e un'istanza soprasensibile. E proprio di questa
coordinazione, di questa articolazione è forse meglio dire articolazione,
perché non pregiudica questo nesso, sensibile-soprasensibile, in senso positivo,
lascia lo spazio alla possibilità di un rapporto tra sensibile e soprasensibile di
natura conflittuale di questa articolazione problematica è questione in modo
eminente nel sublime, nell'esperienza del sublime. Più precisamente: un certo
registro lessicale, quello del sublime, gioca un ruolo decisivo, nell'analisi
kantiana, e non solo nella Critica del giudizio, ogni volta che, implicitamente o
esplicitamente, in modo diretto o indiretto, è questione di questa articolazione,
della difficoltà e della conflittualità di questa articolazione evidentemente
decisiva, centrale, in Kant, benché altrettanto evidentemente bisognosa di
precisazioni e di sfumature, dato che la si può ritrovare in mille prospettive
diverse tra sensibile e soprasensibile.
Dall'altra parte, per quanto riguarda il secondo significato di
quest'espressione, "linguaggio del sublime", direi che c'è, in Kant, una linea
tematica che riguarda non più un registro linguistico o lessicale entro cui viene
tematizzata una determinata area di esperienza, ma un linguaggio attraverso cui
il sublime stesso parla. Un linguaggio sublime, se si vuole. Un linguaggio di
cui il sublime è non un oggetto di discorso, ma un soggetto di discorso.
Partiamo allora da questo secondo senso: il linguaggio del sublime,
genitivo soggettivo. Il linguaggio sublime. Di che linguaggio si tratta? C'è un
passo di Kant, molto celebre e molto commentato, che, proprio per questo,
spero possa diventare il terreno comune su cui incontrarci, su cui intenderci nel
corso di questo mio tentativo di analisi. Scrive dunque Kant (Critica del
giudizio, sez. I, libro II, "Osservazione generale sull'esposizione dei giudizi
estetici riflettenti", trad. it. di A. Gargiulo e V. Verra, Laterza, Roma-Bari
1996, p. 98): "Bisogna badare a ciò che già prima è stato ricordato, che cioè
nell'estetica trascendentale del Giudizio si parla unicamente di giudizii estetici
puri... Così quando si dice sublime il cielo stellato, non è necessario, per
giudicarlo tale, di aver il concetto di mondi abitati da esseri ragionevoli... basta
semplicemente considerarlo come si vede; e solo in questa rappresentazione
dobbiamo riporre la sublimità che è attribuita all'oggetto da un puro giudizio
estetico. Allo stesso modo non dobbiamo rappresentarci l'oceano quale lo
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pensiamo in quanto siamo ricchi di svariate conoscenze (che non stanno però
nell'intuizione immediata), vale a dire come un vasto regno di esseri acquatici,
come un grande serbatoio d'acqua pei vapori...; perché questi sono veri giudizi
teleologici. Per poterlo trovar sublime, bisogna rappresentarselo semplicemente
come fanno i poeti, secondo ciò che ci mostra la vista: per esempio, quando è
calmo, come un chiaro specchio d'acqua limitato soltanto dal cielo; quando è
tempestoso, come un abisso che minaccia di inghiottire tutto."
Curiosissimo passo! Kant vi annuncia una cosa dicendo, poi, esattamente il
contrario. Anzi, non lo dice "poi", lo dice allo stesso tempo e anche di questa
contemporaneità dovrà essere questione. Dice Kant: dimentichiamo la
teleologia, dimentichiamo tutto quel che sappiamo sull'oceano, dimentichiamo
che potremmo vederlo come una regno di vita acquatica e così via. Queste
sarebbero solo interpretazioni aggiunte in modo indebito "indebito", anche
qui si annida un interrogativo, si vedrà rispetto all'intento di cogliere l'oceano
nella sua purezza, quindi nella sua sublimità. Concentriamoci anzitutto sulla
curiosa formula normativa di Kant, "bisogna rappresentarselo", l'oceano,
"come fanno i poeti...". Perché "bisognerebbe"? Non si tratta forse, qui, di
comprendere o di descrivere l'esperienza del sublime nella sua struttura
generale, piuttosto che di pretendere di darle una regola? Questo non è poi un
dettaglio, perché anche poco fa si diceva: tenersi all'oceano puro e semplice,
rispettare la purezza del giudizio, evitando di aggiungervi alcunché di
concettuale, di teleologico, significa escludere ogni "interpretazione", diciamo,
"indebita". Perché, però, "indebita"?
È chiaro che, qui, nel dire cosa è dovuto e cosa no, cosa si può o si
dovrebbe fare e cosa no, è in gioco, di nuovo, quell'articolazione di cui dicevo
tra sensibile e soprasensibile. Perché mai, domandiamo di nuovo, sarebbe
"indebita" questa sovrapposizione? Vi è, certo, una prima risposta piuttosto
ovvia. Lo ha detto lo stesso Kant: "indebita" non in generale ma qui, nei
giudizi estetici, perché appunto essi devono essere, in una parola, puri. Salvo
che questo richiamo alla purezza del giudizio estetico non sembra del tutto
risolutivo, e questa prima risposta necessita a sua volta qualche chiarimento.
Questa è la posizione kantiana: altri tipi di giudizio potranno concedersi questa
impurità della concettualizzazione, della teleologia; il giudizio estetico, no.
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E invece sì: già annunciavo, infatti, che Kant dice due cose. Una l'abbiamo
vista, ed è che non bisogna vedere, ad esempio, l'oceano come regno di
creature acquatiche, come riserva di vapori eccetera, ma come si dà
all'"intuizione immediata". Qual è l'altra cosa che Kant dice? La incontriamo
immediatamente dopo. Limitiamoci piuttosto, sta dicendo, al puro oceano così
come lo vediamo; con ciò, vediamo finalmente, al modo dei poeti, l'oceano
come un chiaro specchio d'acque, quando è calmo, oppure come un abisso
capace di inghiottire tutto, quando è agitato. Proprio qui c'è, direi, qualcosa che
non va. Prima Kant afferma la necessità (bisogna, man mu
are questo e non
fare quello) di stare alla pura percezione non-teleologica, cioè non-
ermeneutica, dell'oceano. Vuole attenersi cioè alla percezione che dice
puramente e semplicemente "ecco questo", "ecco l'oceano" liberandosi così
della percezione che dice invece "ecco, questo è come quello", "ecco, l'oceano
è come un regno di vita acquatica". Dunque, il punto, la cosa che non va
riguarda questo "come". È al "come" che si deve fare attenzione. Poi, ecco che
scrive quello che si dovrebbe fare, e che i poeti fanno. Essi dicono "ecco il
mare, il mare come uno specchio", "ecco il mare come un abisso".
Quel "come" che spunta sotto la penna di Kant in qualche modo lo
tradisce, sa qualcosa di più e qualcosa di diverso da quel che Kant vorrebbe
dire. Sarebbe ovviamente ingiusto, e presuntuoso, credere che si tratti di un
abbaglio da parte di Kant. Cerchiamo piuttosto di comprendere quel che sta
capitando. Vedere questo "come" quello, ecco il punto, colto nella sua forma
più generale. Il "come" non è che l'indice di una analogia e l'indizio di una
teleologia, Kant prova ad escluderlo e quando si prova ad offrire un esempio di
questa esclusione, di questa purezza, si morde improvvisamente la lingua.
Anche là dove non vorresti trovarlo, il "come" sta nascosto e compie il suo
lavoro segreto. Quale lavoro? Come questo lavoro è implicato, direi
conflittualmente, nella questione del sublime?
Il "come" è uno schema, è un inizio di giudizio, una sua condizione, forse
è il giudizio stesso nella sua essenza. Sono spunti che andrebbero certo svolti
più ampiamente: benché afferrato per un lembo marginale, il problema del
"come" è tutt'altro che marginale, in un'opera che si intitola Critica del
giudizio. Il "come" è la cosa indebita che si voleva escludere dal sublime e che
invece ritorna di soppiatto: se si vuole, il "come" è un modo uno dei modi, un
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modo essenziale, se si ascoltano i lettori di Kant alla luce della questione del
"come se": Vaihinger, ad esempio: ma non è questo che qui interessa un
modo di articolazione del sensibile e del soprasensibile. Ora questa
articolazione, nel sublime, c'è e non c'è, per così dire, e per questo Kant in un
certo senso ha ragione e dice bene, quando dice una cosa e il suo contrario,
quando nega la possibilità del "come" e poi è come costretto ad affermarla.
Provando allora a fare il punto su questo primo passo nella speranza di
mostrarvi quanto meno, a partire solo da un caso esemplare, qual è lo spirito
della mia ricerca, qual è la domanda intorno a cui mi muovo direi che,
quando emerge questa questione della pura percezione, della blosse
Anschauung, in cui consisterebbe la visione sublime e l'espressione del
sublime, l'espressione poetica, ad esempio, quando si prova a riassumere tutto
questo nell'esigenza di dire o di esperire una sorta di "ecco questo": bene,
siamo in errore. Perché così si è già detto, in effetti, di nascosto, "ecco, questo
è come questo". Neppure il poeta dice solo "ecco l'oceano". Dice "ecco
l'oceano, come un abisso". Non dice "l'oceano come un regno di creature
acquatiche": questo lo lascia dire allo scienziato. Ma, quanto alla forma, alla
forma del giudizio perché infine di questo si tratta, del giudizio le cose non
cambiano, e neppure il poeta può sottrarsi al "come". Neanche nella visione più
radicalmente non-teleologica la teleologia tace davvero.
Dicevo: è come se Kant si mordesse la lingua per necessità. Perché che
altro avrebbe potuto dire? Avrebbe potuto dire, semplicemente, "vedo
l'oceano"? Sarebbe stato davvero "semplice", questo dire? Forse no. Di nuovo,
se esplicitassimo ciò che comunque, lo si voglia o no, lì è implicito, cioè che in
verità vi si troverebbe, è qualcosa del tipo: "vedo l'oceano come oceano".
Anche il dato "puro", "immediato" dell'oceano non è che un movimento, una
mediazione, qualcuno direbbe un divenire-identico di sé con sé, dell'oceano
con l'oceano, di cui appunto il "come" è il medio e il contrassegno, il
"monogramma", direbbe il Kant della Critica della ragion pura, impegnato a
parlare dell'immaginazione (uno dei protagonisti del sublime, che qui dovrà,
purtroppo, essere lasciato a margine). Ecco che anche il poeta kantiano deve
dire "l'oceano come specchio".
Questo modo di vedere, e queste ultime formulazioni, possono sembrare
poco kantiani. Difatti riprendono, da un lato, una certa posizione critica di
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Hegel, ad esempio, sul principio di identità o sull'intuizione, dall'altro
l'indicazione heideggeriana secondo cui il "come" o l'"in-quanto", questo
"come" quello, questo "in-quanto" quello, sarebbero le strutture essenziali del
giudizio. Sarebbe però sufficiente dire, nei termini di Kant, che il punto sta
tutto nella possibilità o meno di qualcosa come una pura percezione, e che
sembra piuttosto improbabile, sempre nei suoi termini, poter ammettere una
pura percezione, una visione immediata, cioè sciolta dall'atto di una qualsiasi
operazione sintetica, da un qualsiasi lavoro dello schema, dall'unità con un
qualsiasi referente categoriale, da qualsiasi giudizio. Non c'è mai niente del
genere. Che cosa c'è, allora? Perché neppure si sta semplicemente dicendo: c'è
sempre giudizio, c'è sempre mediazione. Il sublime è appunto luogo di
un'esperienza in cui neppure dire questo è adeguato. Quando dicevo che nel
sublime l'articolazione tra sensibile e soprasensibile c'è e non c'è, alludevo
appunto a questo snodo. Provo quindi a chiarire. Che cosa c'è, si chiedeva?
L'interrogativo corrisponde a una prima tornata di domande: che cosa
accade nel sublime, che cosa accade nel linguaggio del sublime? Poi, seconda
serie di questioni: che ne è di questo "come", che, dicevamo, deve esserci e
non deve esserci, c'è e non c'è, a garanzia della sublimità sia dell'oceano, cui
finalmente si accederebbe in una sorta di pura esperienza, sia del linguaggio,
che finalmente sarebbe, a sua volta, in un senso ancora da determinare, puro?
Infine, terza tornata di domande: che cosa mai sarebbe ora questo modo di
intendere il sublime, come contrassegno di qualcosa come una esperienza pura
o una pura lingua, come Benjamin direbbe? Si potrebbe azzardare che il
sublime è questa stessa esperienza pura, questa pura lingua?
Inizio dalla "pura esperienza", per poi venire alla "pura lingua", anzitutto
orientandomi con l'aiuto di un testo che mi sembra molto stimolante e che
consente almeno un tratto del percorso necessario. Si tratta di un saggio di Paul
de Man, un critico letterario e un teorico della letteratura, soprattutto, che ha
scritto molto di estetica e che ha vaste competenze filosofiche. Il saggio si
intitola Phenomenality and Materiality in Kant. Non potendone esporre
sistematicamente il tragitto, mi limito a tratteggiarne la parte che ci interessa.
Anche per de Man il punto di partenza è il passo di Kant che abbiamo
considerato sin qui. Rileggiamolo almeno in parte: "Per poterlo trovar
sublime", dice dell'oceano, "bisogna rappresentarselo semplicemente come
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fanno i poeti, secondo ciò che ci mostra la vista: per esempio, quando è calmo,
come un chiaro specchio d'acqua limitato soltanto dal cielo; quando è
tempestoso, come un abisso che minaccia di inghiottire tutto." De Man accosta
poi a questo un altro testo kantiano, tratto dalla Logica, allo scopo di indagare e
di precisare l'idea problematica, abbiamo visto di una pura visione. Logica,
"Introduzione", capitolo V: "Se per esempio un selvaggio vede di lontano una
casa, non conoscendone l'uso, egli ha senz'altro proprio lo stesso oggetto di un
altro che ben la conosce come un'abitazione costruita per l'uomo. Ma quanto
alla forma, questa conoscenza di un solo e medesimo oggetto è differente
nell'uno e nell'altro: nel primo è mera intuizione, nel secondo è insieme
intuizione e concetto."
Passo conciso, chiaro quanto ambiguo, come vedremo. Altrettanto concisa
è, in ogni caso, l'osservazione con cui de Man riporta il problema della Logica
a quello dell'"Osservazione generale" prima citata. "Il poeta (...) è
chiaramente come il selvaggio". "Non c'è alcuna mente", prosegue, "coinvolta
nella visione kantiana dell'oceano". Contrassegno, questo, dell'immediatezza e
della sublimità di cui si era in cerca. Poco dopo dice: "La sola espressione che
viene in mente in proposito, è quella di una visione puramente materiale". Poi
precisa: "Puramente materiale, priva di qualsiasi complicazione riflessiva o
intellettuale". Infine aggiunge: visione "puramente materiale", e anche e perciò
"puramente formale". Due facce della stessa medaglia, per così dire.
Puramente formale, priva di ogni spessore contenutistico, di ogni concretezza,
se si vuole, di ogni teleologia nel senso in cui teleologico è ogni agire umano, e
concreta è ogni cosa incontrata dall'agire umano. Il sublime è lo scacco di
questi due modi di esperienza, e l'idea di de Man è che questa materialità sia,
diciamo, il limite dell'esperienza o dell'esperibile, una sorta di grado zero.
Scelta interpretativa audace, che si espone, da un punto di vista non solo
terminologico, ad un rischio notevole e ad una possibilità altrettanto
importante. Il rischio coincide con la lettura meno interessante, credo, della
lettura che de Man propone di Kant. Rischio, cioè, di pensare che ciò cui il
sublime offre accesso privilegiato sia una presunta materia, sorta di oggetto
indefinito, che in ogni caso starebbe in sé, prima del lavoro soggettivo-
trascendentale. Lo stesso de Man sembra talora inclinare a questa lettura
dell'idea di materialità. In un saggio intitolato Kant's Materialism, in cui
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riprende sinteticamente le posizioni espresse in Phenomenality and Materiality
in Kant, si incontra ad esempio l'immagine, francamente ambigua, secondo cui
"la dinamica del sublime segna il movimento in cui l'infinito è congelato nella
materialità di una pietra". È un rischio da evitare.
Torniamo allora, ancora a questo proposito, al passo della Logica. Si
vedrà, quanto meno, che l'ambiguità di de Man discende direttamente
dall'ambiguità del passo della Logica che lo stesso de Man richiama. Il
selvaggio, dice Kant, "ha senz'altro proprio lo stesso oggetto di un altro che
ben la conosce come un'abitazione costruita per l'uomo. Ma quanto alla forma,
questa conoscenza di un solo e medesimo oggetto è differente nell'uno e
nell'altro: nel primo è mera intuizione, nel secondo è insieme intuizione e
concetto." La domanda, l'insidia che emerge a questa seconda lettura è questa:
può davvero Kant dire, qui, "oggetto"? Certo no, è un po' come quando de
Man vorrebbe parlare della "pietra". È Kant a insegnare che non c'è
propriamente nessun oggetto se non come oggetto-per l'insieme di operazioni
soggettivo-trascendentali che lo costituiscono nell'esperienza. Non si può
separare l'oggetto dall'esperienza dell'oggetto. L'oggetto è il polo ideale verso
cui convergono queste operazioni e nient'altro. Dunque non è affatto vero che
c'è uno "stesso oggetto" per il selvaggio e per l'occidentale. Sono due
"oggetti" diversi, le virgolette sono d'obbligo. E anche i soggetti sono diversi.
È solo, come dire?, il terzo occhio che, inavvertito, si insinua sulla scena,
l'occhio imperturbabile e superiore di Kant che descrive i due soggetti del suo
esperimento mentale, solo questo terzo occhio può parlare di uno "stesso
oggetto": stesso, di nuovo, per lui solo.
Strana caduta di Kant in uno stile di pensiero precritico. Strana, in un testo
la cui redazione è avvenuta a partire da un corso di lezioni tenuto per molti
anni da Kant, attraverso l'intera sua vita speculativa. Caduta forse dovuta al
fatto che la Logica è attraversata da una certa oscillazione tra un'idea formale
di logica e un'idea trascendentale di logica. E se alla prima sta bene parlare
semplicemente di oggetti in sé, senza porsi troppe domande sull'origine di
questa inseità e sul suo modo di darsi nell'esperienza, per la seconda non
avrebbe invece alcun senso parlare, di nuovo semplicemente, di oggetti in sé.
Che è allora quello "stesso oggetto" che non è un oggetto, questa materia che
starebbe al di là dell'esperienza e che tuttavia dall'interno dell'esperienza
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l'esperienza del sublime ci sarebbe offerto come in un'allusione o in un
linguaggio cifrato? De Man dice appunto: è la pura materialità. Oppure la pura
formalità dell'esperienza, aggiunge. È questa la possibilità più interessante
contenuta nella sua lettura di Kant. De Man sta giocando sugli elementi che lo
stesso Kant aveva messo sul terreno, poco prima di proporre l'esempio del
selvaggio, in una riga che de Man non cita: "In jeder Erkenntnis muss
unterschieden werden Materie, der gegenstand, und Form, die Art, wie wie den
Gegenstand erkennen"; "in ogni conoscenza bisogna distinguere la materia,
cioè l'oggetto, e la forma, cioè il modo col quale noi conosciamo l'oggetto".
Cos'è allora questa specie di al di là dell'esperienza, in cui la distinzione
tra forma e contenuto, forma e materia, sensibile e soprasensibile viene
superata o comunque tenuta in sospeso? Bisogna forse leggere così: pura
materialità, cioè pura possibilità, pura potenzialità del darsi di oggetti di
esperienza; e pura formalità, cioè pura possibilità, pura potenzialità di darsi dei
soggetti che siano soggetti all'esperienza, alle sue forme, cioè spazio e tempo.
Dunque, nessun al di là dell'esperienza. Poiché nulla ne è mai fuori, se non il
suo stesso aver luogo, il suo accadere, il suo instaurarsi. Pura dynamis
dell'esperienza che si dà oggetti e soggetti possibili, dismisura dell'accadere
dell'esperienza, del fatto che ci sia esperienza, rispetto alla misura delle sue
singole attuazioni, rispetto all'esperienza di questo o quest'altro oggetto,
rispetto ad esperienze finite e determinate: grandezza assoluta del sublime, nel
lessico di Kant, dismisura di una infinità mai totalizzabile, potenza (Macht)
non empirica (la violenza della natura, la tempesta, ecc.: non è però la natura,
ad essere sublime, ammonisce costantemente Kant) ma trascendentale.
Da un certo punto di vista, la cosa più difficile da pensare è questa purezza
senza al di là. Kant, si potrebbe dire, è sempre in bilico su questo limite, il
senso del sublime è proprio questo: sub-limen, il sublime non dice altro che
questa esposizione o questa soggezione al limite della possibilità o della
potenza dell'esperienza. Ciò che si esperisce, nel sublime in altro modo forse
anche nel bello, ma in queste righe non vorrei occuparmene è, si potrebbe
dire anche così, l'esperienza stessa. Pura esperienza è l'esperienza
dell'esperienza, l'emergere entro l'esperienza del fatto che c'è esperienza come
limite interno, intrinseco all'esperienza stessa.
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Vediamo rapidamente una possibile risposta all'altro genere di domande
prima sollevate, quando era questione di qualcosa come una pura lingua, una
lingua della lingua, come Benjamin direbbe sarà questa, infatti,
l'articolazione della tematica kantiana con quella benjaminiana, nello sviluppo
ulteriore della mia ricerca di cui l'intera problematica del "come" è
esemplare. Per poter trovare sublime l'oceano dice Kant, e noi con lui
un'ultima volta bisogna rappresentarselo semplicemente come fanno i poeti,
secondo ciò che ci mostra la vista, per esempio, quando è calmo, come un
chiaro specchio d'acqua limitato soltanto dal cielo, o, quando è tempestoso,
come un abisso che minaccia di inghiottire tutto. Bene. Come pensare lo statuto
di questo "come" che c'è e non c'è, che non dovrebbe esserci ma che non può
non esserci? Il sublime è, da questo punto di vista, il luogo paradossale di un
giudizio in assenza di giudizio, di una facoltà o di un genere di giudizio cui
Kant non riconosce, anche in nome della purezza estetica, la possibilità o la
facoltà di giudicare. Se, secondo la proposta prima ricordata, proprio il "come"
è un carattere precipuo del giudizio se esso, cioè, costituisce l'operazione
essenziale della lingua nel sublime sarebbe allora all'opera un linguaggio che
non può dire nulla, che non può giudicare; eppure, insieme, un linguaggio che
deve dire e deve giudicare, poiché non può fare altro. L'oceano dei poeti non è
"come" nulla, non è come un regno di vita acquatica, eppure anche è "come"
qualcosa, precisamente è come uno specchio, o, al limite, si diceva, si sarebbe
potuto dire, l'oceano è "come" l'oceano, è come se stesso. Il punto non è
l'appropriatezza o l'inappropriatezza del "come", la sua legittimità o meno, il
successo o meno del tentativo di escluderlo dal sublime, la capacità o meno del
linguaggio di dire o di non dire l'oceano. Questo "come", che nonostante tutto
emerge nel linguaggio del sublime, è qualcosa come l'occasione di una
sospensione del linguaggio, ma di una sospensione che non avviene altrove che
nel linguaggio stesso e che non dischiude alcun al di là del linguaggio. Il
"come" resta pur sempre all'opera, ma in bilico in questa epoché, trattenuto e
disattivato in questa sospensione del giudizio che è anche una krisis del
giudizio, un giudizio del giudizio, o, direbbe Benjamin, una lingua della lingua.
Il luogo teorico che in Benjamin equivale al sublime kantiano è la traduzione o
la lingua aurorale del genesi. Nel sublime, nella traduzione, in queste occasioni
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di epoché e di krisis si mostra anche e soprattutto il "puro" fatto "che" c'è
giudizio, che c'è il "come" del linguaggio o che c'è linguaggio tout court.
Un puro "che": questo è il limen in questione nel linguaggio del sublime.
Che si sia linguaggio, che ci sia esperienza, oppure che ci sia qualcosa come
un'esperienza dell'esperienza o una lingua della lingua, questo è, insieme, il
più proprio dell'esperienza e del linguaggio e, insieme, qualcosa di
assolutamente inappropriabile.
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