Non prima del 1700 e mai cosi tanto si
sono evidenziati nel mondo gli ideali più illustri
e nobili che l’uomo abbia mai posseduto:uguaglianza,
fratellanza e comunanza.
Non a caso si ricorda spesso il motto della Repubblica francese
“ Libertè ègalitè fraternitè
“ .Questi ideali prima di farsi conoscere ampiamente
nel mondo trovarono la loro culla in Francia e vennero chiamati
tristemente in seguito Utopie. Utopie forse perché
i maggiori promotori di questi ideali benché ardentemente
desiderosi di concretezza, sapevano già che sarebbero
stati bollati come “visionari” o “sognatori”,
comunque inseguitori di chimere.
D’altronde non c’è da stupirsi se si
considera che oltre tre secoli più avanti,nell’era
del progresso, chi, come gli utopisti del ‘700, lotta
ancora per uguaglianza in ogni senso,per la libertà,
e per un sano equilibrio mondiale è ancor ’oggi
etichettato come paranoico, anzi come folle. Chi però
di questa etichetta non sa cosa farne o non se ne preoccupa
usa tutto quello che è in proprio potere per cambiare
le cose che non vanno poi cosi bene. I filosofi illuministi
scrivevano a costo di dover clandestinamente diffondere
il loro credo, gli utopisti sognavano viaggi lontani su
isole inesistenti staccate completamente dal mondo circostante,i
marxisti del XIX secolo suscitavano la necessità
di un capitalismo comunitario complementare al capitalismo
privato, i comunisti filo-sovietici e non solo loro,accendevano
i cosiddetti “fochi” ,le rivoluzioni che in
bene e in male hanno cambiato la storia .Tutti mossi (anche
se poi fuorviati come nel caso dei comunisti sovietici)
dalle stesse convinzioni e ispirati da esse.
Dagli scritti di D’Holbach a quelli di Voltaire,Montesquie
e utopistici di Moro e politici di Marx ,la storia di questi
ideali ha subito le più svariate modifiche e ha conosciuto
tante e troppe diramazioni.
Forse uno tra i tanti che affrontarono questi temi s’impegnò
a fondo nel concretizzarli, almeno nella sua fantasia. Restif
De la Bretonne stipulò in un racconto una serie di
peccati con le relative pene e soprattutto ,aveva ben chiaro
come gli uomini dovevano agire per essere felici tutt’insieme
.Dettò una sottospecie di legge, una sorta di “dieci
comandamenti” ridotti però a cinque , ma pur
sempre rispettabili e forse più credibili e concreti
di quelli religiosi.Tra questi precetti aleggia ovviamente
il senso di giustizia, di solidarietà , di comunanza
e compartecipazione e soprattutto di rispetto reciproco.
Traspare , inoltre ,anche se in maniera velata,l’atteggiamento
deista di Restif de La Bretonne il quale ammette l’esistenza
di un Dio superiore all’uomo,Dio degno di rispetto
e adorazione.
L’atteggiamento tipico degli utopisti e il loro modo
di divulgare il loro credo e le loro posizioni era quello
di inventare un viaggio su un isola senza tempo e senza
luogo(etimologicamente Utopia significa appunto fuori da
ogni luogo e ogni tempo) dove si vive nella felicità,
eguaglianza ed equilibrio,identificando cosi uno stato insito
nella perfezione.Il precursore dell’Utopia fu Tommaso
Moro,il quale nominò la sua isola perfetta intenzionalmente
Utopia.Anche Restif de la Bretonne narrò di un viaggio
su un isola alla scoperta di un popolo di saggi.In questa
terra curiosa egli scoprì nuovi uomini con nuove
leggi e soprattutto scoprì un nuovo modo di vivere.Non
bisogna pensare che in queste utopie non vi sia nessuno
che governi o regoli le situazioni, al contrario vi è
un sovrano giusto e onesto che non solo gestisce le vicissitudini
quotidiane ma emana leggi o per meglio dire dogmi indiscutibili
,una specie di costituzione odierna.
Se fosse esistito davvero un simile statuto probabilmente
ci sarebbero molti punti incoerenti e ingiusti verso qualcuno
,ma considerando che vi era la più intima consapevolezza
dell’improbabilità di tutto ciò si può
considerare questo ordinamento di leggi come un grande passo
avanti, rispetto alla situazione rinascimentale e ancor
peggio medievale.In fondo si può ben notare che anche
in uno stato utopistico vi è sempre la concezione
di sovrano.Benché gli uomini si sentano uguali, chi
scrive sa che senza un uomo alla guida dello stato probabilmente
la comunità in questione si sentirebbe persa e disorganizzata.Nella
“scoperta australe” di Restif De La bretonne
si può riscontrare a mio avviso una sorta di fatalismo:”Se
i magistrati pensassero che esistono in funzione dei popoli
e non i popoli in funzione loro sarebbero più integri”.Questo
forse per sottolineare che ognuno all’interno della
comunità ha un ruolo ben preciso,come segnato da
un destino (nel caso dei governanti quello di guidare i
popoli nella prosperità).Ciò che più
è manifesto è l’aiuto reciproco tra
gli uomini.Il problema di un singolo è un problema
della comunità.Quando addirittura una coppia è
sull’orlo della rottura tutta la Repubblica si riunisce
e decide il da farsi e prende eventuali provvedimenti.Non
ci sono molte regole da seguire ,esse sono minime ma fondate
perlopiù sul principio di uguaglianza.Credo ci sia
una sorta di invito all’ empatia,ogni uomo deve identificarsi
con qualsiasi altro, si devono svolgere le stesse mansioni
egualmente retribuite ,tutta la comunità si basa
su un processo di stabilizzazione ed equilibrio,a benessere
di ognuno.
Sembrerebbe in effetti la soluzione per ogni squilibrio,
ma questo cercare di omologare le persone come macchine
del lavoro,sempre obbligatoriamente felici e sereni ,può
in effetti causare oltre che dissensi tra la popolazione
agiata e potente politicamente (vedasi ad esempio gli aristocratici
che in uno stato utopistico perderebbero ogni tipo di immunità
o privilegio economico anzi verrebbero completamente eliminati
data l’inesistenza di scale gerarchiche) ,anche un
senso di soffocamento tra la popolazione civile e comunque
anche tra quella borghese.
Nello stato utopistico non si prende assolutamente in considerazione
l’effettiva esigenza di qualcuno di sentirsi libero
di disobbedire.Ad esempio per quanto riguarda l’adulterio
una donna non potrebbe mai sentirsi libera (non voglio rendere
lecito l’adulterio ovviamente) di essere infedele
al marito per timore della schiavitù che scaturirebbe
da tale comportamento grazie alle Leggi.
In questo tipo di comunità aleggia incoerenza e a
mio parere anche una sorta di autoritarismo.Si considerano
come verità assolute le proprie realtà, errore
gravissimo se si parla di uno stato perfetto.In uno stato
inattaccabile sul piano morale e ideologico,ci deve essere
l’assoluta libertà di pensiero e di parola
e non si deve avere la certezza di avere ragione in ogni
caso.La perfezione non è forse la mancanza di errori
o difetti ? Se dunque non si accettano opinioni contrastanti
vi è intolleranza, l’intolleranza va contro
ogni definizione di perfezione. In ogni caso la debolezza
di questa comunità si concretizza anche nella certezza
che se parecchie persone hanno un ideale allora quell’ideale
è corretto (mi viene in mente quando il burattino
Mussolini ha perversamente adescato moltitudini di italiani
con la convinzione della correttezza delle proprie parole!
). E parlo d’incoerenza , perché questa società
identifica il rispetto per il singolo con il rispetto per
la comunità. Non c’è rispetto per un
uomo se non si rispettano le sue idee ,anche se esse sono
diverse da tutto quello che pensa il resto del mondo. Le
comunità utopistiche,non solamente quelle di Moro
o Restif De La Bretonne, ma anche ovviamente quelle di Campanella
( si ricordi “Città Del Sole “) o di
Bacone (“Nuova Atlantide”) sono rette da ideali
nobili e illustri (e questo è indiscutibile e assolutamente
innegabile) ma mi trovo d’accordo con la critica mossa
da Engels (forse però troppo eccessiva e poco elastica)
all’ideale utopico troppo fragile per esistere e troppo
irreale.Inoltre mi sembra un tentativo troppo ozioso e comodo
quello di propugnare un modello di società (ripeto
un modello assolutamente condivisibile) incline alla perfezione
senza accompagnarlo dall’azione. Se gli utopisti avessero
smesso di sognare mondi astratti e avessero provato a concretizzarli
per mezzo della riforma ( e perché no anche per mezzo
della rivoluzione) ,probabilmente il termine Utopia al giorno
d’oggi avrebbe assunto un significato diverso ,magari
quello di sovversione o sommossa. Inventare un mondo nuovo
e lasciare che questa fantasia rimanga un semplice testo
scritto è segno che la sufficienza e l’inclinazione
all’inerzia non sono caratteristiche del ventesimo
secolo e della politica attuale ma cardini insiti nella
personalità dell’essere umano in sé
per sé.
Restif De la Bretonne pur castigando abilmente alcuni reati
,non prende in considerazione altri aspetti della vita sociale
e comunitaria come ad esempio l’esistenza di una società
multi-etnica ( non credo sia un termine inadatto e troppo
attuale in quanto il problema delle razze e dell’accettazione
di culture diverse – tratta degli schiavi, colonizzazione
dell’Africa e dell’America latina, deportazione
degli Indiani d’America – sono perni della storia
mondiale di ogni tempo). Non si riflette minimante, o almeno
Restif De La Bretonne non lo fa, sulla possibilità
di una tolleranza culturale o di una società formata
da varie etnie che comunque non rompessero l’unità
dell’isola.Le motivazioni di tale omissione potrebbero
essere due:
o Restif De La Bretonne non si pone il problema in quanto
è sottintesa la presenza di persone differenti, o
nella società illuminista non erano accettate o considerate
affatto.
E’ sconcertante anche la ripetizione della pena di
morte come castigo in ben due categorie: gli assassini e
gli incorreggibili.
Per quanto riguarda i primi, per essere coerenti con i precetti
dell’Utopia,si sarebbero dovuti istituire o i lavori
forzati a vita a servizio della comunità senza possibilità
di svago o divertimento come per il resto della popolazione
,o l’istituzione di un penitenziario in cui il detenuto
morirà secondo le leggi della natura senza possibilità
di uscirne mai.
Per i secondi invece c’è sempre la convinzione
che quello che fa la maggior parte della comunità
è corretto.Gli incorreggibili sono coloro che sbagliano
e perseverano nei loro errori.Ma dunque in una società
in cui vi è tolleranza ,come non si può tollerare
la perseverazione (se non è ovviamente dannosa al
bene comune)?
Non c’è giustizia nel togliere la vita ad un
uomo perché è diverso. Se fosse una comunità
davvero perfetta dovrebbe tentare la correzione dell’individuo
e quindi riportarlo sulla retta via, e non eliminare il
problema uccidendo l’individuo che va errando.Troppa
superficialità e troppo conformismo.Il modello utopistico
di Restif De La Bretonne è fortunatamente irreale
ma se Egli avesse combattuto per realizzarlo e per renderlo
effettivo sarebbe stata una società ingiusta almeno
quanto quella medievale. Probabilmente questa superficialità
deriva dalla consapevolezza che tutto ciò sarebbe
rimasto scritto,letto e mai concretizzato. Errore in cui
inciampano tutti gli Utopisti e tutti quelli che anche oggi
purtroppo, pretendono di cambiare la realtà con troppe
parole e pochi fatti.
Per commenti, suggerimenti o domande puoi contattare l'autrice,
Antonella Graziani, scrivendo al suo indirizzo email: tonygraz85@hotmail.com.