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Convegno Nazionale dei Dottorati di Ricerca
in Filosofia
Gallipoli 2/4 ottobre 2000
Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia
Università di Lecce
Relazione di
Fabrizia Abbate
"Ermeneutica della narrazione etica
in Martha C. Nussbaum"
Il titolo di questa ricerca si presenta ovviamente con quel carattere di provvisorietà che si addice agli studi in itinere. E' titolo pronto dunque a
trasformarsi, a cambiare a seconda del pensiero e degli sviluppi che lo studio avrà nel corso dei mesi. Così come invece è probabile che resti il
medesimo fino alla fine, indice di una mia convinzione dei temi che neppure il tempo scalfisce.
E' anche vero che il titolo contiene già tutti gli elementi di questo studio, riassunti in una parola e però presenti.
Iniziamo dal primo termine : ermeneutica. L'alveo inopinabile di
questa ricerca è sicuramente il contesto ermeneutico, la lezione
dell'interpretazione e della mediazione che ho ricevuto nella mia formazione accademica. Paul Ricoeur è stato il maestro che mi ha
accompagnata nei territori a latere della filosofia, quelli da cui si può e si
deve partire per riaprire un discorso sulla identità che la caduta del soggetto cartesiano aveva rischiato di minare alla radice. "Via lunga", aveva voluto
chiamare Ricoeur la sua maniera di procedere non già per tappe, ma per articolazioni di piani che ampliassero le delimitazioni della comprensione,
non intuizione immediata, ma attraversamenti di spiegazioni a più livelli ed angolature, "spiegare di più per comprendere meglio" è frase amata da
Ricoeur. Allora i sentieri della psicanalisi, dello strutturalismo, la semantica dell'azione e la semiotica sono stati imboccati nell'unica
convinzione ermeneutica da inseguire fino ai confini delle discipline, convinzione nata nell'alveo della fenomenologia esistenzialistica e del
personalismo.
2
Ricoeur è passato per il "sospetto" che ha smontato la certezza del
Cogito cartesiano, l'evidenza dell'io dinanzi a se stesso con un atto
semplice di intuizione trasparente : pulsioni estranee al soggetto, che siano l'inconscio, le dinamiche economiche, la volontà di potenza ad agire dentro
di lui, su di lui e per lui, "spezzano" l'incantesimo della autoposizione idealistica, distruggono la garanzia e scoprono una fallibilità mai
autarchica, bensì votata ad applicarsi in cerca di mediazioni espressive.
Essere implicato, appartenere ad una situazione che lo precede,
significa per il soggetto sancire la sua permanenza nel concreto e comprendersi solo a partire dalla interpretazione dei segni e la mediazione
tra sé e il mondo, diventare l'io che "può ricuperarsi unicamente nelle espressioni della vita che lo oggettivano (...), nello specchio dei suoi
oggetti, delle sue operazioni, e finalmente dei suoi atti"
1
, scriveva Ricoeur
all'epoca del Conflitto delle interpretazioni.
Ecco, c'erano già tutte e tre le figure che avrebbero incarnato la
spendibilità di questo io, il parlante, l'agente, il personaggio della narrazione, le tre vie che avrebbero operato per il ricupero di una
"riflessione concreta", riflessione che non sarebbe mai più tornata al soggetto, ma avrebbe realizzato la novità del sé pregno dell'alterità che lo
fonda e lo attraversa, alterità di piani, alterità del `tu' con cui
strutturalmente si relaziona, alterità di significati . Sé come un altro,
appunto, libro cult del pensare `altrimenti', "abbozzo di summa per l'età ermeneutica della ragione" come provò a definirlo Armando Rigobello
2
.
Prima di arrivare al sé, c'è però quel "germoglio" fragile che nasce
tra le pagine di Tempo e racconto, germoglio lo chiama Ricoeur e presto ci
si accorge di quanto sia in vero il frutto maturo di annose frequentazioni
con le metafore testuali e le potenzialità dell'universo narrativo da una parte, dall'altra con le teorie dell'azione : è "l'identità narrativa", il
racconto della storia di una vita, l'intreccio di tempo aperto al prima e al dopo, vissuto mantenendosi nel progetto del sé, senza tradire ciò che è
"proprio" e ciò che è "altro" in un incastro unico ; identità che è "misto instabile di fabulazione ed esperienza viva" e capace di vivere la
responsabilità dell' "attestazione" ancorata, incarnata.
Chi aveva seguito l'autore nella fatica degli studi precedenti sulla
metafora, era stato istruito sul potere che l'ordine simbolico ha di ri- figurare il reale, di scoprire dimensioni nascoste dell'esperienza e di
trasformare la visione del mondo grazie all'operazione di "referenza" che è necessario ricuperare a valle dell'enunciato metaforico, l'idea di base è che
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P. Ricoeur, Esistenza e ermeneutica, ne Il conflitto delle interpretazioni, intr. di A. Rigobello, tr. it. di R.
Balzarotti, F. Botturi, G. Colombo, Jaca Book, Milano 1995, pp.31-35.
2
A. Rigobello, La difficile identità. Impegno ontologico e maieutica dell'altro, in Oltre il trascendentale,
Biblioteca Scientifica Fondazione Ugo Spirito, Roma 1994, p. 223.
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le forme del linguaggio non siano mai strutturazioni di segni fini a se stessi. Questo stesso potere di ri-descrizione resta in eredità alla costruzione
dell'intreccio, al racconto che è mimesis dell'azione secondo la tradizione aristotelica, imitazione nel senso di composizione delle azioni,
configurazione che assicura coerenza, "sintesi dell' eterogeneo" che conferisce unità ai fatti. Il banco di prova erano state le aporie del tempo,
l'antinomia del tempo cosmologico e del tempo fenomenologico, a cui la poetica era stata in grado di rispondere con il terzo tempo costruito
dall'attività mimetica, prodotto dall'incrocio delle prospettive referenziali della storia e della finzione.
Ecco perché diciamo che l'identità narrativa ha un cuore di metafora
e che configura e dispiega la temporalità che noi siamo. All'identità
puntuale ed istantanea del Cogito si sostituisce l'identità dinamica capace
di conciliarsi con la diversità, con i salti, i buchi , le incoerenze del vissuto, ed è l'identità del personaggio ossia colui che compie l'azione nel
racconto e, di più, risulta costruito nell'intreccio che caratterizza l'azione raccontata ; l'identità narrativa replica poeticamente a queste aporie, non
eliminandole, ma facendole lavorare, rendendole "produttive in un altro registro di linguaggio", come ripete Ricoeur. Nella discrepanza delle
emozioni, delle conoscenze, delle aspirazioni dell'esperienza, "l'identità narrativa, costitutiva dell'ipseità, può includere il cambiamento, la
mutabilità, nella coesione di una vita"
3
. Quanto è sotteso a questa forma
narrata di identità è una sorta di lavoro della immaginazione, kantianamente
intesa come "immaginazione produttiva", come meccanismo che produce sintesi, coerenza, nuovo contenuto.
L'interrogativo Chi ? apre la via maestra delle investigazioni di Sé
come un altro, e si tramuta infatti subito in chi parla ?, chi agisce ? e proprio in chi si racconta ? giacché "né la definizione della persona nella
prospettiva del riferimento identificante né quella dell'agente nel quadro della semantica dell'azione (...) hanno tenuto conto del fatto che la persona
di cui si parla, che l'agente da cui dipende l'azione, hanno una storia, sono la loro propria storia"
4
, alludendo a questa identità profonda vissuta con se
stessi, identità storica e perciò con l'aspetto del racconto, nutrita di modificazioni e di riprese, di attraversamenti temporali che anziché
infrangere l'unità della vita, riescono a trovare coerenza mediante la configurazione narrativa. La persona è in questa attitudine indiscernibile
dalle proprie esperienze, inviluppata dentro alle storie, e se tornassimo a
3
P. Ricoeur, La prima aporia della temporalità : l'identità narrativa, in Tempo e racconto III. Il tempo
raccontato, tr. it. di G. Grampa, Jaca Book, Milano 1994, p.376.
4
P. Ricoeur, L'identità personale e l'identità narrativa, in Sé come un altro, ed. it. a cura di Daniella
Iannotta, Jaca Book, Milano 1993, p.201.
4
parlare del soggetto dovremmo conferirgli l'identità del personaggio nel racconto della propria vita.
Non solo, ma la lettura di se stessi comporta sempre il momento di
invio all'azione, lavora anzi proprio come provocazione ad essere e ad agire
altrimenti, il lettore ridiventa agente, ricupera l'iniziativa di un corso di azioni, ed è "in questo punto che la nozione di identità narrativa trova il
proprio limite e deve unirsi alle componenti non narrative della formazione del soggetto agente"
5
.
L'Etica sembra tornare esigenza primaria, tanto è che in Sé come un
altro l'identità narrativa e il raccontare fanno da ponte e legame tra il piano
della descrizione e quello della prescrizione. A qualcuno era parso addirittura che in questo passaggio Ricoeur "butti via l'acqua con il
bambino"
6
, abbandoni troppo facilmente il germoglio scoperto con
entusiasmo. Laddove invece crediamo che la "immaginazione etica" a cui si allude soltanto alla fine di Sé come un altro, sia piuttosto una
consapevolezza etica che si mantiene proprio sul pilastro della narratività.
"Come potrebbe un soggetto d'azione - suggerisce Ricoeur -
conferire una qualificazione etica alla propria vita, nella sua interezza, se questa vita non fosse composta, e come lo potrebbe essere se non,
precisamente, in forma di racconto ?"
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Ma pure l'impegno etico poggia su una dimensione di futuro che è
già dentro l'identità narrativa, basti pensare alla enorme potenzialità che solo il racconto possiede : sembra sia rivolto al passato perché è la voce
narrante che guarda retrospettivamente, e invero è carico dei progetti, degli scopi, delle realizzazioni presenti e delle anticipazioni dei personaggi e dei
viventi. Il nastro del sé raccontato corre tra la memoria e l'attesa, giacché
l'io che racconta è "un io che si ricorda di ciò che l'ha preceduto", ma che "raccontando a ritroso, offre al suo personaggio la possibilità di cominciare
il suo viaggio in avanti", fino a tutto quello che la vita può significare. Ora, se fin qui abbiamo delineato uno statuto ermeneutico per l'identità che
si avvale della potenzialità narrativa, del meccanismo dell'intreccio, tuttavia ci ricordiamo bene che la nostra ricerca chiama in causa Martha C.
Nussbaum, e dunque sappiamo che l'asse del discorso va spostato in avanti. In che senso ? Nel senso che l'apertura etica, posta in gioco finale e più alta
di quella identità narrativa, va spesa, va visitata, o perlomeno saggiata su campo.
Apertura etica non solo individuale, ma soprattutto sociale.
5
P.Ricoeur, La prima aporia della temporalità : l'identità narrativa, cit., p.379.
6
P. A. Rovatti, Narrazione e "fragilità", in Abitare la distanza, Feltrinelli, Milano 1994, p.126.
7
P.Ricoeur, Il sé e l'identità narrativa, in Sé come un altro, cit., p.248.
5
Dobbiamo cioè allargare il nostro ambito di riflessione ad una considerazione anche sociologica e antropologica. Ecco perché la scelta di
Martha C. Nussbaum, perché nella sua filosofia abbiamo ritrovato l'attenzione all'immaginazione narrativa allargata ad un piano di etica
sociale. Che si tratti di immaginazione "letteraria" strictu sensu, che si tratti di uso di metafore poetiche o di poemi tragici, o più ancora delle forme del
romanzo per comprendere e indirizzare i passaggi di una identità etica universale, in ogni caso è l'accento sulla dimensione "pubblica" della
immaginazione ciò che della Nussbaum ci interessa approfondire. Sappiamo bene di esserci allontanati molto da Ricoeur, come formazione
filosofica e come modi del pensare : con Nussbaum ci portiamo al cuore di un dibattito filosofico statunitense che procede su strade diverse da quelle
europee, e dall'ermeneutica. Un dibattito che, per quanto riguarda la
Nussbaum, unisce il neo-aristotelismo novecentesco all'orizzonte delle "pratiche", il diritto, l'economia, la politica. Anche se, a ben guardare, non
dobbiamo trascurare la recente rilettura aristotelica di Ricoeur proprio a conclusione della "piccole etica" di Sé come un altro.
Ecco perché il primo approccio alla Nussbaum abbiamo voluto fosse mediato da una nostra lettura delle grandi etiche aristoteliche (la
Nicomachea e l'Eudemia) e dalle ascendenze dello stagirita nei pensatori americani delle ultime generazioni, pensando a Alison MacIntyre
8
piuttosto
che a Charles Taylor
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o Wayne Booth. In Nussbaum, però, ci siamo quasi
ritrovati "a casa", per usare una metafora, proprio per la mediazione
semiotica del discorso, mediazione in fin dei conti "ermeneutica", se operiamo una forzatura che non ci spaventa.
L'incontro della immaginazione letteraria con la vita civile (così suona il
sottotitolo di uno dei suoi libri più significativi
10
), si muove a partire dalla
convinzione che "la narrazione e l'immaginazione letteraria non siano
l'opposto dell'argomentazione razionale, bensì possano costituirne delle componenti essenziali"
11
, perché ciò che entra in gioco è il ruolo delle
emozioni nel giudizio pubblico, quello che comporta "immaginare la situazione di qualcuno che è differente da sé"
12
. E quanto avviene
normalmente nella proposta letteraria è in fondo quello che si produce al livello sociale tra agenti che decidono di pensarsi come personaggi di una
narrazione comune.
8
A.MacIntyre, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, tr.it. di P.Capriolo, Feltrinelli, Milano 1988.
9
C.Taylor, Radici dell'io. La costruzione dell'identità moderna, tr.it. di R.Rini, Feltrinelli, Milano 1993.
10
M.C.Nussbaum, Il giudizio del poeta. Immaginazione letteraria e vita civile, tr.it di G.Bettini,
Feltrinelli, Milano 1996.
11
Ibidem, pag.13.
12
Ibidem, pag.14.
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La sfida lanciata dalla Nussbaum è che sia proprio la filosofia ad occuparsi di questa sovrapposizione, la filosofia che troppo spesso disdegna questi
strumenti di analisi. E' anche vero che il percorso personale di Martha Nussbaum ha agevolato
certi indirizzi teoretici. Lei stessa, invitata a tenere il corso di Law and Literature all'Università di Chicago, ha scritto di essersi "gradualmente"
resa conto che lo scopo di tale insegnamento era "l'esame e la difesa, in base a determinati principi, della concezione umanistica e pluralistica della
razionalità pubblica, efficacemente esemplificata nella tradizione del common law", e dunque sicuramente la sue esperienza di coinvolgimento
nella vita attiva del paese ha contribuito a calare la sua ricerca filosofica nel contesto civico. Basti pensare agli anni di consulenza presso il World
Institute For Development Economics Research di Helsinki (un istituto di
ricerca collegato con l'ONU), in cui ha diretto insieme al premio Nobel Amartya Sen un progetto sulla valutazione della qualità della vita nei paesi
in via di sviluppo
13
. Anche in questo caso le intenzioni erano state quelle di
dimostrare come "i dibattiti filosofici - sul relativismo e l'antirelativismo
culturale, sull'utilitarismo e i suoi punti forti e deboli - fossero rilevanti per l'opera dei politici nel momento in cui si dedicano alla ricerca di criteri di
misurazione e comparazione di quell'elemento inafferrabile che è la qualità della vita in una nazione". E' curioso però andare a vedere e a studiare su
quali basi la Nussbaum e Sen abbiano svolto le critiche ai paradigmi economici standard di valutazione, e si siano appellati a nuove creazioni : si
scopre che per i due studiosi era stata il motore di tutto proprio, incredibilmente, la rivisitazione di un testo di narrativa, Tempi difficili di
Charles Dickens.
Nel Giudizio del poeta, la Nussbaum offre una lunga e dettagliata spiegazione di come questo testo di Dickens "funzioni" ai fini del discorso
"pratico", mostrando come esso contenga "la visione normativa di un'economia politica e di un'immaginazione politica scientifiche"
14
.
Non è questa la sede per dilungarci sull'ampia ricognizione di The Quality Of Life, ma abbiamo citato anche queste esperienze biografiche per
giustificare la nostra lettura meticolosa di saggi che sembrano apparentemente lontani dalla ricerca che abbiamo intrapreso, e che invece
sono tutti uniti al fondo dalla medesima sfida : comprendere, attraverso lo strumento ermeneutico della immaginazione narrativa.
Ma c'è di più (ed è la tesi che si aggiunge alle altre già avviate ) : quello che a noi preme capire e mostrare è che il legame tra questo tipo di
13
.Nussbaum, M.C - Sen, A., The Quality Of Life, Clarendon Presse, Oxford 1993 ; in corso di trad. per
Feltrinelli.
14
M.C.Nussbaum, Fantasia, nel Giudizio del poeta, cit., p.32.
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immaginazione e l'orizzonte delle pratiche è possibile solo a patto che non ci si rinchiuda nella semiotica arida e autoreferenziale. Solo a patto,
dunque, che la semiotica lasci posto ad una semantica, al "senso" che i "segni" veicolano e che riversano sul mondo, per utilizzare una espressione
seducente del linguista francese Emile Benveniste
15
.
In questo ricupero della semantica arrischiamo, ancora una volta, una
convergenza di Ricoeur con la Nussbaum, ma perché in fondo sappiamo che la convergenza avviene a livello della mimesis aristotelica, della
imitazione di vita che contraddistingue l'intreccio della narrazione. Siamo purtroppo obbligati anche qui a tralasciare ampi spezzoni di
discorso, che sicuramente la ricerca assorbirà ed elaborerà nel suo procedere ed offrirà nella sua forma definitiva. Ci teniamo tuttavia ad
accennare ai punti, per riuscire a dare l'idea degli itinerari di questo
approfondimento accademico. Uso sicuramente semantico e non semiotico è quello che Martha Nussbaum
fa dei capisaldi della tragedia greca (eschilea, sofoclea, euripidea ) nel suo testo forse più famoso, La fragilità del bene
16
. Il tema forte e centrale del
libro è quello della virtù contaminata dalle occasioni del mondo, la metafora è quella tragica dell'Edipo, di Antigone, di Fedra. Ossia ciò che la
Nussbaum vuole tematizzare è l'appartenenza all'io della fragilità del bene : non basta all'uomo proporsi un ideale di vita buona, una tavola di
valori immutabili, un codice di virtù illesa, non basta perché inevitabilmente e invariabilmente l'uomo si scontra, o piuttosto è meglio
dire `incontra' la fortuna, la tyche, ciò che non è suo, non gli appartiene, ciò che non ha deciso in prima persona e tuttavia subisce, accetta o risceglie.
La Nussbaum qualifica tuttavia in modo positivo questa intrinseca
debolezza, questa `esposizione' della condizione umana, nel senso che ciò che rischia di contaminare la purezza della virtù, la determinazione della
ragione, non può essere tacciato di estraneità assoluta, ma va assunto come fattore della specificità umana sulla terra. In questo contesto, la funzione di
Aristotele sarà per Nussbaum quella di aiutare "a criticare ogni etica che, aspirando a trascendere l'umanità, perda di vista le caratteristiche
costitutive della condizione umana, che molto spesso si traducono in bisogni e in limiti che vincolano gli uomini e le donne al particolare e al
contingente"
17
Ora, per noi si apre una ulteriore seduzione : il nesso istituito tra il racconto
tragico e l'indagine sul "potere", perché del resto è di questo che si parla quando si vuole ragionare sul corso delle azioni dell'uomo nel mondo.
15
E.Benveniste, Problemi di linguistica generale, tr.it. di M.V.Giuliani, Il Saggiatore, Milano 1971.
16
M.C.Nussbaum, La fragilità del bene. Fortuna ed etica nella tragedia e nella filosofia greca, tr.it di
M.Scattola, ediz. a cura di G.Zanetti, Il Mulino, Bologna 1996.
17
Ibidem, pag.19.
8
Seduzione che non lasceremo intentata e da cui ci faremo sicuramente trascinare nel corso degli studi, o perlomeno ci dichiariamo disponibili fin
da ora ad una prova di verosimiglianza. Senza rischiare di connotare questo passaggio con le colorazioni che
Michel Foucault dava al concetto di `potere', tuttavia ribadiamo che in questo caso è il "racconto tragico" ad offrirci la misura delle possibilità e
delle impossibilità della suddetta azione umana. Ossia, ritorniamo al principio. Richiudiamo la traccia disegnata all'inizio,
non circolarmente però, perché nel frattempo le strade imboccate sono state diverse per direzione e consistenza : richiudiamo ermeneuticamente,
secondo un circolo `virtuoso'. "Il romanzo - scrive Nussbaum - costruisce un paradigma di ragionamento
etico che è contestuale senza essere relativistico, un paradigma da cui
ricaviamo prescrizioni concrete potenzialmente universalizzabili applicando un'idea generale di pienezza umana ad una situazione concreta,
nella quale veniamo sollecitati ad entrare mediante l'immaginazione. Questa è una forma notevole di ragionamento pubblico, sia all'interno di
una singola cultura sia tra più culture"
18
.
Di più, inseguendo il ragionamento di Wayne Booth
19
, impariamo bene che
l'atto di lettura e valutazione di quanto letto ha una rilevanza etica proprio perché costringe ad uscire fuori da sé, ad attingere un livello critico per cui
si confronta quello che si è letto sia con la esperienza personale sia con le reazioni e gli argomenti degli altri lettori. Ecco perché Martha Nussbaum
commenta che una simile idea di lettura, ossia come "combinazione del proprio essere immersi nell'attività di immaginazione e di momenti di
analisi critica più distaccata e interattiva" ci porta alle soglie di
comprensione del "ragionamento pubblico in una società democratica"
20
.
18
M.C. Nussbaum, L'immaginazione letteraria, nel Giudizio del poeta, cit. pp.26-27.
19
W.C Booth, The Company We Keep : An Ethics Of Fiction, University of California Press, Berkeley e
Los Angeles 1988, pp.70-77.
20
M.C.Nussbaum, L'immaginazione letteraria, cit., p. 27.
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