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Pillole di Saggezza
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INTRODUZIONE A «SO QUEL CHE FAI»
di Giacomo Rizzolati e Corrado Sinigaglia

a cura di:
Cinzia Ruggeri

Premessa

Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia col loro testo intitolato “So quel che fai” ci danno la possibilità di volgere uno sguardo nella più sconosciuta, enigmatica e restia a farsi afferrare, delle oggettività studiate da scienziati, filosofi e psicologi: il cervello. In “So quel che fai” è possibile “sbirciare” all’interno di una parte della nostra mente che, pur essendo a noi familiare perché esperita in prima persona, continua a riservare delle emozionanti novità che non possono non togliere il fiato. In questo testo, sono riportati gli esiti delle ultimissime scoperte scientifiche relative alla nostra capacità d’azione nel mondo che ci circonda, mondo costituito da oggetti che si offrono al nostro cervello come suadenti inviti ad agire su e con loro.
I tradizionali assunti sul come sia articolato e sul come funzioni il nostro sistema motorio, sono qui completamente rivisitati e reinterpretati sulla base di nuove scoperte che ci permettono di venire a conoscenza dell’importanza anche attiva - e non meramente passiva come si riteneva fino a non molto tempo fa - che il sistema motorio svolge all’interno della pianificazione ed esecuzione dei movimenti corporei. Movimenti articolati nello spazio che qui si mostra in tutta la sua dinamicità e relatività perché rapportato non al metro oggettivo della geometria, ma al metro soggettivo e soggettivante di un essere vivente: il corpo.
Ma viene qui anche argomentata per la prima volta una delle scoperte scientifiche più sorprendenti dei nostri giorni che ha permesso di scostare il velo di Maya da elementi del sistema neurale rimasti sino ad ora sconosciuti: la scoperta dei neuroni specchio. Questi ultimi impongono uno sguardo del tutto nuovo sull’altro pezzetto di mondo che ci circonda: il mondo sociale; costituito da individui che condividono spazi intersoggetivamente afferrabili, questo nostro mondo diviene un po’ meno enigmatico perché questi spazi di mutua condivisione, essendo generati dai neuroni specchio, possono ora essere indagati più saldamente. I ricercatori hanno un’arma in più per cercare di interpretare in modo nuovo alcuni assunti - di sapore per lo più metafisico – riguardanti alcune nostre facoltà mentali quali: l’intuizione, la percezione, la comprensione logico-formale. I neuroni specchio sono i veri artefici di ciò che viene per lo più considerata essere una sorta di anticipazione intuitiva/percettiva-logica-psicologica, di un atteggiamento motorio vissuto in terza persona: so quel che fai perché i miei neuroni specchio mi consentono, attivandosi ancor prima che tu abbia ad esempio portato a termine un movimento, di anticipare l’esito delle tue azioni.
Filosofia, psicologia e antropologia hanno un alleato in più, le neuroscienze, anche per cercare di risolvere altre questioni da sempre indagate. I neuroni specchio si prestano infatti a ricerche (ad oggi in atto) che hanno come scopo il cercare di dirimere la matassa di problemi che ricopre lo studio di certe capacità mentali umane, quali ad esempio il linguaggio, la capacità d’imitare e comprendere gli altri, la possibilità di condividere le reciproche emozioni. Questi sono solo i primi passi verso cui questa sorprendente scoperta sta conducendo i ricercatori odierni, e Giacomo Rizzolatti insieme a Corrado Sinigaglia ci danno la possibilità di assaporare ciò che è stato sino ad ora scoperto e di pregustare nel contempo ciò che potrà venire in futuro svelato.
Per chiudere questa introduzione alla presentazione che seguirà di alcune delle tematiche affrontate in “So quel che fai”, non posso fare a meno di citare la frase di Vilayanur S. Ramachandran riportata anche sul retro della copertina del libro: I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia.

 

Il sistema motorio

Le scoperte degli ultimi venti anni sull’organizzazione del sistema motorio hanno dato un notevole impulso alla ricerca scientifica che ora pare essere sulla buona strada per poter spiegare il funzionamento e l’organizzazione delle aree cerebrali responsabili del controllo e della genesi dei nostri movimenti corporei.
Fino a non molto tempo fa le aree corticali adibite a fenomeni sensoriali, percettivi e motori, pur essendo collegate anatomicamente erano ritenute nettamente separate, autonome, da un punto di vista funzionale: le informazioni delle aree sensoriali (localizzate nel lobo occipitale, circonvoluzione postcentrale e circonvoluzione temporale superiore) si riteneva giungessero alle aree motorie (poste nella corteccia frontale agranulare, ovvero la parte posteriore del lobo frontale) grazie all’intervento di aree chiamate associative (localizzate nel lobo temporale e parietale) che si credeva avessero il compito precipuo di formare “percetti” oggettuali e spaziali mediante l’elaborazione dei dati afferenti dalle aree sensoriali, e di inviare in seguito questi input sensoriali alla corteccia motoria. Quest’ultima per i ricercatori svolgeva quindi un compito meramente passivo nella dinamica neurale sfociante in un movimento, perché si pensava determinasse l’attuazione del gesto motorio sulla base delle sole informazioni dettate dalle aree sensoriale, previo rielaborazione da parte delle aree associative; la corteccia motoria “non ci metteva niente di suo”, in positivo, nella fase di elaborazione delle informazioni necessarie a qualunque tipo di movimento. Il sistema motorio nel suo complesso era relegato a mero traduttore di sensazioni e pensieri - derivanti dalle altre aree corticali (lobo occipitale, temporale e parietale) - in atti motori, in poche parole: ad eseguire meccanicamente “ordini commissionatigli da altri”.
Il problema consisteva nel capire quando e come pensieri e sensazioni si traducessero in azioni, dove precisamente avveniva questo miracoloso passaggio che faceva sì che il pensiero di voler afferrare una tazzina da caffè, si traducesse nell’effettivo atto dell’afferrare.
Ulteriori ricerche hanno portato a rivalutare la parcellizzazione anatomo-funzionale della corteccia frontale agranulare (la quale è risultata essere anatomicamente e funzionalmente più articolata di quanto si ritenesse in passato), e il ruolo svolto dal sistema motorio nella dinamica neurale che prelude e segue un atto motorio. Non più considerato un passivo esecutore di pensieri e sensazioni originatisi altrove, il sistema motorio ha assunto una posizione di tutto rispetto nel complesso delle attività cerebrali sfocianti nella genesi dei percetti di futuri movimenti: in una parte delle aree associative - più precisamente nel lobo parietale posteriore – è stata riscontrata un’attività neurale connessa ad atti motori, vi sono anche qui neuroni che si attivano in relazione ad un movimento. Possedendo anche queste aree delle proprietà motorie, che si riteneva fossero patrimonio esclusivo della corteccia frontale agranulare, non si può non considerarle dunque parte del sistema motorio corticale. Le due aree corticali insieme - lobo parietale posteriore e corteccia frontale agranulare - vanno a formare circuiti intracorticali altamente specializzati che lavorano in parallelo:

[…]dal punto di vista anatomico le connessioni parieto-frontali rivelano un alto livello di specificità, dando forma a una serie di circuiti anatomicamente segregati. Sul piano funzionale ciò si traduce nel fatto che ciascuno di questi circuiti appare coinvolto in una particolare trasformazione sensori-motoria, ossia in una particolare “traduzione” di una descrizione dello stimolo compiuta in termini sensoriali in una in termini motori (G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, So quel che fai, Raffaello Cortina Editore 2006, p. 17).

Il sistema motorio non è più considerato unito anatomicamente ed isolato funzionalmente dalle altre attività cerebrali, ma si è scoperto che concorre con esse alla elaborazione e trasformazione dei dati sensoriali negli atti motori che, a seconda dello scopo cui sono destinati, il soggetto decide di compiere:

[…]il sistema motorio non è in alcun modo periferico e isolato dal resto delle attività cerebrali, bensì consiste di una complessa trama di aree corticali differenziate per localizzazione e funzioni, e in grado di contribuire in maniera decisiva a realizzare quelle traduzioni o, meglio, trasformazioni sensori-motorie da cui dipendono l’individuazione, la localizzazione degli oggetti e l’attuazione dei movimenti richiesti dalla maggior parte degli atti che scandiscono la nostra esperienza quotidiana. Non solo: il fatto che l’informazione sensoriale e quella motoria siano riconducibili ad un formato comune, codificato da specifici circuiti parieto-frontali, suggerisce che, al di là dell’organizzazione dei nostri comportamenti motori, anche certi processi di solito considerati di ordine superiore e attribuiti a sistemi di tipo cognitivo, quali ad esempio la percezione e il riconoscimento degli atti altrui, l’imitazione e le stesse forme di comunicazione gestuali o vocali, possano rimandare al sistema motorio e trovare in esso il proprio substrato neurale primario (Ivi, pp. 21-22).

L’elaborazione dunque dei dati sensoriali necessari affinché un movimento possa essere posto in atto comincia già a livello del sistema neurale adibito al controllo del movimento. Le facoltà mentali d’ordine superiore che portano a finalità molteplici e diversificate e che determinano il perché delle nostre azioni nell’ambiente circostante, subentrano sì nel porre l’ultima parola alla nostra volontà d’agire, ma se ci limitiamo a considerare l’input più primario ed arcaico che conduce ad un movimento non abbiamo bisogno di esse, i neuroni motori c’invitano da subito ad interagire col mondo circostante ancor prima che subentrino istanze motivazionali d’ordine superiore.

 

Neuroni motori

Le varie ricerche che hanno portato a dare al sistema motorio un ruolo più pregnante nell’organizzazione dei nostri movimenti, hanno studiato (avvalendosi di metodi d’indagine scientifici a carattere non invasivo sui macachi) l’attività neurale delle zone su citate e, come già detto, sono giunti così a scoprire l’esistenza di neuroni motori - che scaricano cioè concomitantemente ad un atto motorio -  anche là dove si pensava ci fossero solo neuroni svolgenti compiti puramente associativi, slegati cioè dal gesto motorio vero e proprio.
Cerchiamo di riassumere ora il più brevemente possibile alcune delle caratteristiche facenti capo ad un neurone motorio utilizzando come esempio l’atto dell’afferrare oggetti
I neuroni motori sono stati catalogati e suddivisi in classi. A seconda del tipo di atto motorio da loro codificato ci sono ad esempio “neuroni-arreffare-con-la-mano-e-con-la-bocca”, così definiti perché si è registrata una loro attivazione nel momento in cui la scimmia afferra il cibo con la mano o con la bocca, oppure “neuroni-afferrare-con-la-mano” che si attivano solo quando l’operazione prevede che l’animale utilizzi la mano,  restando inattivi invece quando l’atto dell’afferrare è compiuto con la bocca. Questi ed altri sono neuroni che codificano non singoli movimenti ma veri e propri atti motori, cioè più movimenti che coordinati tra loro portano ad un fine (l’afferra nel caso qui citato). Oltre al tipo di atto motorio codificato i neuroni motori sono risultati avere un alto grado di selettività: si attivano non solo in relazione all’atto dell’afferrare, ma anche in relazione al modo dell’afferramento. A seconda del tipo di conformazione che la mano deve assumere per poter afferrare gli oggetti, si attivano gruppi di neuroni differenti: nel caso in cui l’animale debba afferrare ad esempio una matita, scaricano i neuroni motori adibiti alla prensione di oggetti tramite una presa di precisione (opposizione di pollice ed indice), se invece l’animale si trova di fronte ad oggetti di medie o grandi dimensioni, per esempio una palla, si attivano i neuroni necessari affinché possa essere dato il seguito ad una presa a mano piena o di forza (afferrare con tutte le dita).
I neuroni motori sono dunque specializzati, si attivano sempre in relazione alla tipologia di presa che deve essere messa in atto; ma ciò non è tutto: sono risultati essere selettivi anche da un punto di vista temporale, a seconda delle fasi che concorrono a comporre un movimento scaricano prima alcuni neuroni poi altri seguendo l’intera fase del gesto motorio dal suo inizio alla sua fine, alcuni ad esempio iniziano a scaricare ancor prima che possa essere registrata una flessione delle dita, altri invece scaricano durante la flessione delle stesse. Abbiamo così una vera e propria pianificazione temporale dell’azione, una sequenza temporale di attivazione delle varie popolazioni neurali che vanno a coprire l’intero atto motorio dal suo inizio alla sua fine, inizio che è risultato essere di natura prettamente cerebrale e non fisica, restando inavvertito sia dal senso della vista che dalla strumentazione scientifica adibita alla registrazione di ogni movimento sensibile della mano.
I neuroni che iniziano a scaricare ancor prima che si possa avere un movimento sensibile della mano si attivano poco prima che ad esempio una tazza venga afferrata, e continuano a scaricare durante la prensione della stessa; di questi neuroni ve ne sono di due tipi:  neuroni a dominanza visiva e neuroni visuo-motori.
Si è scoperto infatti che una parte dei neuroni dell’area intraparietale anteriore (AIP) - i neuroni a dominanza visiva -  scaricano in relazione alla sola visione di oggetti che non è previsto (dalla particolare situazione sperimentale) l’animale debba afferrare. Questi neuroni non hanno vere e proprie proprietà motorie nel senso che non sono direttamente collegati al movimento del corpo, si è riscontrato infatti che in una situazione di afferramento al buio, nella quale l’oggetto non è reso visibile, i neuroni a dominanza visiva non hanno manifestato alcuna attivazione.
I neuroni visuo-motori sono risultati essere attivi sia durante l’esecuzione di un atto motorio diretto verso un oggetto, sia durante la sola visione di un oggetto: iniziano a scaricare se l’animale vede un oggetto ma continuano anche se l’animale pone in essere l’afferramento dello stesso, poniamo, in una situazione di buio completo.
Ora, l’attivazione di questi neuroni non può essere considerata come conseguenza dell’intenzione dell’animale di agire o come semplice stato di attenzione, perché anche questi neuroni sono risultati essere selettivi per il tipo di oggetto presentato, nel senso che - esattamente come i neuroni a dominanza motoria - i neuroni a dominanza visiva e i neuroni visuo-motori scaricano in corrispondenza della specifica modalità di presa che l’oggetto offre: alla vista ad esempio di una palla per il cui afferramento ci sarebbe bisogno di una presa a mano piena o di forza scaricano alcuni, se invece si è alla presenza di una tazzina da caffè, che necessita di una presa di precisione, scaricano altri. Se si fosse trattato di mera attenzione o intenzione, non si sarebbe dovuta riscontrare tale selettività, e questo perché attenzione ed intenzione non dipendono dal tipo di oggetto che si ha di fronte ma sono sempre le stesse.
James J. Gibson ritiene che l’attivazione di questi neuroni sia determinata dalle affordances, ovvero da opportunità intrinseche d’azione che l’oggetto offre al soggetto percepiente[1]. Appena vediamo una tazzina da caffè, si attivano immediatamente i neuroni visivi relativi alle varie possibilità di prensione che la tazzina da caffè ci offre. Queste informazioni visive vengono successivamente trasmesse al circuito motorio i cui neuroni visuo-motori e motori codificano non più le singole affordances ma il vero e proprio atto motorio congruente alle informazioni visive sull’oggetto. Questa informazione visiva ormai tradotta in informazione motoria viene poi inviata alle aree adibite alla esecuzione dell’atto motorio: se ho visto ad esempio una matita so che sarebbe più opportuno afferrarla con una presa di precisione.
In poche parole! Gli oggetti che ci circondano rappresentano per noi, dal punto di vista motorio, delle vere e proprie opportunità d’azione, racchiudono potenzialmente un insieme di atti motori adeguati alla loro prensione. La scelta poi di una certa modalità di presa o di un’altra dipenderà da ciò che noi intendiamo fare con l’oggetto, qualora non dovessimo avere l’intenzione di agire su o con esso, l’informazione si fermerà al solo livello dei neuroni visivi e resterà così alla stregua di una azione puramente potenziale. Detto con le lungimiranti parole di Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia:

[…]Il vedere che guida la mano è anche, se non soprattutto, un vedere con la mano, rispetto al quale l’oggetto percepito appare immediatamente codificato come un insieme determinato di ipotesi d’azione […]

E ancora:

[…]gli atti potenziali evocati predelineano, al di là dei parametri destinati a regolarne l’effettiva esecuzione, e indipendentemente da quest’ultima, un senso dell’oggetto “visto” che concorre a determinarlo come questo o quell’afferrabile con questa o quella presa, attribuendogli così una “valenza significativa” che diversamente non potrebbe avere (Ivi, p. 49. Vedi anche note 35;36).

Questi sono solo pochissimi esempi rispetto alla moltitudine di neuroni motori esistenti ed argomentati nel testo di Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia, ma ad ogni modo, ciò può forse bastare per farci fiutare l’importanza della trattazione approfondita e stimolante che il testo “So quel che fai” esibisce del funzionamento del sistema neurale adibito al controllo ed all’esecuzione di ogni nostra attività fisica.

 

La percezione dello spazio circostante

Per poter portare a termine la prensione di un oggetto è indispensabile essere in grado di localizzare la posizione che esso occupa nello spazio. Nel far ciò il nostro cervello si è dimostrato esser un ottimo geometra mettendo in opera processi neurali che codificano le coordinate spaziali necessarie affinché il nostro braccio possa raggiungere l’oggetto desiderato.
L’area cerebrale della scimmia ove sono state registrate le rappresentazioni dei movimenti del collo, della bocca e del braccio è F4, un’area situata nella porzione dorso-caudale della corteccia ventrale premotoria e ricevente ricche afferenze dal lobo parietale inferiore (soprattutto dall’area intraparietale ventrale VIP). I movimenti vengono qui rappresentati indipendentemente dal fatto che siano rivolti a parti del corpo o a determinate posizioni nello spazio - I neuroni di F4 si attivano dunque nel momento in cui la scimmia esegue atti motori, ma anche quando la stessa è soggetta a stimoli sensoriali, dato ciò i ricercatori hanno suddiviso i neuroni di quest’area in neuroni “somatosensoriali”, neuroni “somatosensoriali e visivi” detti anche neuroni bimodali, e neuroni “somatosensoriali visivi e uditivi” detti anche neuroni trimodali.
I neuroni somatosensoriali si attivano in seguito a stimoli tattili superficiali (sfiorare o accarezzare la pelle), i loro campi recettivi somatosensoriali sono localizzati su faccia, collo, braccia e mani.
I neuroni bimodali, a differenza dai primi, si attivano anche in conseguenza di stimoli visivi soprattutto se riguardanti oggetti tridimensionali in movimento, presenti nelle immediate vicinanze dei loro campi recettivi tattili, se cioè l’oggetto in movimento è entro quella porzione specifica di spazio che determina il loro campo recettivo visivo e che rappresenta un’estensione del campo recettivo somatosensoriale[2]. Se un oggetto si avvicina all’avambraccio della scimmia in modo tale da poter entrare nel campo recettivo visivo ancorato al campo recettivo somatosensoriale dello stesso, i neuroni adibiti al controllo di quell’area del corpo inizieranno a scaricare ancor prima che l’avambraccio venga sfiorato, presentendo l’oggetto e portando così ad una sorta di anticipazione percettiva della sensazione tattile che potrebbe sopraggiungere. Senza un tale meccanismo anticipatore difficilmente saremmo in grado di schivare alcun oggetto o di afferrarlo con la sicurezza che ci è propria.
Tra le cause d’attivazione di questi neuroni la direzione dello sguardo non è contemplata, essi infatti sono ancorati ai soli campi recettivi somatosensoriali portando ad una codifica degli stimoli spaziali in coordinate somatiche e non retiniche: se ho di fronte due oggetti posti a differenti distanze dal mio braccio e inizio ad alternare lo sguardo guardando prima uno poi l’altro, i neuroni generanti i miei campi recettivi somatosensoriali non manifesteranno alcuna modifica della loro attività e questo perché non dipendono nella loro attivazione dalla pratica oculare che sto mettendo in atto, qualora invece pur mantenendo ad esempio lo sguardo sempre fisso su di un punto, dovessi muovere il braccio avvicinandolo o allontanandolo dai due oggetti, avverranno a quel punto differenti scariche neurali che attiveranno i campi recettivi visivi pericutanei della parte del braccio che sta per toccare l’oggetto, portando così alla precisa localizzazione spaziale dello stesso, tale localizzazione anticipa il contatto cutaneo, sicché la mano non ha bisogno di localizzare la tazzina per sapere dove questa si trova. Le basta essere sufficientemente vicina perché lo stimolo attivi i neuroni i cui campi recettivi visivi sono situati su di essa.[3]
I campi recettivi somatosensoriali sono un’estensione tridimensionale dei rispettivi campi cutanei e presentano estensioni diverse a seconda delle parti del corpo cui sono ancorati e della velocità con cui un oggetto si avvicina, quanto più quest’ultimo è veloce tanto più il campo recettivo visivo ancorato al rispettivo campo recettivo cutaneo “in pericolo di collisione” si estenderà in profondità e ampiezza, ciò permetterà di percepire il prima possibile l’eventuale probabilità che ad esempio una palla ci colpisca e avremo così il tempo necessario per schivarla o pararla.
È come se ciascun essere vivente deambulante fosse munito di uno scudo invisibile e malleabile capace di estendersi o ritrarsi nelle tre dimensioni dello spazio conformemente alla distanza o vicinanza degli oggetti presenti nelle più immediate prossimità, non appena un oggetto sta per raggiungere il corpo lo “scudo neurale” inizia a mettere in allarme “il suo protetto”.
Questo sistema neurale permette di percepire lo spazio che ci circonda in due differenti modi: se la nostra attenzione è rivolta ad oggetti lontani si attiva il circuito formato dall’area intraparietale laterale (LIP) e dai campi oculari frontali (FEF) destinato al controllo dei movimenti oculari rapidi che hanno il compito di portare la fovea su un bersaglio disposto alla periferia del campo visivo, in questo caso la percezione è rivolta ad oggetti situati nello spazio extrapersonale o lontano; il circuito VIP-F4 invece si attiva quando lo stimolo visivo compare entro lo spazio circostante, entro quella regione spaziale che comprende tutti gli oggetti che sono a “portata di mano”, cioè la spazio peripersonale o vicino.
Ma cosa accade se nel nostro interagire con gli oggetti ci avvaliamo ad esempio di un bastone? Non è forse intuitivamente ovvio (per quanto tuttavia dal punto di vista della nostra capacità neurale a mio avviso sorprendente) che il bastone utilizzato diventi una sorta di prolungamento del braccio? Il nostro scudo sensori-motorio è andato ad includere anche questo oggetto al suo interno e fino a che esso viene usato dalla nostra mano i campi recettivi visivi di quest’ultima rimangono espansi includendo anche lo spazio circostante il bastone. Il bastone usato porta ad una rimodulazione di vicino e lontano perché tramite esso lo spazio raggiungibile da noi si amplia proporzionalmente alla sua lunghezza, per fare un banale esempio: la pallina che prima era lontana grazie alla mazza da golf ora è percepita essere vicina ed effettivamente lo è.

[…] è evidente come oggetti e spazio rimandino a una costituzione di carattere pragmatico, in virtù della quale i primi appaiono come poli di atti virtuali, mentre il secondo risulta definito dal sistema di relazioni che tali atti dispiegano e che trova nelle varie parti del corpo la propria misura (G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, So quel che fai, Raffaello Cortina Editore 2006, p. 74)

E ancora:

Tutto ciò non fa che confermare l’interdipendenza della costituzione degli oggetti e dello spazio che traspare dal comune rimando all’orizzonte primario dell’azione, e in virtù della quale l’impossibilità di raggiungere gli uni va di pari passo con quella di mappare le varie regioni dell’altro […] il sistema motorio, e in particolare le aree corticali localizzate nella cosiddetta via dorsale-ventrale, rivelano una ricchezza di funzioni che trascendono il semplice controllo dei movimenti e che risultano connesse alle diverse dinamiche dell’azione – quelle dinamiche che, come avremo presto modo di vedere, non coinvolgono soltanto il nostro corpo e gli oggetti che gli stanno intorno, bensì anche il corpo degli altri (Ivi, pp. 76-77)

 
Neuroni specchio

Sin qui abbiamo parlato di aree corticali e rispettive popolazioni neurali che si attivano in relazione ad azioni eseguite, o ad azioni potenzialmente eseguibili, in prima persona: i miei neuroni si attivano per le mie azioni e per i miei vissuti motori. Questi neuroni in toto, sono stati chiamati neuroni canonici.
Intorno all’inizio degli anni Novanta però, è stata fatta una scoperta sorprendente: studiando le attività corticali del cervello di scimmia, i ricercatori si sono accorti che nella convessità corticale di F5[4], ci sono neuroni con proprietà visuo-motorie diverse da quelle dei neuroni canonici perchè sono risultati essere attivi non solo quando l’azione era svolta in prima persona, ma anche quando era semplicemente vista essere svolta da un altro individuo. Questi neuroni sono stati chiamati neuroni specchio.
Per quanto riguarda le loro proprietà motorie i neuroni specchio sono risultati essere selettivi al pari dei neuroni canonici e sono dunque stati anch’essi suddivisi in classi: “neuroni-specchio-afferrare”, “neuroni-specchio-tenere”, “neuroni-specchio-manipolare” ecc. che si attivano quando il soggetto osserva l’esecuzione dei corrispondenti atti (afferrare, tenere, manipolare ecc.).
Dal punto di vista delle loro proprietà visive si è invece osservato che i neuroni specchio scaricano in conformità a regole d’attivazione diverse da quelle dei neuroni canonici non rispondendo come questi ultimi alla semplice visione di oggetti, questo perché sono risultati essere deputati alla comprensione delle azioni motorie altrui e non alla percezione di cose inanimate e statiche per la quale ci sono i neuroni motori canonici appunto; è stato però anche riscontrato che, pur attivandosi in relazione all’osservazione di un’azione motoria, i neuroni specchio della scimmia non scaricano se l’azione è eseguita in assenza di un correlato oggettuale, se cioè l’animale si trova di fronte a gesti intransitivi (privi di un correlato oggettuale come quando ad esempio si alza un braccio o lo si agita) e neanche se vede azioni che mimano la prensione di un oggetto non effettivamente presente (pantomime). La loro attivazione - in relazione all’osservazione – è causata solo dal vedere individui che interagiscono realmente, fisicamente, con uno o più oggetti.
Ora, una delle proprietà funzionali più importanti dei neuroni specchio - che pare dunque servano per comprendere le azioni eseguite da un altro individuo ghermendo anticipatamente le finalità dei suoi gesti - è la congruenza tra l’atto osservato e quello eseguito in prima persona. I neuroni specchio si attivano sia durante la visione di un atto motorio visto, sia durante la messa in opera in prima persona dello stesso atto. La congruenza tra i due atti - osservato ed eseguito - non è sempre perfetta e a tal proposito si parla di: congruenza in senso stretto, cioè di esatta corrispondenza tra atto eseguito ed osservato, e congruenza in senso lato, quando non vi è esatta corrispondenza come nel caso in cui un neurone scarica per un solo tipo di atto motorio eseguito, ad esempio  l’afferrare, e per due diverse tipologie di atti motori osservati, ad esempio afferrare e tenere. I gradi di selezione sono dunque molteplici e vari; per fare due esempi: ci sono neuroni specchio che scaricano in relazione ad un particolare tipo di presa, sia quando l’azione è solo osservata sia quando la stessa viene poi eseguita in prima persona, oppure neuroni specchio che scaricano  alla visione di un’azione osservata ma non quando la stessa viene poi eseguita dall’individuo osservante, pur essendo tuttavia in quest’ultimo caso le due azioni logicamente connesse tra loro (osservo porre del cibo e il neurone scarica, afferro il cibo che ho visto precedentemente essere posto e lo stesso neurone scarica, pongo io il cibo e lo stesso neurone rimane inattivo).
Oltre alla classificazione dei neuroni specchio in base al tipo di atto effettuato con la mano, abbiamo un’altra classificazione relativa ad atti compiuti con la bocca, in questo caso i neuroni specchio sono stati suddivisi in neuroni specchio ingestivi, che scaricano solo se vi è interazione fisica tra bocca e oggetto mediante gesti finalizzati all’ingestione di cibo, e neuroni specchio comunicativi che a differenza degli altri neuroni specchio della scimmia si attivano anche alla visione di atti intransitivi appartenenti però al repertorio dei comportamenti comunicativi delle scimmie (ad esempio, schioccare le labbra o protuderle).
In relazione ai neuroni specchio comunicativi, è importante specificare il fatto che sono risultati essere comunicativi e non ingestivi perché non manifestano la tipica congruenza tra risposta visiva e risposta motoria facente capo al resto dei neuroni specchio, la corrispondenza tra risposta visiva e motoria infatti - nel caso in cui ci troviamo di fronte a gesti effettuati con la bocca - la possiamo trovare solo in corrispondenza di azioni che hanno finalità ingestiva.
L’importanza dei neuroni specchio comunicativi è intuitivamente afferrabile perché il loro studio potrebbe dare un rilevante aiuto ai ricercatori che sono alle prese con il dilemma dell’insorgenza della comunicazione verbale umana. L’ingerire ed il comunicare hanno infatti svelato avere un substrato neurale comune:

[…] il fatto che l’ingerire e il comunicare rimandino a un substrato neurale comune appare particolarmente significativo, soprattutto alla luce di alcuni studi di carattere etologico ed evolutivo condotti su primati non umani. Atti comunicativi quali lo schioccare delle labbra (lipsmacking) o la protusione delle stesse sarebbero evoluti da un repertorio di movimenti originariamente associati all’ingerire e legati alla pratica del grooming, ossia alla pulizia e allo spulciamento reciproco della pelliccia. È noto come tra i primati non umani il grooming rappresenti la modalità principale di affiliazione e coesione sociale […] Ora, quando una scimmia comincia ad  afferrare e a rimuovere gli eventuali parassiti presenti sulla pelliccia di un’altra, i suoi primi movimenti sono sovente accompagnati o preceduti da uno schioccare delle labbra. Questo gesto spesso produce un suono molto più marcato di quelli che contraddistinguono gli atti di tipo ingestivo, quasi a sottolinearne il diverso significato. Lo schioccare delle labbra in assenza di grooming apparirebbe così come una sorta di ritualizzazione di un atto motorio che trasforma le funzioni comportamentali connesse all’ingerire in funzioni comunicative […] In questa prospettiva, la scoperta di neuroni specchio comunicativi in un’area come F5, nonché l’apparente incongruenza tra le risposte visive e quelle motorie, sembrerebbe riflettere un iniziale processo di corticalizzazione di funzioni comunicative non ancora del tutto affrancate dalla loro origine evolutiva, ossia dal legame con azioni transitive quali il portare alla bocca e l’ingerire (Ivi, pp. 89-90). 

Abbiamo anche un altro gruppo di neuroni specchio situato nel lobo parietale inferiore, e ai quali è stato perciò dato il nome di neuroni specchio parietali. Questi pare costituiscano una sorta di ponte tra la parte anteriore del solco temporale superiore (STS) della scimmia - ove sono localizzati neuroni puramente visivi - e i neuroni specchio di F5. F5 infatti dal punto di vista anatomico non riesce a ricevere informazioni neurali direttamente da STS mentre ha per converso ricche connessioni neurali con il lobo parietale inferiore fortemente connesso a STS. L’informazione visiva riguardante azioni osservate passerebbe dunque da STS a F5 grazie ai neuroni specchio parietali del lobo parietale inferiore.

 

Principali funzioni dei neuroni specchio

Il compito primario dei neuroni specchio è il riconoscimento e la comprensione del significato degli “eventi motori”, ossia degli atti, degli altri.[5]
Per comprensione dell’azione altrui s’intende la capacità di interpretare un insieme di gesti motori nei termini di un atto motorio finalizzato, e per far ciò è determinante la potenzialità motoria che l’osservatore ha dell’azione che sta osservando. Nel caso in cui l’atto motorio osservato dovesse gia far parte delle competenze motorie del soggetto che osserva, vi sarà un attivazione dei neuroni specchio ancor più marcata perché ciò che è osservato risulta essere familiare, saldamente inscritto nel patrimonio motorio dell’osservatore.

Si tratta di una forma di comprensione implicita, di origine pragmatica, e non riflessiva, slegata da una specifica modalità sensoriale, ma vincolata alle azioni potenziali inscritte in quel vocabolario d’atti[6] che in ogni individuo regola e controlla l’esecuzione dei movimenti (Ivi, p. 104).

E ancora:

Il possesso da parte di un individuo del significato dei propri atti e la conoscenza motoria che gli deriva dalla convalida delle loro possibili conseguenze appaiono così condizioni necessarie, ma anche sufficienti, per garantirgli una comprensione immediata di quelli degli altri (Ibidem).

Tutto ciò significa che l’osservatore possiede un vero e proprio meccanismo di anticipazione che gli permette di essere proiettato anticipatamente verso l’esito dell’atto motorio che sta osservando. Nel momento in cui ti vedo afferrare del cibo, si attivano i neuroni specchio che in me conducono potenzialmente all’azione dello spostarlo o del portarlo alla bocca per ingerirlo, o altro. Il contesto poi in cui si svolge l’azione mi suggerirà con più forza quale delle azioni è quella che più probabilmente si verificherà, se inoltre è mia abitudine agire in un certo modo dato il particolare contesto in cui vedo svolgersi la tua azione, sarà per me naturale inizialmente presupporre l’esito motorio che solitamente conclude la mia azione nel tuo stesso contesto, qualora però dovessi capire che tu porterai a termine diversamente da me il gesto motorio, non mi sarà preclusa la facoltà di correggere immediatamente l’“intuizione” del fine cui il tuo gesto tende, perciò, in base al diverso tipo di movimento che ti vedo fare, potrò ugualmente con facilità carpirne il traguardo. Questo meccanismo fa sì che una visione assidua di azioni diverse e per certi aspetti nuove accadenti in contesti in cui noi agiamo in modo solitamente diverso, porterà a saldare con sempre più forza nella nostra memoria il nuovo tipo di azione, e ciò condurrà all’attivazione sempre più marcata dei neuroni specchio che codificano questi nuovi gesti e ad un’attivazione viceversa sempre più debole dei neuroni specchio che codificano l’azione - se pur per me abitudinaria - non corrispondente alla finalità cui tende la tua: se ad esempio ci troviamo davanti ad un soggetto che sta interagendo con del cibo, i nostri neuroni specchio ingestivi inizieranno a scaricare (se pur debolmente) mentre  si osserva l’azione che si comprende condurrà infine solo allo spostamento dello stesso e non alla sua ingestione, più vedo ripetere questa modalità d’approccio al cibo più i miei neuroni specchio ingestivi scaricheranno con minor vigore nella situazione contestuale più volte visionata; bisogna aggiungere che, la scarica se pur transitoria e via via decrescente (in questa situazione sperimentale) dei neuroni specchio responsabili dell’”afferrare-per-portare-alla-bocca” nel momento in cui si vede un altro soggetto che sta per interagire con del cibo, è determinata dal fatto che il cibarsi è l’intenzione più immediata, cioè  la strategia motoria più consona al repertorio base del nostro vocabolario d’atti[7].
Il sistema dei neuroni specchio determina quindi uno spazio d’azione condiviso che non richiede una vera e propria operazione conoscitiva affinché si possa avere un’immediata comprensione degli atti altrui. Io che osservo la tua azione comprendo anticipatamente i possibili esiti della stessa, anche se i tuoi movimenti sono all’inizio più o meno ambigui so già quello che tu stai per fare, sono in grado di prevedere il fine cui tende il tuo gesto e questo perché sono io stesso in grado di riprodurlo.

 

Neuroni specchio nell’uomo

Le aree umane in cui sono stati localizzati i neuroni specchio sono: la porzione rostrale (anteriore) del lobo parietale inferiore, il settore inferiore del giro precentrale, il settore posteriore del giro frontale inferiore. In determinate condizioni sperimentali si è riscontrata anche l’attivazione di una regione più anteriore del giro frontale inferiore e della corteccia premotoria dorsale.
A differenza dei neuroni specchio della scimmia, il sistema dei neuroni specchio nell’uomo è risultato avere funzioni evolutivamente più redditizie ed articolate: codifica anche atti motori intransitivi, seleziona sia il tipo d’atto sia la sequenza di movimenti che lo compongono, non necessita di un’effettiva interazione con gli oggetti ma si attiva anche alla presenza di un’azione motoria solo mimata. Tuttavia, nonostante che nell’uomo il sistema dei neuroni specchio sia più articolato, non bisogna dimenticare la principale funzione cui assolve, e cioè comprendere il significato motorio delle altrui azioni. Le principali caratteristiche dei neuroni specchio riscontrate durante lo studio dei macachi sono infatti presenti anche nell’uomo:

Come nelle scimmie, così nell’uomo la vista di atti compiuti da altri determina nell’osservatore un immediato coinvolgimento delle aree motorie deputate all’organizzazione e all’esecuzione di quegli atti. E come nella scimmia, così nell’uomo tale coinvolgimento consente di decifrare il significato degli “eventi motori” osservati, ossia di comprenderli in termini di azioni – dove tale comprensione appare priva di alcuna mediazione riflessiva, concettuale e/o linguistica, essendo basata unicamente su quel vocabolario d’atti e su quella conoscenza motoria dai quali dipende la nostra stessa capacità d’agire. Infine, come nella scimmia, così nell’uomo tale comprensione non investe solo singoli atti, bensì intere catene d’atti, e le diverse attivazioni del sistema dei neuroni specchio mostrano come esso sia in grado di codificare il significato che ogni atto osservato viene ad assumere a seconda delle azioni in cui potrà trovarsi immerso (Ivi, pp. 121-122).

Vedremo ora quale ruolo gioca il sistema dei neuroni specchio all’interno della messa in opera di alcune facoltà umane quali: l’imitazione, l’apprendimento, il linguaggio e le emozioni.
 

I neuroni specchio l’imitazione e l’apprendimento

Il compito primario dei neuroni specchio non è quello di iniziare un processo cognitivo volto all’imitazione. Negli esperimenti che hanno portato all’individuazione dei neuroni specchio infatti, si ha avuto a che fare con macachi ai quali non è dagli etologi imputabile una capacità propriamente imitativa, quest’ultima è considerata per ora prerogativa esclusiva degli uomini e delle scimmie antropomorfe.
Per imitazione s’intende la capacità che un soggetto ha di replicare un atto eseguito da un altro soggetto, il quale atto può, più o meno, appartenere al patrimonio motorio del soggetto imitante. Se l’atto appartiene al corredo motorio esperienziale di quest’ultimo, siamo sul terreno dell’imitazione e il dilemma che insorge è il come avvenga che si crei una corrispondenza tra l’atto motorio altrui ed il nostro, come sia cioè possibile replicare un gesto osservato, fare qualcosa che si è visto fare.
Se invece l’azione che vedo eseguita è per me del tutto nuova, nel senso che non ho mai avuto modo di compiere il gesto che osservo - ad esempio se devo imparare ex novo a suonare la chitarra - siamo sul terreno dell’apprendimento ed il problema s’ingigantisce: oltre al già citato problema della corrispondenza ne insorge un altro, quello della trasmissione di competenze motorie da un individuo che le possiede già ad un altro cui non appartengono.
Per quanto concerne l’imitazione, il modello teorico che oggi ha preso il sopravvento si richiama alla nozione di “azione ideomotoria”: in base ad essa, affinché possa esservi imitazione, i due individui (chi esegue l’azione e chi imita) devono condividere un medesimo pattern neurale[8] o codice neurale. È possibile imitare perché le competenze motorie dell’imitatore si avvicinano all’azione che sta eseguendo l’imitato, vi è uno schema rappresentazionale comune. Ora, i neuroni specchio pare siano i responsabili della realizzazione di questo schema rappresentazionale comune perché presiedono alla trasformazione delle azioni viste in azioni motorie potenziali: non appena vedo un soggetto compiere un atto con la mano, immediatamente si attivano i  miei potenziali motori, ovvero i muscoli della mano che io userei per compiere lo stesso tipo d’atto.
La scoperta del sistema neurale facente capo ai neuroni specchio ci trasporta dal terreno della pura speculazione teorica a quello più saldo di una oggettività studiabile dalla neurofisiologia. È stato trovato il meccanismo che presiede alla trasformazione, alla codificazione dell’azione vista, in un atto motorio potenziale. Non si è più sul terreno della pura ipotesi ma è stato trovato qualcosa di concreto sul quale lavorare per cercare di svelare i meccanismi presiedenti l’imitazione e non solo. Anche per quanto riguarda l’apprendimento gli studi scientifici condotti sino ad ora sono risultati essere d’estrema importanza per cercare di dare delle delucidazioni in merito ai meccanismi che permettono la trasmissione delle competenze di cui sopra. Dagli esperimenti, infatti, risulta esservi una chiara e significativa partecipazione del sistema dei neuroni specchio nel momento in cui si sta apprendendo qualcosa. Essi sarebbero i responsabili della segmentazione dell’azione osservata, nei singolo elementi della stessa, i quali se presi a sé stanti - slegati cioè dalla catena motoria d’atti - appartengono al patrimonio motorio di colui che deve apprendere: se il mio maestro esegue un accordo alla chitarra che io non ho mai fatto fino ad ora, è pressoché fuori di dubbio che (a meno che io non abbia un’anomalia alla mano o di altra natura) sia in grado di muovere il dito allo stesso modo del mio maestro, se egli piega l’indice per premere la sesta corda, è chiaro che questo movimento del dito sarà da me facilmente ripetibile, certo, se dovrò imparare a fare un barrè o ad eseguire il tremolo avrò bisogno di tempo e di molta applicazione, ma niente di tutto ciò mi è precluso perché qualunque movimento delle dita del mio maestro è da me replicabile in quanto appartenente al mio patrimonio motorio - ovviamente essendo il mio movimento, appartenente al mio patrimonio motorio potenziale e non, sarà logica conseguenza che il mio personale approccio alla chitarra sarà per certi versi dissimile da quello del mio maestro, anche da ciò dipenderà la differente interpretazione ed esecuzione di uno stesso brano musicale.
Ogni azione motoria è composta di più atti diversificati che uniti portano alla fluidità del movimento motorio che ognuno esegue o vede eseguire. In colui che deve apprendere inizia un processo neurale volto alla frammentazione di questa azione continua, nei suoi singoli atti appartenenti dunque anche al suo patrimonio motorio. Successivamente, lo stesso processo neurale che ha dato inizio ad una scomposizione di ciò che viene percepito, inizia un procedimento inverso volto alla ricomposizione, al riassemblamento dei singoli atti motori in una sequenza idonea affinché l’azione che deve essere eseguita si avvicini il più possibile a quella precedentemente osservata.
Tramite i neuroni specchio ognuno di noi apprende una nuova modalità motoria che, pur non essendo in precedenza appartenente al nostro vocabolario d’atti,  può essere appresa in quanto potenzialmente da sempre eseguibile.

 

I neuroni specchio ed il linguaggio

Il linguaggio è una pratica intersoggettiva, affinché si possa interloquire è indispensabile uno spazio di condivisione che porti alla reciproca comprensione dei significati veicolati dalle parole proferite. I neuroni specchio sembrano canditati ad offrire questo spazio d’azione condiviso, ed essendo in primis deputati alla comprensione degli atti motori altrui, invitano a postulare un’origine gestuale del linguaggio più che un’origine meramente vocale.
Innanzitutto (come già detto sopra) si è scoperto che l’ingerire ed il comunicare hanno un substrato neurale comune: un neurone specchio che si è attivato durante la visione di atti comunicativi orofacciali, ovvero di atti intransitivi qual è ad esempio una protusione labiale, si attiva anche quando l’animale compie un azione ingestiva ad esempio succhiare del liquido da una siringa. Sembrerebbe dunque possibile ipotizzare un’evoluzione delle facoltà comunicative nella scimmia a partire dalla pratica del grooming (lo spulciamento reciproco delle scimmie tra loro), che porta alla pratica di movimenti legati all’ingestione ma valevoli anche da un punto di vista sociale in quanto responsabili della realizzazione di coalizioni all’interno dei vari gruppi di scimmie. Mediante il grooming avverrebbe una sorta di ritualizzazione di atti motori che porterebbe alla trasformazione di un comportamento legato all’ingerire in un comportamento dal carattere comunicativo:

[…] In questa prospettiva la scoperta di neuroni specchio comunicativi in un’area come F5, nonché l’apparente incongruenza tra le risposte visive e quelle motorie, sembrerebbe riflettere un iniziale processo di corticalizzazione di funzioni comunicative non ancora del tutto affrancate dalla loro origine evolutiva, ossia dal legame con azioni transitive quali il portare alla bocca e l’ingerire (Ivi, p. 90).

Se si osserva il comportamento di un bambino, forse si riesce ad intuire l’importanza della gestualità per l’insorgenza di un linguaggio vocale. Fin dalla più tenera età si può notare come un bambino tenti di farsi capire dalla madre mediante l’uso di gesti intransitivi maturati sulla base di precedenti gesti transitivi: se vuole un gioco che è a portata di mano lo afferra, ma nel caso in cui lo stesso sia posto in un luogo a lui irraggiungibile, la naturale pratica del bambino è di protendere ugualmente le mani nel vuoto in direzione dell’oggetto desiderato come se stesse tentando di raggiungerlo, la madre a quel punto intervenendo e porgendogli il gioco, consolida nel bambino l’uso di questo gesto intransitivo di carattere ostensivo per comunicare la volontà di possedere il gioco.
Abbiamo già detto che nell’uomo i neuroni specchio si attivano anche in relazione a gesti intransitivi di qualunque tipo, per atti comunicativi orofacciali, e per gesti semplicemente mimati; da ciò non si potrebbe dunque ipotizzare che

[…] la progressiva evoluzione del sistema dei neuroni specchio, originariamente deputato al riconoscimento di atti transitivi manuali (afferrare, tenere, raggiungere, ecc.) e orofacciali (mordere, ingerire, ecc.), abbia fornito il substrato neurale necessario per la comparsa delle prime forme di comunicazione interindividuale? E che dal sistema dei neuroni specchio, posto sulla superficie laterale dell’emisfero, sia evoluto il circuito responsabile nell’uomo del controllo e della produzione del linguaggio verbale, localizzato in una posizione anatomica simile? (Ivi, p. 150).

Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia ci danno un’ulteriore spiegazione per rendere conto di una simile tesi sulla genesi delle nostre facoltà linguistiche: a p. 152 del loro testo si legge infatti:

Sappiamo che l’area di Broca, una delle aree classiche del linguaggio, possiede proprietà motorie non riconducibili esclusivamente a funzioni verbali e presenta un’organizzazione simile a quella dell’area omologa nella scimmia (ossia F5), attivandosi durante l’esecuzione di movimenti orofacciali, brachiomanuali e orolaringei; inoltre, al pari di F5, essa risulta coinvolta in un sistema dei neuroni specchio, che nell’uomo, come nella scimmia, ha la funzione primaria di legare il riconoscimento alla produzione di un’azione. Ciò sembra suggerire che le origini del linguaggio andrebbero ricercate, prima ancora che nelle primitive forme di comunicazione vocale[9], nell’evoluzione di un sistema di comunicazione gestuale controllato dalle aree corticali laterali. E, poiché le ragioni a sostegno dell’omologia tra le aree F5 e di Broca sono di carattere anatomico e citoarchitettonico[10], e dunque indipendenti dalla scoperta in entrambe di neuroni specchio, il fatto che quelle aree siano accomunate da un tale meccanismo (e che esso abbia nell’uomo nuove proprietà utili per l’acquisizione del linguaggio) starebbe a indicare, a meno di non pensare a una coincidenza fortuita, che lo sviluppo progressivo del sistema dei neuroni specchio abbia costituito una componente chiave nella comparsa ed evoluzione della capacità umana di comunicare, a gesti prima e a parole poi.

Le origini del linguaggio dunque, pare siano riconducibili non soltanto alle modificazioni avvenute nell’arco di migliaia di anni nell’apparato orolaringeo, ma avrebbe avuto la sua base di partenza dal sistema brachiomanuale che avrebbe sostenuto quello orofacciale.  Da un iniziale linguaggio per lo più pantomimico si sarebbe evoluto quello di matrice vocale al quale oramai è accessoria la gestualità. Evidenze che possano corroborare questa tesi sono state trovate durante vari esperimenti di laboratorio:

Esperimenti di TMS hanno mostrato, infatti, come l’eccitabilità della rappresentazione motoria della mano destra aumenti durante la lettura o il parlare. L’effetto era limitato alla rappresentazione della mano destra, e non includeva l’area motoria della gamba. Si noti che l’aumento dell’eccitabilità della corteccia motoria della mano non poteva essere imputata all’articolazione verbale, poiché quest’ultima è funzione di entrambi gli emisferi, mentre l’aumento di eccitabilità osservato riguardava soltanto l’emisfero sinistro. La facilitazione registrata doveva perciò essere il risultato della coattivazione dell’area motoria della mano destra e del circuito del linguaggio […] Tanto i semplici movimenti della bocca quanto le sinergie orolaringee necessarie per la sillabazione appaiono dunque essere legate ai gesti manuali; non solo: gli atti che richiedono un ampio movimento della mano e quelli orolaringei che comportano un ampio movimento della bocca poggiano su un’organizzazione neurale comune, la quale sembra rappresentare per così dire una delle vestigia di quello stadio dell’evoluzione verso il linguaggio in cui i suoni cominciarono a veicolare significati grazie alla capacità del sistema boccale e orolaringeo di articolare i gesti dotati di un valore descrittivo analogo a quelli codificati dal sistema manuale (Ivi, pp. 158-159).

 
I neuroni specchio e le emozioni

Anche per la comprensione delle emozioni altrui i neuroni specchio hanno mostrato avere un ruolo importantissimo permettendo che un individuo possa avvicinarsi sensibilmente al vissuto emotivo di un’altra persona. Grazie all’attivazione del meccanismo speculare, i neuroni specchio rendono possibile l’essere portati a riconoscere nelle espressioni facciali osservate, ciò che si vivrebbe qualora si fosse nella stessa situazione emotiva: non appena scorgiamo una smorfia di disgusto nel volto di un altro essere umano, si attivano in noi i centri corticali coi relativi neuroni specchio presiedenti la sensazione che stiamo osservando, e ciò porta a provare in un certo senso noi stessi sensazioni che incarnano ciò che vediamo vissuto da un altro soggetto.
Dai vari esperimenti di laboratorio si è osservata un’attivazione significativa dell’insulina (un’area corticale posta nel fondo della scissura laterale o del Silvio) sia quando un soggetto provava una sensazione di disgusto, sia quando si limitava a vedere la relativa espressione comparire sul volto di un altro soggetto. L’insulina è risultata dunque essere il principale centro del meccanismo specchio deputato alla comprensione dell’emozione di disgusto di un altro individuo. Svolge quindi un ruolo significativo per la condivisione di questo tipo di emozione, essa  è la regione corticale che rappresenta gli stati interni del corpo, mediante l’avvio di un processo neurale che trasforma gli input sensoriali derivanti dal mondo sociale che ci circonda in reazioni viscerali vissute in prima persona: se vedo il tuo disgusto nel mangiare del cibo avariato, non potrò nell’immediato non provare io stesso una sensazione di disgusto il più delle volte accompagnata dalla relativa smorfia.
Il fatto di poter provare in prima persona una sensazione viscerale che ci riconduca a ciò che un altro soggetto sta vivendo, fa sì che la reciproca comprensione delle emozioni sia rivestita di una particolare colorazione emotiva, viceversa potremmo ugualmente capire cosa stia avvenendo in un altro individuo mentre prova disgusto, dolore, paura ecc. ma ciò resterebbe ad un livello di pura comprensione inferenziale che mi permetterebbe di percepire determinate informazioni sensoriali quali espressione di una determinata emozione, avvalendomi solo di una percezione cognitiva sterile, non veicolante il significato emozionale vero e proprio:

[…] un sordo nato sa che esistono i suoni e che i suoni danno luogo ad armonie, e che su queste si fonda una magnifica arte; ma come i suoni facciano questo, come siano possibili le opere musicali, questo non può capirlo. Una cosa di questo genere egli non può appunto rappresentarsela, cioè non può guardarla e guardandola afferrare il come. Il suo saperne l’esistenza non lo aiuta per nulla, e sarebbe assurdo che egli volesse arrivare sulla base del suo sapere a dedurre il come dell’arte musicale, o di rendersi chiare attraverso ragionamenti, tratti dal suo sapere, le possibilità di quella. Dedurre da esistenze puramente sapute e non guardate è cosa che non riesce. Il guardare non si lascia dimostrare o dedurre. È manifestamente un nonsens, voler chiarire possibilità (e per giunta possibilità immediate) per via di derivazione logica da un sapere non intuitivo (E. Husserl, L’idea della fenomenologia, a cura di Carlo Sini, Editori Laterza 2006, p. 68).

Provando viceversa in prima persona, grazie al meccanismo dei neuroni specchio, ciò che sta vivendo un altro individuo, potrò arrivare a manifestare altre nobili qualità dell’animo umano, come ad esempio quell’elegante atteggiamento sociale che prelude la maggior parte delle forme di collaborazione volte all’assistenza ed al sostegno reciproco: la compassione. Quest’ultima tuttavia non segue necessariamente dall’aver provato in un certo senso io medesimo ciò che vedo succedere in te, la compassione è accidentale all’aver vissuto in prima persona ad esempio il tuo dolore, tuttavia non vale il converso, affinché vi sia compassione è necessario il meccanismo dei neuroni specchio che permette una vicendevole comprensione empatica dei vissuti umani e non; una volta data essa potrò o meno provare compassione.

[…] la capacità del cervello di risuonare alla percezione dei volti e dei gesti altrui e di codificarli immediatamente in termini viscero-motori fornisce il substrato neurale per una compartecipazione empatica che, sia pure in modi e a livelli diversi, sostanzia e orienta le nostre condotte e le nostre relazioni interindividuali. Anche in questo caso è lecito attendersi che i sistemi di neuroni specchio di volta in volta coinvolti presentino organizzazione e architettura diverse, più o meno sofisticate, a seconda delle reazioni e dei fenomeni emotivi cui sono collegate.
Resta dunque il fatto che tali meccanismi rimandino a una matrice funzionale comune, e che essa è simile a quella che interviene nella percezione delle azioni. Quali che siano le aree corticali interessate (centri motori o viscero-motori) e il tipo di risonanza indotta, il meccanismo dei neuroni specchio incarna sul piano neurale quella modalità del comprendere che, prima di ogni mediazione concettuale e linguistica, dà forma alla nostra esperienza degli altri. Lo studio del sistema motorio ci aveva indirizzato verso un’analisi neurofisiologia dell’azione che era in grado di individuare i circuiti neurali che regolano il nostro avere a che fare con le cose. La chiarificazione della natura e della portata del meccanismo dei neuroni specchio sembra ora offrirci una base unitaria a partire dalla quale cominciare a indagare i processi cerebrali responsabili di quella variegata gamma di comportamenti che scandisce la nostra esistenza individuale e in cui prende corpo la rete delle nostre relazioni interindividuali e sociali (G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, So quel che fai, Raffaello Cortina Editore 2006, p. 183)

 

Conclusione

Per chiudere questa brevissima introduzione a “So quel che fai”, riporterò di seguito alcune asserzioni di Carlo Sini tratte da “La mente e il corpo. Filosofia e psicologia”. Sicuramente le parole che seguiranno riusciranno meglio di me a far comprendere quanto una pratica per noi così abitudinaria da passare quasi inosservata qual è la mobilità, sia invece la principale causa del nostro vivere.
Senza l’insorgenza del movimento non ci sarebbe stato alcun mondo “là fuori”, nessun oggetto con cui “giocare”, nessun soggetto da capire, da amare. Senza moto saremmo alla stregua di una pianta, di una pietra. Non saremmo dei viventi, tutt’al più solo dei vissuti.

2.59 Un vivente si mette in movimento. Il movimento fa accadere il mondo in figura paragonabile a una sorta di scenario o palcoscenico: luogo e supporto di itinerari possibili, territorio e ideale mappa di specifici orientamenti.
L’evento del movimenti è una soglia duplicante (come ogni soglia) che scandisce il qui e il : un esser qui per là e un esser là per qui.
Immagina per esempio una tartaruga che ravvisa il cespo di lattuga. Il suo esser qui prende senso e direzione dal suo desiderio di andare là, dov’è la lattuga; ma la lattuga è solo in relazione al qui, dove è in atto l’intenzione di raggiungerla, sormontando la distanza che la soglia del movimento ha determinato e rivelato. In tal modo la tartaruga e la lattuga acquisiscono una localizzazione, non assoluta (non esistono del resto localizzazioni «assolute»), ma correlativa e rispecchiatesi. La pietra invece non è né qui né là (salvo che per noi) (Carlo Sini, la mente e il corpo. Filosofia e psicologia, Editoriale Jaca Book Spa, Milano 2004, p. 73).

2.61 Con la messa in opera della motilità locale ha preso corpo una decisiva metamorfosi: l’invaso dal mondo, cioè quel vivente che, come la pianta, riceve passivamente luce, pioggia e così via, diviene a sua volta invasore […]  (Ivi, p. 74).

BIBLIOGRAFIA

  1. Husserl, Edmund, L’idea della fenomenologia, a cura di Carlo Sini, Editori Laterza, 2006.
  2. Rizzolatti, Giacomo;  Sinigaglia, Corrado, So quel che fai, Raffaello Cortina Editore, 2006.

Sini, Carlo, La mente e il corpo. Filosofia e psicologia, Milano, Editoriale Jaca Book Spa, 2004.

NOTE

1 Gibson (1979). Vedi G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, So quel che fai, Raffaello Cortina Editore 2006, p. 34 note 15;16.

2 Ivi, p. 54

3 Ivi, p. 59

4 Con F1, F2, F3, F4, F5  ecc., sono indicate le aree cerebrali del cervello di scimmia. Nel caso specifico, F5 è l’area cerebrale deputata al controllo prevalentemente dei movimenti della mano e della bocca. F5 è situata nella corteccia premotoria ventrale PMv, quest’ultima costituente parte della corteccia frontale agranulare.

5 Di Pellegrino et al., 1992. Vedi G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, So quel che fai, Raffaello Cortina Editore 2006, p. 96 nota 12.

6 Per la locuzione “vocabolario d’atti” Vedi G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, So quel che fai, Raffaello Cortina Editore 2006, capitolo 2 paragrafo 5, p. 44.

7 Ivi, p. 126

8 Insieme di atti motori potenziali

9 I tipici versi a carattere comunicativo che molti animali della stessa specie riuniti in gruppi sono soliti fare quando si verificano determinate condizioni ambientali e/o sociali: ad esempio per avvisare di un pericolo imminente

10 citoarchitettonica: ordinamento dei vari tipi di cellule della corteccia cerebrale

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