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Io sto con i Verdi
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I PRO E I CONTRO DEL TEST DI TURING
Intorno al 1950 Alan Turing, dopo un lungo studio sulle
macchine a stati finiti [5] – i cosidetti automi –,
iniziò a prendere in considerazione l’ipotesi
che tali “creature”, meravigliosamente eleganti
e lontane dalle aspettative di ogni scienziato di inizio
secolo, potessero acquisire la capacità di interfacciarsi
con l’uomo in modo naturale, usando per esempio proprio
il linguaggio. Non si può dire che l’intelligenza
artificiale sia nata con Turing, ma ciò che è
certo è il fortissimo impatto che il suo famoso test
esercitò nel mondo della ricerca: un gioco, secondo
le parole dell’autore, ma il cui obiettivo non era
quello di muovere pedine o scagliare oggetti lontano, esso
era piuttosto orientato al riconoscimento di una macchina
(o di un qualsiasi altro agente) a partire dalle risposte
che essa avrebbe dato ad ogni domanda posta da un soggetto
umano. Un test comportamentistico quindi, il cui fine non
era quello di identificare se e dove ci potesse essere intelligenza,
ma piuttosto di valutare il grado di abilità del
sistema artificiale nel dare risposte consone e spiazzanti;
naturalmente quando si parla di macchina in questo ambito,
è sempre importante precisare che non viene mai fatta
menzione dei requisiti hardware necessari per poter conseguire
un certo risultato. Lo stesso Turing basava le sue affermazioni
più sulla lungimiranza che sulla consapevolezza e
in [1] a pag.64 egli scrive: << ...Io credo che tra
una cinquantina d’anni sarà possibile programmare
calcolatori aventi capacità di memoria di circa 109,
in modo da farli giocare così bene al gioco dell’imitazione
che un interrogante medio avrà una probabilità
non superiore al 70% di compiere l’identificazione
giusta dopo cinque minuti di interrogatorio. >>. La
ragione di questa richiesta abbastanza alta (nell’ordine
del gigabyte) di memoria è da ricercarsi proprio
nell’approccio computazionale che Turing desiderava
seguire: ciò che interessava realmente non era la
struttura esteriore e le eventuali funzionalità grezze,
ma piuttosto il programma, ovvero ciò che noi, controbattendo
le affermazioni di John Searle, definiamo intenzionalità
della macchina. Un dispositivo in grado di superare il test
di Turing (ingannando quindi anche il più smaliziato
degli interroganti) non è altro che un programma,
più o meno variegato, che deve essere in grado di
operare opportuni collegamenti tra le domande e le risposte,
ma attenzione ! Io non ho detto che esso deve poter attuare
solo ed esclusivamente un processo associativo ponderato,
ma che il suo relazionamento con l’interlocutore deve
necessariamente avvenire sulla base di un dialogo. Come
vedremo in seguito questo approccio è già
di per sè a netto sfavore della macchina ed è
la causa dell’acceso dibattito che culminerà
nell’esperimento virtuale della stanza cinese proposto
da Searle. Io credo che Turing, nel formulare il suo gioco
dell’imitazione, non intendesse esasperare il concetto
di programma sino a spingere moltissimi ricercatori a creare
due fazioni distinte (quella dell’IA forte e la sua
opposta) ed è ben chiaro che molte ricerche contemporanee
all’uscita del suo scritto “Computing Machinery
and Intelligence” erano ancora in fase embrionale.
La macchina a stati finiti e il calcolatore digitale rappresentavano
per i molti un traguardo di straordinaria inventiva umana
e furono non pochi i registi che precorsero i tempi e animarono
grossi ammassi di ferraglia sino a farli apparire a tutti
gli effetti umanoidi; tuttavia oggi la situazione è
cambiata radicalmente e molti entusiasmi hanno lasciato
il posto ad una più cauta analisi dei dati di fatto.
Ed è proprio da ciò che intendo iniziare il
mio discorso. Il test di Turing è, come abbiamo visto,
comportamentista, ma è anche senza dubbio molto soggettivo
poichè è proprio l’interrogante il giudice
supremo che deve decidere se ha di fronte un uomo o una
macchina, ovvero egli dovrà confrontare il comportamento
(in termini di risposte) dell’interlocutore con quello
di un’ipotetica persona di media cultura e capacità.
Ma come è possibile avere sempre la certezza che
un certo dialogo non può essere umano, mentre un’altro
lo è ? Inoltre nel test è prevista la possibiltà
del bluff che, se sapientemente utilizzata, può gettare
alle ortiche ogni burlume di determinismo nella decisione;
ad esempio se doveste leggere questo dialogo:
A) Come ti chiami ?
B) xT334GhhdrN&353
A) Sei una macchina ?
B) 2rer%6gghd
A) Cosa ne pensi dell’ingegneria genetica ?
B) R&fffdwe55333
....
sareste in grado di dire chi è l’uomo e chi
la macchina ? Di primo acchito tutti risponderebbero che
B non soltanto non è umano ma è anche programmato
molto male ! Ma ne siete certi ? E’ possibile che
A sia un programma che effettua delle domande e B sia un
burlone che si diverte a confondere le idee... Il bluff
è capace di sovvertire molte certezze e, per questa
ragione, bisogna essere estremamente cauti quando si effettuano
valutazioni “alla cieca”. Chiaramente tutto
sarebbe diverso se i due interlocutori fossere disposti
l’uno di fronte all’altro e non ci fossero sistemi
di telecomunicazione per pilotare la macchina da remoto.
In questo caso quasi ogni dubbio verrebbe dissipato. Ho
detto “quasi” perchè nulla vieta alla
macchina di scherzare ! Alla domanda qual è la tua
fonte di energia essa potrebbe benissimo rispondere “i
grassi e gli zuccheri”, oppure, in un caso estremo,
essa potrebbe fare apparire sullo schermo una scritta “Errore
di Sistema. Buffer Overflow”, al che ogni interrogante
con poca pazienza sarebbe in diritto di alzarsi e ridere
in faccia agli ingegneri... Il test di Turing, nella sua
semplice genialità, prevede anche questo ! Tuttavia
il contatto diretto con la macchina, qualunque essa sia,
è sempre fonte di sgradevoli pregiudizi che lo stesso
Turing fa notare: <<... Nel corso della propria vita
un uomo vede migliaia di macchine e, da ciò che di
esse vede, trae un gran numero di conclusioni generali:
sono brutte, sono progettate ciascuna per uno scopo ben
preciso e quando le si vuole usare per uno scopo anche solo
un pò diverso diventano inutili; la varietà
di comportamento di ognuna di esse è limitata, ecc.,
ecc. ...>>. L’induzione psicologica che ci porta
ad estendere le caratteristiche di un esemplare all’intera
specie è sempre stata molto forte ma in questo settore
il radicamento di idee pseudo-dualistiche ha spesso avuto
la meglio su coloro che non riescono a raggiungere una posizione
ferma. Molti biologi e filosofi si sono giustamente chiesti:
E’ vero che il superamento del test di Turing conferisce
intelligenza alla macchina ? Per chi volesse approfondire
criticamente questo aspetto consiglio la lettura del capitolo
“Il Test di Turing: una conversazione al caffè”
di D. Hofstadter a pag. 76 di [1] , ma per adesso limitiamoci
ad osservare, come già fatto in precedenza, che il
gioco dell’imitazione è a netto sfavore per
la macchina: essa è infatti costretta a rispondere
ad una serie di domande poste in un linguaggio astratto
e senza alcuna corrispondenza semantica; d’altronde,
come scrive Daniel Dennet, << ...l’assunto che
Turing era pronto a sostenere era che nulla potrebbe mai
superare il test di Turing vincendo il Gioco dell’Imitazione
senza essere anche capace di compiere un numero indefinito
di altre azioni manifestamente intelligenti... >>
.
Pensate di chiedere ad un computer cosa ne pensa delle mele,
tutt’al più l’unica risposta accettabile
sarebbe: << La mela è un frutto gradito agli
esseri umani e quindi anche a me ! >>, ma l’idea
di mela posseduta dall’interrogante è certamente
diversa dallo stato mentale (se presente) della macchina
e quindi molte inferenze semantiche resterebbero vani tentativi
di far quadrare i conti con la sintassi e, al massimo, un’ulteriore
opportunità per convincere l’astante che essa
(la macchina) è in realtà un uomo.
Ma la macchina non è un uomo ! Infatti se è
sempre possibile accettare il contrario non bisogna però
confondere un concetto particolare (l’uomo) con una
categoria ben più vasta; un buon computer è
una macchina e nessuna legge della fisica impedisce ad essa
di comportarsi in modo intelligente, di sviluppare un pensiero
autonomo, di interagire con il mondo (di cui fa giustamente
parte) , ma nel contempo non esiste alcuna ragione per supporre
che la sua intelligenza debba necessariamente conformarsi
comportamentalmente (e soprattutto strutturalmente) con
la nostra. La macchina potrebbe rifiutare il dialogo se
il linguaggio non è quello corretto e sarebbe del
tutto inutile tentare di estrarre informazioni da essa senza
prima averne accettato una qualche sorta di autonomia esistenziale.
Più avanti avremo modo di discutere ampiamente sugli
stati interni di un sistema artificiale, ma in questo momento
mi preme sottolineare che, a mio parere, è troppo
facile cadere vittima di belle illusioni ogniqualvolta che
ci si trova dinanzi ad un grosso computer che sforna risposte
preimmagazzinate... E’ ovvio che non c’è
nulla di intelligente in tutto ciò, nemmeno se le
inferenze che selezionano le alternative avvengono nella
maniera più logica e rigorosa, e il semplice motivo
è che la macchina “sa” di dover rispondere
B alla domanda A solo perchè un programma prescrive
così, ma non ha idee nè del programma nè
tantomento dei sotterfugi da adottare qualora desiderasse
aggirare gli inesorabili dettami algoritmici.
Una siffatta macchina è condannata ad essere un ottimo
esempio di software per l’immagazzinamento e la gestione
di dati, nulla di più. Io credo quindi che l’iniziale
interrogativo di Turing, “Può una macchina
pensare ?” non abbia trovato un reale esempio in quegli
ipotetici sistemi in grado di sostenere il gioco dell’imitazione:
un computer non dovrebbe imitare nulla, al massimo egli
potrebbe comportarsi come un bravo interprete bilingue che
parla ad un auditorio in Italiano, ma che continua a pensare
nella sua lingua madre. Sono infatti le immagini mentali
gli elementi che caratterizzano intrinsecamente il pensiero
e la drastica decisione di sopprimerle del tutto creando
un sistema puramente associativo equivale a distruggere
qualsiasi possibilità che l’intelligenza artificiale
possa realmente fare dei progressi.
Gli stati interni forniscono una rappresentazione dello
status quo della macchina in un punto dello spazio-tempo
ben preciso e la risposta ad una domanda è necessariamente
influenzata da esso; come accade negli esseri umani, il
sistema artificiale potrebbe essere distratto, svogliato,
concentrato su ben altre faccende, e tutto ciò perchè
la sua attività interna è quasi del tutto
indipendente dalle stimolazioni forzate che un tedioso interrogante
può continuare a fare. Tuttavia, come lo stesso Dennet
fa notare in [1], << ...un altro problema sollevato
ma non risolto nel dialogo di Hofstadter riguarda la rappresentazione.
Quando si simula qualcosa al calcolatore, si ottiene normalmente
una rappresentazione dettagliata, “automatizzata”
e multidimensionale di quella cosa, ma naturalmente c’è
una differenza abissale tra la rappresentazione e la realtà,
non è vero ?... >>. Certo ! La differenza c’è
e ci deve essere, soprattutto quando si trattano macchine
intelligenti. Se si scrive un buon programma per la simulazione
delle eruzioni vulcaniche, lo si fa per valutare aspetti
della realtà che qualora dovessero verificarsi porterebbero
a catastrofiche conseguenze, ma il nostro caso è
molto differente. Noi non vogliamo simulare alcunchè,
nè ciò che viene definito comunemente “mente
umana”, nè tantomeno quel tipo di intelligenza
che gli scolari ogni giorno si sforzano di sviluppare. Voglio
ribadire che una macchina, per buona pace dell’anima
di Turing, può partecipare al gioco dell’imitazione,
ma ciò non significa che essa è destinata
a dover vivere all’ombra di chissà quale entità
suprema di cui è solo un pallido riflesso. Le previsioni
metereologiche trattano di continuo i sistemi multivariabile
gestiti dalle equazioni di Navier-Stokes, ma giustamente,
come evidenziato da Hofstadter, non è mai accaduto
che un ammasso nuvoloso abbia scatenato un temporale all’interno
di un laboratorio... Quelle sono simulazioni, ovvero imitazioni
scientificamente calibrate; il loro fine ultimo è
quello di assecondare le leggi della fisica in situazioni
particolari. Una macchina intelligente, al contrario, non
simula nulla poichè se una sua variabile interna
assume il valore 5, essa ha realmente il valore 5 e tale
numero non esiste al di fuori di quella specifica realtà
poichè esso è a pieno diritto uno stato mentale;
se invece io gestisco un software per la simulazione del
volo, l’altitudine che leggo sullo schermo, pur essendo
anch’essa una variabile, è esistenzialmente
priva di qualsiasi significato. Sono io, con la mia interpretazione,
a comprendere che quel segnale mi avverte di qualcosa e
senza la dovuta consapevolezza esso può rimanere
un semplice numero stampato su uno schermo. Per questa ragione
è importantissimo sottolineare che non esistono simulatori
di intelligenza ! L’intelligenza è una proprietà
autonoma che, nel momento in cui si cerca di replicarla,
svanisce come una bolla sospinta da un soffio... Essa emerge
certamente da un’architettura funzionale, ma non esiste
alcun metodo razionale (solipsismo) per essere certi che
un certo organismo pensa e ragiona come sto facendo io in
questo momento, l’unica via di fuga nasce da un’accorta
applicazione del principio di induzione che, in questo caso,
afferma che un individuo capace di sostenere un dialogo
per un certo tempo non può essere uno stupido ! Su
queste basi nasce e si sviluppa il test di Turing, prova
che, come abbiamo avuto modo di accertare, deve necessariamente
“svelare” – qualora ci sia – l’esistenza
di stati mentali interni attraverso la scoperta di comportamenti
che, solo per ragione pratica, si avvicinano a quelli di
un essere umano. Comunque non desidero che il termine “stato
mentale”, nell’ottica di una ridicola “simulazione
della psiche” venga barbaramente tradotto in emozione
o sentimento... Nel prossimo paragrafo affronteremo ampiamente
questo problema, ma per adesso è bene fare una doverosa
precisazione: anche se ricercatori come Goleman hanno più
volte ribadito la necessità di considerare un’intelligenza
detta appunto emotiva, ciò non vuol dire che l’equazione
pensiero = emozione abbia un qualche senso logico. Le emozioni
appartengono all’interpretazione mentale degli stati
interni e lì devono restare, tirarle in ballo ogni
volta che uno scienziato parla di IA è solo un modo
per tentare di boicottare un lavoro che si basa su realtà
di fatto. Che senso hanno le frasi del tipo “Quella
macchina non può amare...” ? Evidentemente
la macchina non deve amare, perlomeno nel senso che noi
esseri umani attribuiamo al termine, ma questo non inficia
l’eventuale intelligenza che essa potrebbe avere (magari
avrà uno stato interno particolare che per essa equivale
ad una sorta di amore !); commisurare due realtà
fisicamente e funzionalmente diverse è pericoloso
e fuorviante e l’unico risultato che si ottiene è
semmai una maggiore confusione e l’assodamento del
pregiudizio che le macchine, come diceva Turing, sono brutte,
stupide e poco flessibili.
UNA MACCHINA CHE PROVA EMOZIONI
Sulla mia scrivania sono accatastate decine di articoli
che rigurdano l’IA, la psicologia e le scienze cognitive.
Non ci credereste, ma in ognuno di essi trovare un breve
riferimento alle emozioni è talmente certo che ci
potrei scommettere l’intera mia libreria (la cosa
più cara che posseggo)... Nel nostro caso il discorso
può essere riassunto e schematizzato nella domanda:
le macchine possono provare emozioni ? Cominciamo dall’inizio
e, da bravi logici, cerchiamo di capire che cosa sono queste
odiatissime emozioni: supponiamo che una persona entri nel
suo appartamento e, dopo qualche passo, si accorga che un’ombra
si sta muovendo dietro un grande mobile, cosa accade a livello
fisiologico in quell’individuo ? La risposta è
semplice: compare quella che tutti noi abbiamo ormai battezzato
come paura. Ma che cos’è la paura ? Il neuroscienziato
Joseph LeDoux studia ogni giorno questo importantissimo
processo, ma sono certo che se gli si chiedesse una definizione
verbale (e semplice) del concetto di terrore egli si bloccherebbe
come d’altronde farebbe chiunque. In fondo ciò
che noi chiamiamo emozione è solo un particolare
stato mentale che si sovrappone alla configurazione corrente
alterandone alcune caratteristiche, con lo scopo di preparare
l’organismo ad attuare una ben precisa procedura.
Ad esempio, se si ascolta la parola “Attento”
esistono svariate reazioni organiche ed alcune di esse sono
associate a forti emozioni – se si pone un punto esclamativo
dopo il termine, già linguisticamente il significato
cambia, e se a pronunciarlo è una persona che grida
verso di noi senza alcuna ragione apparente ciò scatena
una lunga serie di processi (secrezione di adrenalina, blocco
della digestione, liberazione del glucosio immagazzinato,
etc.) al fine di far fronte a quello che in tutta probabilità
è un pericolo imminente – ma ciò non
significa che l’emozione è qualcosa di interiore
che nasce e si sviluppa solo per ragioni scientificamente
ignote. Le ragioni ci sono ! Purtroppo comunemente si è
portati ad attribuire alla sfera emozionale una valenza
legata ai postumi di un dualismo ormai quasi del tutto estinto
e quando un ricercatore scopre un nuovo processo legato
alla genesi di una sensazione interiore, è spesso
accaduto di assistere ad una sorta di ostracismo contro
un eretico del mondo spirituale. Pensate un pò se
si parlasse apertamente di macchine e emozioni ? Ma, dato
che io non temo alcuna scomunica, lo farò lo stesso
cercando di mostrare come questo apparente ostacolo dell’intelligenza
artificiale altro non è che un banale modo di considerare
il consueto.
Abbiamo detto che una macchina pensante deve possedere stati
interni, deve cioè essere capace di mantenere una
certa quantità di energia – pensatela pure
come informazione – anche quando le sorgenti si sono
del tutto estinte; osservate il vostro armadio per dieci
secondi, chiudete gli occhi, cosa vi viene in mente ? L’armadio,
naturalmente ! Ecco un semplice esempio di stato interno:
l’immagine ha lasciato una traccia nei vostri processi
cerebrali e, anche dopo che essa è scomparsa, voi
restate mentalmente capaci di operare con essa e persino
di esplorarla percettivamente in modo figurato. Adesso facciamo
lo stesso ragionamento con un’emozione, il primo incontro
ad esempio; non ha importanza quanto tempo è trascorso
da questo evento, chiunque ha sempre vivide le immagini
(in senso lato) dei suoi timori, del sudore sulla fronte,
delle gioie, delle incertezze, etc. Notate che quasi tutti
i termini di questa lista sono emozioni o particolari sensazioni
ascrivibili ad esse. Supponenete ora di chiedere ad una
persona intervistata: << Ti ricordi il timore ? >>.
Che razza di risposta vi aspettate ? Evidentemente quel
povero malcapitato cercherà in tutti i modi di ottenere
ulteriori informazioni che gli permettano di “localizzare”
questo timore a cui vi riferite; se invece voi specificate
subito che è vostra intenzione raccogliere informazioni
sul suo primo incontro, il soggetto non avrà dubbi
nel rispondervi e magari riuscirà a fornirni perfino
una descrizione dettagliata delle cause che lo portavano
ad essere timoroso (lei era molto bella, lui aveva una brutta
automobile, era goffo, non sapeva parlare, etc.) Da tutto
ciò cosa si deduce ? Semplicemente che le emozioni
non hanno vita autonoma, esse esistono in un determinato
contesto e traggono da esso ogni particolare di tipo esistenziale.
Il timore non è, il timore è a causa di x
e y, ovvero nel contesto generato dagli eventi generici
x e y.
Come abbiamo detto poc’anzi l’emozione si sovrappone
ad una configurazione mentale preesistente esattamente come
un velo rosso che viene disteso su un divano bianco: il
colore risultante nasce dalla somma del rosso e del bianco
e sarà, in questo caso una tonalità di rosa,
ma se il divano fosse stato blu notte il risultato sarebbe
non più un tenero colore dalle pallide sfumature,
ma piuttosto un viola scuro e otticamente potente. L’emozione
filtra la realtà e certamente ne influenza l’evoluzione
nel limite delle possibilità offerte dall’interazione
uomo-ambiente.
Ma può accadere lo stesso per le macchine ? Io non
credo che sia necessaria alcuna cautela nel dare la risposta:
essa è certamente affermativa ! E la cosa più
strabiliante è che basta un semplice programma per
permettere la sperimentazione di quanto affermato: supponenete
di volere regolare la temperatura di una stanza utilizzando
un sofisticato marchingegno che è molto sensibile
ai colori: ad esempio se le tonalità tendono al verde
esso stabilizzerà la temperatura ad un valore un
pò più alto di quello richiesto, mentre se
i suoi sensori cromatici rilevano un’alta presenza
di componenti spettrali vicino al rosso esso deciderà
di ridurre ulteriormente la temperatura. Adesso prendete
una stanza priva di qualsiasi mobile – supponiamo
che ciò implichi neutralità per il regolatore
– e fissate il termostato a 20 °C, dopo un transitorio
più o meno lungo la stanza sarà effettivamente
climatizzata al valore desiderato. La macchina quindi sta
eseguendo un compito di norma senza alcuna influenza di
tipo emozionale, ma se ad tratto decideste di introdurre
nel locale un grosso tavolo dalle sfumature verdognole cosa
accadrebbe ? Evidentemente il sistema abbasserebbe la temperatura,
diciamo di 2 °C; il suo programma di regolazione è
rimasto inalterato eppure sembra quasi che si sia verificata
un’anomalia di funzionamento... Se non vi scandalizzate
troppo mi spingo ad una spiegazione più ardita, altrimenti
vi consiglio di saltare a piè pari l’intero
paragrafo !
Ciò che è accaduto può essere riassunto
nel seguente modo: all’inizio lo stato interno del
sistema corrisponde ad una temperatura ambientale di 20
°C e ciò può essere assimilato (metaforicamente)
ad un individuo che cammina per strada liberamente con 60
pulsazioni cardiache al minuto; ad un certo punto un evento
particolare ed imprevisto si presenta sulla scena: il tavolo
verde per la macchina, una donna mozzafiato per l’uomo.
Cosa accade ? Nella persona le pulsazioni aumenteranno rapidamente
a causa della maggiore disponibilità di adrenalina
ed ella avrà l’impressione (non è una
vera impressione, ma piuttosto il risultato di un’informazione
fornita dal senso interno) di provare una forte emozione,
nella macchina, invece, quell’evento inatteso comporterà
un’abbassamento del set-point di temperatura e anch’essa
“potrà” vantare una sensazione anomala
in quanto si ritroverà con uno stato interno (la
temperatura della stanza, per i nostri scopi) differente
da quello pre-memorizzato. E’ come se effettivamente
ci fossero 20 °C (o 60 pulsazioni), ma per ragioni particolari
la variazione di questo valore induce la consapevolezza
di un evento particolarmente importante.
Se, ad esempio – permettetemi una divagazione fantascientifica
- , il regolatore si “nutrisse” di elementi
presi da sorgenti di colore rosso o verde, esso, attraverso
l’imprevista variazione di temperatura potrebbe predisporsi
per “corteggiare” un tavolo od una tenda con
l’obiettivo di strappare ad essi un pò di energia
! Allo stesso modo, ma in maniera meno ironica, l’individuo
che prova la forte emozione dell’incontro si prepara
(o tenta di prepararsi) ad un approccio il cui unico fino
è il raggiungimento di un congresso carnale. Mi sembra
più che evidente che le normali attività mentali
non vengono “deviate” dall’emozioni, semmai,
come già accennato, esse ne filtrano il contenuto
e la forma e le adattano ad una nuova realtà incipiente.
“Much ado about nothing” scriveva Shakespeare
e non c’è territorio scientifico ove la polvere
sollevata è così fitta da impedire di vedere
persino di fronte ai propri occhi... Adesso non vorrei che
molti psicologi mi attaccassero dicendo che l’emozione
gioca un ruolo funzionale importantissimo per la vita della
persona, perchè io non ho negato nè questo
fatto, nè tantomeno che una buona macchina programmata
in senso lato per essere intelligente potrebbe realmente
avvantaggiarsi da un’approccio interattivo basato
anche su questi “sbalzi informazionali”. Ciò
che ho voluto enfatizzare è l’eccessiva immaterialità
che viene conferita de facto a questo tipo di sensazioni
che, tra l’altro, nascono non dallo sviluppo ontogenetico
e filogenetico dell’uomo, ma piuttosto appartengono
alla sfera più primordiale dell’encefalo. Joseph
LeDoux, nel suo bellissimo libro “Il Sè sinaptico”,
sottolina proprio il ruolo svolto dall’amigdala nella
decodifica delle emozioni ed in particolare della paura;
in un articolo [7] apparso sulla rivista italiana Mente&Cervello,
Hubertus Breuer scrive: << ...fu questa la sua grande
scoperta (di Ledoux n.d.GB): una pietra miliare della ricerca
sulle emozioni. Aveva trovato un circuito di commutazione
arcaico, grazie al quale i ratti possono percepire il mondo
indipendentemente dalla loro corteccia cerebrale. “Questo
sistema sensoriale”, spiega LeDoux, “risale
presumibilmente ad una fase molto antica dell’evoluzione.
E deve essere stato di grande aiuto ai vertebrati quando
la corteccia cerebrale non era ancora sviluppata. >>.
L’emozione non è quindi figlia dell’evoluzione
che ha portato l’uomo da uno stato di totale ignoranza
ad oggi, ma piuttosto un retaggio del passato che si è
conservato attraverso i millenni solo ed esclusivamente
perchè è in grado di bypassare più
rapidamente i canali convenzionali in tutte quelle situazioni
che lo richiedono. Lo stesso autore, più avanti,
scrive: << Nella vita di tutti i giorni il nostro
cervello riceve contemporaneamente impressioni ottiche sommarie
e dettagliate. Perciò, sostiene LeDoux, probabilmente
usiamo due vie parallele per valutare l’ambiente:
“In modo rapido e inconscio con l’amigdala,
per saggiare la situazione; in modo più lento e cosciente
con la corteccia, per riconoscere i particolari”.
E questa struttura potrebbe essere valida per tutti i cinque
sensi: vale a dire, l’amigdala esaminerebbe tutte
le percezioni sensoriali alla ricerca di segnali di pericolo.
>>. Questo parallelismo intrinseco nel processamento
delle informazioni può e spesso viene attuato anche
in sistemi artificiale privi di qualasiasi parte intelligente:
si separano due cammini in modo che qualora dovesse accadere
qualcosa di estremamente grave, un circuito di sicurezza
potrebbe bloccare completamente il sistema. Ma allora, mi
pongo di nuovo la fatidica domanda, le macchine possono
avere emozioni ? Alla luce di quanto scoperto negli ultimi
anni l’emozione è basilare per la vita, ma
è nel contempo generata da un meccanismo estremamente
primordiale; a rigor di logica l’intelligenza artificiale
ispirata alle capacità inferenziali, mnemoniche ed
esplorative della mente umana non dovrebbe neppure prendere
in considerazione processi tanto “obsoleti”,
tuttavia proprio a causa dell’importanza rivestita
dagli stessi, importanza che li ha preservato durante l’evoluzione,
è bene che i moderni scienziati e progettisti li
tengano bene in conto, ma senza trattarli come processi
anomali, come stranezze della vita biologica fatta di cellule,
proteine, molecole, DNA, etc. L’emozione è
uno stato mentale peculiarmente più immediato e sconvolgente
degli altri, ma rimane sempre un “semplice”
stato mentale.
LA MENTE E’ UN PROGRAMMA ?
Quando Paul e Patricia Churchland pubblicarono il loro
famoso articolo in cui affermavano che la mente umana altro
non era che un “semplice” programma per calcolatore,
ciò che accadde nel mondo scientifico fu paragonabile,
con il dovuto rispetto, alla presentazione da parte di Galileo
del Dialogo sui Massimi Sistemi ! Immediatamente si crearono
due fazioni contrapposte, la prima (quella dell’IA
forte) iniziò a sostenere questa tesi, mentre la
seconda, cauta, polemica e con qualche libro di logica matematica
in più in biblioteca, cercò in tutti i modi,
fate attenzione, non di mostrare il contrario adducendo
prove di una nuova realtà, ma piuttosto giocherellando
con i paradossi e con qualche strano teorema. Il discorso
è molto più semplice di quanto si possa immaginare
ed è doveroso riassumerlo brevemente per poter proseguire
il nostro discorso: prendete un sistema formale di simboli
e regole, eventualmente introducete qualche assioma (senza
esagerare) e successivamente cercate di dimostrare deduttivamente
tutte le conseguenze che ne possono derivare. Che risultato
ne otterrete ? Filosoficamente parlando, dopo un meticoloso
lavoro di convalida, voi dovreste raggiungere una posizione
stabile dalla quale poter esprime qualsiasi giudizio di
verità. Ad esempio voi dovreste subito dire che se
A + B = C, A + B = D è vera se e solo se C = D. Il
sistema formale diventa quindi un sorta di micro-universo
con i suoi pianeti, le sue stelle e tutte le leggi che ne
governano il moto: ogni cosa sta al suo posto e nulla accade
senza che un ragionamento elementare possa validarne la
compatibilità con il sistema, ogni dubbio è
bandito per legge e la certezza apodittica viene incoronata
regina della ragione ! Qualcosa del genere fu tentato da
Russel e Whitehead con i loro “Principia Mathematica”,
esso fu un fallimento e la cosa più drammatica è
che il sabotaggio avvenne quando ormai i due studiosi avevano
tirato fuori migliaia di proposizioni ed erano sul punto
di cantare l’inno di vittoria... Kurt Gödel,
come un funesto temporale estivo, dimostrò il suo
famoso teorema che in sostanza afferma che qualsiasi sistema
formale possiede al suo interno proposizioni indecidibili:
notate bene che esso non viola il principio del terzo escluso,
semplicemente dice che non esiste alcuna deduzione a partire
dai concetti fondamentali che permetta di raggiungere una
conclusione binaria sulla veridicità di un’affermazione.
La portata di questo teorema fu tremendamente vasta e nel
giro di pochi anni si cominciò a vedere la matematica
non come il frutto della pura razionalità umana,
ma piuttosto come il medesimo frutto adornato da un plus-valore
la cui natura – quasi metafisica - è stranamente
ignota; il dato di fatto è comunque semplice: i ragionamenti
non possono mai essere esaustivi quando si tratta di un
sistema formale. Poco tempo dopo la pubblicazione del teorema
di Gödel , Alan Turing mostrò che la sua macchina
universale risentiva dello stesso problema, esistevano ovvero
programmi particolari su cui nessun altro programma era
in grado di decidersi se essi avrebbero terminato il loro
lavoro o meno; in [6] Roger Penrose discute ampiamente questo
problema e mostra con un certo entusiasmo che noi, poveri
esseri umani, siamo in grado di costruire un algoritmo che
ciclerà all’infinito, ma, nello stesso tempo,
siamo certi che nessun’altro programma formale potrà
mai raggiungere una soluzione in merito al problema dell’arresto.
Che cosa significa tutto ciò ? In parole povere questi
due risultati mostrano che la mente umana è capace
di decidere (spesso, ma non sempre) anche quando essa ha
dimostrato un teorema che bandisce ogni decisione; per dirla
come Penrose: << ...Come ho detto in precedenza, buona
parte della ragione per credere che la coscienza sia in
grado di influire su giudizi di verità in un modo
non algoritmico deriva dalla considerazione del teorema
di Gödel. Se riusciamo a renderci conto che il ruolo
della coscienza non è algoritmo nella formazione
dei giudizi matematici, in cui sono un fattore importante
il calcolo e la dimostrazione rigorosa, allora senza dubbio
potremo convincerci che un tale ingrediente non algoritmico
potrebbe essere cruciale anche per il ruolo della coscienza
in situazioni più generali (non matematiche). >>.
La mente è dunque un programma ? Ovvero è
possibile costruire una macchina di Turing che esegua ogni
operazione cosciente in modo esattamente uguale ad un essere
umano ? Per quanto affermato finora è chiaro (anche
se non di immediata comprensione) che la risposta tende
inesorabilmente verso il negativo. In effetti l’unico
modo per chiudere per sempre la questione sarebbe quello
di dimostrare l’impossibilità delle ipotesi,
ma ciò non è mai stato fatto e moltissime
ricerche nel campo dell’intelligenza artificiale hanno
continuato ad andare avanti dando per scontato che da un
giorno all’altro sarebbe venuto fuori questo tanto
osannato “programma della mente”. Mentre Penrose
si affannava a cercare quel “di più”
[2] che avrebbe trasformato l’indecidibile in decidibile,
una sostenuta schiera di sostenitori dell’IA forte
combatteva in prima linea una battaglia contro coloro (come
John Searle) che condannavano non tanto l’algoritmo
in sè facendo affidamento alla matematica ma piuttosto
all’operazione di manipolazione formale di simboli
che altro non è che proprio il tanto vituperato programma.
Nel prossimo paragrafo parleremo di tutto ciò, ma
adesso fermiamoci sulla questione sostenuta dall’IA
forte e cerchiamo di analizzarla alla luce della multidisciplinarità
necessaria.
Secondo me il problema non è tanto quello di stabilire
su basi scientifiche se la mente è o meno un programma,
ma piuttosto di fissare un punto d’osservazione stabile
per tutti i fenomeni psicologi studiati; se infatti si sceglie
la strada dello studio comportamentale è quasi inevitabile
imbattersi in procedure più o meno rigorose che,
a partire da un insieme di dati in ingresso, conducono il
soggetto verso il raggiungimento di un obiettivo ben preciso.
In quasi tutti i testi di Psicologia Cognitiva mi è
spesso capitato di osservare grossi scarabocchi che altro
non erano che diagrammi di flusso, ovvero il mezzo grafico
più canonico utilizzato per descrivere gli algoritmi.
Tutto ciò non può che formare nel lettore
l’idea che ogni sua azione materiale o mentale sia
perfettamente inquadrata all’interno di uno schema
particolare che viene attuato dal cervello quando se ne
presenta l’occasione; anche lo stesso Searle, che
come vedremo è il più acerrimo nemico dell’IA
forte, ammette: << ...noi siamo istanziazioni di una
quantità di programmi per calcolatore e siamo capaci
di pensare. >>. E’ molto importante, tuttavia,
sottolineare il verbo “istanziare” che non va
confuso con elencare o simili; la sua accezione è
fortemente legata al concetto di algoritmo: esso è
un’insieme formale di regole che, se eseguite correttamente
portano ad un risultato preciso, mentre l’istanziazione
è qualcosa di molto diverso, infatti non c’è
più alcun agente che esegue ciecamente i compiti
previsti in quanto essi emergono dal comportamento stesso.
D’altronde il dibattito è venuto a galla proprio
perchè i Churchland affermarono senza troppe remore
che la mente era un programma, non un’istanziazione
di esso; in questo modo tutti gli schemi di cui sopra non
verrebbero più a rappresentare le sintesi procedurali
di alcuni importanti processi cognitivi, ma i processi stessi
! Anche il lettore meno informato sull’argomento si
potrà facilmente rendere conto del pandemonio che
queste illazioni suscitarono nel mondo accademico e della
gioia sfrenata di tutti i programmatori di IA che, da quel
momento, non lavoravano più su sterili listati di
codice, ma piuttosto su micro-menti a pieno diritto !
A mio parere, tuttavia, il profondo effetto dovuto a questa
posizione è proprio da ricercarsi nel connubio instauratosi
con altre branche delle scienze cognitive, prima fra tutte
la psicologia; che senso ha studiare i processi neurofisiologici
del cervello ? Questo era il motto dei sostenitori dell’IA
forte, ma anche, e nessuno se la prenda, della maggior parte
degli psicologi, i quali preferivano uno studio di “alto
livello”, filtrato da ogni forma di elaborazione cerebrale.
La vista, l’udito, il tatto, il senso dell’orientamento,
ecc. venivano (e vengono tuttora) considerati a partire
dai risultati (bottom-up) e, semmai successivamente, si
procedeva ad un indagine più accurata delle cause
reali che dovevano generarli. L’idea di fondo era
quella che se tu sentivi un suono dovevi possedere un sistema
acustico appropriato, qualunque esso fosse: l’orecchio
con il sistema di ossicini, una cassa da 1 Watt, oppure,
perchè no ?, un omino piccoletto che sussurrava al
cervello ciò che egli doveva udire. Il calcolatore
per i sostenitori dell’IA forte aveva un ruolo così
marginale che furono addotti esempi persino con macchine
costruire con tubi e serbatoi ! Tutto ciò non potè
che accentuare il distacco esistente tra la psicologia e
la fisiologia funzionale: la prima galoppava verso innumerevoli
traguardi, mentre la seconda ristagnava nel grande mare
delle conoscenze che da Golgi e Cajal hanno riempito i libri
di testo. Cos’è un neurone ? Che cos’è
una rete neurale ? A che serve il corpo calloso, il cervelletto,
l’amigdala ? Per moltissimi anni domande come queste
(soprattutto l’ultima) cedettero il passo a questioni
comportamentali ben più evidenti, soprattutto tenendo
conto del fatto che la psicologia rivolgeva molti sforzi
non solo alla comprensione, ma anche alla clinica. La mente
poteva essere quindi vista come un programma, e ciò
non perchè esistessero scoperte probanti, ma piuttosto
perchè un’intricata matassa di necessità
legava le gambe ai pochi sostenitori del genuino approccio
di stampo medico-anatomico. Ma che ruolo gioca il test di
Turing in tutto ciò ? Come abbiamo già detto
in precedenza esso è stato formulato a netto svantaggio
per le macchine e per di più impone che esse tentino
in tutti i modi di proclamarsi esseri umani a tutti gli
effetti: insomma, si tratta di un gioco dove le peculiarità
della mente umana devono inevitabilmente essere codificate
in un lunghi programmi per calcolatore. Se ciò non
accadesse si finirebbe col creare semplici interfacce di
colloquio come ELIZA di Weizenbaum che non possono nè
superare il test, nè tantomeno riflettere i risvolti
comportamentali di un essere umano. Io credo che allo stato
attuale l’unico modo per vincere al gioco dell’imitazione
sia quello di partire dall’assunto che la mente, pur
non essendo un reale algoritmo per calcolatore, debba comunque
essere codificata in termini di manipolazioni di simboli
formali, anche se da ciò non ci si dovrebbe aspettare
più di tanto. Tuttavia, come fanno notare gli stessi
Churchland: << ...il tipo di scetticismo (sulla mente
come programma. N.d.GB) manifestato da Searle ha numerosi
precedenti nella storia della scienza. Nel Settecento il
vescovo irlandese George Berkeley trovava incomprensibile
che le onde di compressione dell’aria fossero, di
per sè, essenziali o sufficienti per dare il suono
obiettivo. Il poeta e artista inglese William Blake e il
poeta e naturalista tedesco Johann Wolfgang von Goethe consideravano
inconcepibile che minuscole particelle potessero, di per
sè, essere essenziali o sufficienti per generare
il fenomeno obiettivo della luce. Perfino in questo secolo
alcuni hanno trovato inimmaginabile che la materia inanimata,
per quanto ben organizzata, potesse da sola costituire una
premessa essenziale o sufficiente per la vita. E’
evidente che spesso quanto gli uomini riescono o non riescono
a immaginare non ha niente a che fare con la realtà,
e questo accade anche a persone molto intelligenti... >>.
Cosa dire in proposito ? I Churchland, probabilmente messi
con le spalle al muro da un’ondata di critiche malefiche,
hanno fatto il ragionamento più logico che si potesse
fare, prima ancora di qualsiasi speculazione puramente razionale;
è chiaro che queste affermazioni non sono certo a
suffragio della loro tesi (che resta in balia dei nemici
dell’IA forte), ma certamente esse permettono di giustificare
l’uso dei programmi quando si tenta di dimostrare
l’intelligenza attraverso il test di Turing. Come
vedremo nel prossimo e ultimo paragrafo la risposta alla
domanda sulle menti non può ritrovarsi nemmeno nel
tanto osannato esempio della stanza cinese e metteremo in
luce le cantonate tremende che lo stesso John Searle ha
preso trattando l’IA come un mezzo di conferma di
un’ipotetica teoria della mente.
IL SIGNIFICATO NELLA STANZA CINESE
E arriviamo adesso al punto tanto agognato... la stanza
cinese di Searle e il suo fallimentare tentativo di cancellare
dalla faccia della Terra ogni misero sostenitore dell’IA
forte ! Ebbene, per chi non lo sapesse, è doveroso
premettere anche se brevemente come funziona questo esperimento
[1]: << ...Supponiamo che io mi trovi chiuso in una
stanza con un grande foglio di carta tutto coperto di ideogrammi
cinesi. Supponiamo inoltre che io non conosca il cinese
(ed è proprio così), scritto o parlato, e
che io non sia nemmeno sicuro di riuscire a distinguere
la scrittura cinese dalla scrittura diciamo, giapponese
o da sgorbi privi di significato: per me gli ideogrammi
cinesi sono appunto sgorbi privi di significato. Ora supponiamo
che, dopo questo primo foglio in cinese, mi venga fornito
un secondo foglio scritto nella stessa scrittura, e con
esso un insieme di regole per correlare il secondo foglio
col primo. Le regole sono scritte in inglese e io capisco
queste regole come qualsiasi altro individuo di madrelingua
inglese. Esse mi permettono di correlare un insieme di simboli
formale con un altro insieme di simboli formali; qui “formale”
significa semplicemente che io posso identificare i simboli
soltanto in base alla loro forma grafica. Supponiamo ancora
che mi venga data una terza dose di simboli cinesi insieme
con alcune istruzioni, anche queste in inglese, che mi permettono
di correlare certi elementi di questo terzo foglio coi primi
due, e che queste regole mi insegnino a tracciare certi
simboli cinesi aventi una certa forma in risposta a certi
tipi di forme assegnatomi nel terzo foglio. A mia insaputa
le persone che mi forniscono tutti questi simboli chiamano
il contenuto del primo foglio “scrittura”, quello
del secondo “storia” e quello del terzo “domande”.
Inoltre chiamano “risposte alle domande” i simboli
che io do loro in risposta al contenuto del terzo foglio
e chiamano “programma” l’insieme delle
regole in inglese che mi hanno fornito. ...Nessuno, stando
solo alle mie risposte, può rendersi conto che non
so neanche una parola di cinese. ...Dal punto di vista esterno,
cioè dal punto di vista di qualcuno che legga le
mie “risposte”, le risposte alle domande in
cinese e a quelle in inglese sono altrettanto buone. Ma
nel caso del cinese, a differenza dell’inglese, io
do le risposte manipolando simboli formali non interpretati.
Per quanto riguarda il cinese, mi comporto nè più
nè meno che come un calcolatore: eseguo operazioni
di calcolo su elementi specificati per via formale. Per
quanto riguarda il cinese, dunque, io sono semplicemente
un’istanziazione (ossia un’entità totalmente
corrispondente al suo tipo astratto) del programma del calcolatore...
>>.
Cominciamo innanzi tutto col dire che questo non è
un esperimento per la valutazione di una coscienza artificiale:
John Searle ingabbiato nella sua stanzetta cinese è
come un pesce rosso che dall’interno di una boccia
di vetro crede che il suo macrocosmo si consumi in pochi
centimetri cubici. Allora, solo per dovere verso la scienza,
diremo che questa prova assomiglia tanto ad uno di quegli
esperimenti “puri”, ossia del tutto ideali e
virtuali, molto spesso chiamati in causa dalla fisica teorica
e ci limiteremo a valutare quanto assurde siano le sue premesse
senza nemmeno sfiorare con la mente tutte le varianti, risposte
e alternative che questo dilemma ha suscitato. Cominciamo
col dire che Searle ha perfettamente ragione quando afferma
che la sintassi non può generare la semantica, ciò
mi sembra oltre che ovvio da un punto di vista linguistico,
anche estremamente razionale in quanto non esiste alcuna
regola che possa regolare il processo di significazione
di una frase espressa in un dato idioma. La sintassi è
quindi solo un insieme di prescrizioni che dovrebbero essere
rispettate affinchè possa avvenire la comunicazione
tra due membri della medesima comunità culturale;
per dirla come Claude Shannon, essa rappresenta il codice
comune sia all’emittente che al destinatario e la
sua integrità è alla base del processo di
decodifica. Non credo che, come i Churchland hanno spesso
ribadito, dalla sintassi possa scaturire alcunchè
di straordinario, almeno finchè non viene introdotta
la semantica. La stanza cinese è un luogo virtuale
privo di qualsiasi collegamento con i significati e quindi
incapace di significare; questo è il primo punto
a sfavore della tesi di Searle: chi ha mai detto che, qualora
effettivamente la mente fosse un programma, esso dovrebbe
limitarsi a manipolare simboli senza operare alcuna associazione
con la realtà cosciente ? Noi stiamo dibattendo di
intelligenza artificiale, non di matematica pura ! Possiamo
pensare di costruire un programma che, pur manipolando simboli,
operi nel contempo con gli oggetti ad essi associati e quindi
acquisti coscienza degli stessi: per chiarirci le idee pensiamo
ad un semplice sistema formale costituito da tre simboli
{ A, B, C } e introduciamo una funzione biunivoca (chiamiamola
f(x)) che associa a ciascuno di essi tre immagini, ad esempio
(nell’ordine) un vaso, un mucchio di terra e un fiore.
Adesso analizziamo la proposizione:
ovvero: per ogni fiore (C) deve esistere un vaso (A) pieno
di terra (B). La regola scritta sopra è espressa
secondo il linguaggio formale della logica, ma, in virtù
delle associazioni mentali, è possibile immaginare
la situazione pensando direttamente alla sovrapposizione
di f(A), f(B) e f(C), o, in termini meno astratti, ad un
quadretto in cui è raffigurato un vaso con un fiore;
l’unica condizione a priori – che tuttavia non
può che essere esperita – è la necessità
di A e B affinchè C possa mantenersi tale. Con questo
esempio ho voluto mostrare che, seppur non conoscendo il
sistema formale, è sempre possibile utilizzarlo,
magari con l’aiuto di un buon interprete, basandosi
esclusivamente sulla coscienza dei fatti o, per meglio dire,
dei significati.
Dov’è il significato nella stanza cinese ?
Per quanto riesca a sforzarmi io vedo solo manipolazioni
di simboli e ciò non mi stupisce più di tanto
perchè questo è proprio ciò che Searle
desidera.... Tuttavia, per onestà intellettuale,
bisogna dire che una mente, per come la si voglia intendere,
non può prescindere dalla manipolazione di significati
, i quali, a loro volta, scaturiscono principalmente dall’interazione
con l’ambiente esterno. Volendo costruire una macchina
secondo i criteri dell’IA forte, a mio parere, non
bisogna abbandonarsi ad un enorme gruppo di regole operanti
su scarabocchi chiamati comunemente simboli: un tale computer
sarebbe in grado di fare molte belle cose e magari anche
di superare il test di Turing, ma non potrebbe mai essere
definito intelligente nell’accezione del termine che
noi esseri umani utilizziamo.
In pratica ciò che è accaduto è una
miscomprensione da ambo le parti: i Churchland proposero
una visionaria teoria della mente e, dal canto suo, John
Searle rispose con un controesempio che di reale aveva forse
solo la stanzetta ! L’errore più grande commesso
dai primi è stato quello di attruibuire al simbolo
un potere causale particolare, cosa alquanto strana data
l’arbitrarietà dei sistemi formali; mentre
il secondo ha, non soltanto postulato l’impossibilità
di avere una mente priva di semantica, ma ha anche evitato
abilmente l’uso della stessa nel formulare il suo
famoso esempio. Per un italiano (o un inglese) gli ideogrammi
cinesi restano sempre delle tracce più o meno graaziose
su un pezzo di carta, niente di più; e nessun sistema
esterno che abbia come dominio e codominio le stesse potrà
mai estrarre informazioni chiarificatrici sul perchè
quei simboli sono stati tracciati. Per quanto ci si impegni
nel valutare tutte le possibili alternative (come ad esempio
la risposta sui sistemi formulata dai ricercatori di Berkeley)
nessuna forza intellettuale è in grado di piegare
le barriere che separano il mondo dalle rappresentazioni,
ma questo Searle non l’ha detto, egli lo ha taciuto
per ragioni a me ignote, ma di certo col (falso) risultato
di acuire la portata della critica contro i sostenitori
dell’IA forte.
Rivalutiamo adesso la domanda: “La mente è
un programma ?”, lo stesso Searle risponde quando
gli si chiede se un calcolatore digitale può pensare
che: << ...Se per “calcolatore digitale”
intendiamo una qualunque cosa per cui esista un livello
di descrizione al quale la si possa descrivere correttamente
come un’istanziazione di un programma per calcolatore,
allora la risposta è (di nuovo), ovviamente, sì,
poichè noi siamo instanziazioni di una quantità
di programmi per calcolatore e siamo capaci di pensare.
>>. Su questo punto concordo pienamente con Searle
ed evidentemente non posso che aborrire l’ipotesi
che la mia mente in quanto tale sia un programma, anche
perchè: << ...La distinzione fra il programma
e la sua realizzazione nei circuiti del calcolatore sembra
corrispondere alla distinzione tra il livello delle operazioni
mentali e il livello delle operazioni cerebrali. E se potessimo
descrivere il livello delle operazioni mentali come un programma
formale, allora, a quanto parrebbe, potremmo descrivere
quella che è l’essenza della mente senza ricorrere
nè alla psicologia introspettiva nè alla neurofisiologia
del cervello. Ma l’equazione “la mente sta al
cervello come il programma sta allo hardware” fa acqua
in parecchi punti... >>. Da ciò si evince perfettamente
il significato della parola “istanziare” e,
senza forzare troppo le parole, mi sembra che il passaggio
da lista di istruzioni ad istanza della stessa possa avvenire
solo ed esclusivamente grazie ai quei processi di significazione
associativa di cui ho accennato sopra. Tuttavia c’è
un neo su cui vale la pena insististere ancora un pò:
esiste una concezione molto diffusa e anche corretta che
vede l’intelligenza artificiale non solo come un prodotto
pseudo-tecnologico, ma piuttosto come base d’indagine
per le scienze cognitive. Naturalmente vorrei precisare
che qui non si sta parlando di simulazione di processi mentali,
pratica ben accetta anche da Searle ed esposta molto bene
in [15], ma piuttosto della costruzione di organismi che
possiedano realmente le facoltà mentali che si desidera
studiare. Proprio in quest’ambito il filosofo californiano
sembra proprio uscire dai gangheri: << ...Lo studio
della mente parte da fatti come quello che gli uomini hanno
delle convinzioni mentre i termostati, i telefoni e le addizionatrici
non ne hanno. ...convinzioni che abbiano la possibilità
di essere forti o deboli, nervose, ansiose o salde, dogmatiche,
razionali o superstiziose; fedi cieche o cogitazioni esitanti;
ogni sorta di convinzioni. ...>>.
Innanzi tutto la prima affermazione è puramente illatoria
in quanto non è nemmeno scientificamente corretto
definire una scienza in modo negativo, non si può
dire che la metereologia non studia le reazioni atomiche,
la propagazione di onde radio, etc. L’unico modo razionale
di procedere è quello di porre delle basi positive
e su di esse costruire mattone dopo mattone una teoria ben
salda; e poi, chi ha mai detto che il mio termostato non
ha convinzioni ? Esiste forse una legge fisica che limita
il concetto di “convinzione” ad un ambito priviligiato
come quello degli esseri umani ? Io credo di no, ma vorrei
tanto domandare al professor Searle che cosa gli passa per
la testa quando pensa ad una convinzione... Egli probabilmente
mi rimanderebbe alla fine del suo scritto “Menti,
cervelli e programmi” per farmi rileggere ciò
che io, con un pò di furbizia, ho gia citato in quest’articolo:
le convinzioni devono avere attributi (rileggeteli, io non
ho voglia di sprecare altre parole), cioè esse devono
potersi catalogare in modo altamente astratto all’interno
di schemi culturali lungi dall’essere primitivi. Insomma,
per dirla con franchezza, in quelle poche parole si trova
un concentrato di anti-scientificità da far rabbrividire
perfino un cartomante !
Ma poi, perchè il mio termostato non è convinto
della temperatura ? La risposta di Searle è semplicissima
e di carattere umanitario (nei confronti dei sostenitori
dell’IA): altrimenti la mente sarebbe dappertutto
e l’unica disciplina idonea allo studio di questo
psico-tutto dovrebbe a pieno diritto essere il panpsichismo;
la mia versione è leggermente diversa e in queste
poche righe che ci rimangono cercherò di esporla
nel modo più chiaro possibile. Supponiamo, tanto
per non cambiare argomento, di avere un termostato; esso
è normalmente dotato di un sensore di temperatura
che, per semplicità, consideriamo un termistore,
ovvero una resistore che modifica la sua resistenza con
un legge pressochè lineare con la temperatura. Se
ad esempio a 20° si ha R = 200 Ohm, a 35° magari
R sarà salita a 1500 Ohm; non ha importanza l’andamento
della funzione, ciò che conta è che esiste
una relazione fisica ben definita che collega la temperatura
ambientale con un parametro particolare – uno stato
interno, per l’appunto. Tenendo presente la famosa
legge di Ohm V = RI, se noi facciamo scorrere una corrente
costante nel termistore (ad esempio con un transistor) la
tensione che sarà presente ai suoi capi sarà
a sua volta proporzionale alla temperatura e, se facciamo
bene le cose ed elimiamo le varie costanti, possiamo dire
che V = T. Quando il dispositivo è accesso ci sarà
sempre una V ai capi di R e quindi il sistema avrà
una variabile di stato interna continua (in senso matematico)
la cui dinamica nel tempo descrive l’andamento della
temperatura nell’ambiente circostante. A questo punto
sorge il dilemma: secondo Searle il termostato non ne sa
nulla di temperatura, secondo me invece ha una consapevolezza
molto più profonda di quanto si possa immaginare.
Il punto di scissione nasce dal tipo di conoscenza che viene
esaminata: da un punto di vista ontologico e gnoseologico
io credo che pochi al mondo sarebbero in grado di definire
cosa sia la temperatura, ma sono più che certo che
chiunque è in grado di stimarne il valore in qualunque
momento della giornata e in qualsiasi luogo. Se una persona
sa che la temperatura è bassa, diciamo 8 °C,
ella ha una convinzione in senso stretto, mentre se il termostato
possiede un valore interno di 8.0002 °C, ebbene, secondo
quanto afferma Searle, esso è del tutto incosciente.
A me questa sembra una grossa incongruenza che può
scaturire solo dal fatto che si assiomatizza un principio
di esclusione (le macchine non possono avere convinzioni)
senza alcun diritto. Io sono convinto quando posso verificare
(con qualsiasi mezzo, perfino l’accettazione di un
dogma) l’oggetto della mia convinzione e non ha alcun
importanza se esistono attributi o accidenti che possono
essere correlati al mio stato interno, in quanto essi vengono
attribuiti da un’unità superiore che, sulla
base di svariati fattori tra cui l’esperienza, può
dar vita ad nuovo stato interno (uno stato dello stato)
correlato con uno dei parametri esaurientememte elencati
da Searle. Anche in questo caso la minaccia del panpsichismo
è infondata poichè la mente non può
certo essere presente solo a condizione che vi siano convinzioni
e non ha senso, per evitare una catastrofe conoscitiva,
deliberare che i possessori di essa debbano essere coloro
trattano le informazioni in un certo modo, mentre tutti
gli altri non sono altro che meri automi privi di qualsiasi
scopo esistenziale. Il mio termostato non ha una mente,
ma possiede di certo un elemento che lo rende capace di
interagire con l’ambiente esattamente come alcuni
microorganismi possiedono ciglia e flagelli che usano per
deambulare e fagocitare il loro cibo.
Ma allora esiste un confine tra un insieme di stati interni
ed una mente ? A meno di non voler scomodare Cartesio con
la sua res cogitans, io credo che nell’evoluzione
non siano verificati “strappi” così violenti
da portare una scimmia o un criceto a divenire uomini dotati
di mente; io voglio supporre che in questo caso il numero
sia l’elemento, se non chiave, sicuramente il preponderante
nella filogenesi della mente: oggi un cervello di homo sapiens
sapiens possiede circa 150 miliardi di unità attive
(i neuroni) e ciascuna di esse dialoga attraverso i neurotrasmettitori
e i neuromodulatori anche con ventimila altre cellule, sono
mai state realizzate macchine di queste dimensioni ? La
risposta è no ! E non ha alcun senso quanto afferma
Massimo Piattelli Palmarini in [4] nel momento in cui dice
che il connessionismo ha portato moltissimi insuccessi quando
gli esperimenti da lui citati facevano uso di computer che
simulavano tutt’al più qualche centinaia di
neuroni artificiali... Io ho spesso l’impressione
che si voglia dimostrare la forza di Mister Universo facendolo
battere con un bimbo che muove appena i primi passi e al
primo disumano KO una folla inferocita salta in piedi gridando
che aveva ragione. Questa non vuole essere un’apologia
al connessionismo (anche se di fatto lo è), ma come
ho detto in precedenza, l’approccio scientifico che
parte astraendo – come fa ad esempio la linguistica
- difficilmente riuscirà a condurci a risultati reali,
cioè corroborati da prove sperimentali; e non mi
importa nulla che qualcuno venga a raccontarmi favole che
parlano di grammatiche generali o triangoli semiotici se
prima non mi si spiega come mai un bambino di poco più
di 18 mesi non solo riesce a parlare, ma è in grado
di comprendere e, tanto per far esultare John Searle, avere
delle convinzioni. E’ mai esistito un linguista che
ha studiato le aree di Broca e di Wernicke ? Eppure le persone
affette da afasie di qualunque tipo presentano sempre lesioni
in quelle zone del cervello...
Io credo che sia molto meglio studiare la mente utilizzando
macchine programmate nel modo più opportuno (una
rete neurale artificiale è in fondo anch’essa
un programma) senza temere che qualche folle scienziato
possa vanifare i nostri sforzi chiudendoci all’interno
di una stanza cinese e senza scoraggiarci di fronte alla
potenza esponenziale che i cervelli reali presentano. Vorrei
chiudere parafrasando il titolo di un bellissimo libro [22]
del Premio Nobel Rita Levi Montalcini: << Una stella
non costituisce una galassia, ma una galassia è costituita
da stelle ! >>.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
[1] Hofstadter D., Dennet. D., L’io della Mente,
Adelphi
[2] Searle J., Il Mistero della Coscienza, Raffaello Cortina
[3] Von Neumann J. Et alt., La Filosofia degli Automi, Boringhieri
[4] Piattelli-Palmarini M., I Linguaggi della Scienza, Mondadori
[5] Davis M., Il Calcolatore Universale, Adelphi
[6] Penrose R., La Mente Nuova dell’Imperatore, SuperBur
[7] Breuer H., Le Radici della Paura, Mente&Cervello
n.8 – Anno II
[8] Dennet. D., La Mente e le Menti, SuperBur
[9] Pinker S., Come funziona la mente ?, Mondadori
[10] Aleksander I., Come si costruisce una mente, Einaudi
[11] Bernstein J., Uomini e Macchine Intelligenti, Adelphi
[12] Eco U., Kant e l’ornitorinco, Bombiani
[13] Minsky M., La Società della Mente, Adelphi
[14] Brescia M., Cervelli Artificiali, CUEN
[15] Parisi D., Simulazioni, Il Mulino
Sul connessionismo sono disponibili vari testi in lingua
italiana, tra i quali:
[16] Floreano D., Mattiussi C., Manuale sulle Reti Neurali,
Il Mulino
[17] Cammarata S., Reti Neuronali, Etas Libri
[18] Parisi D., Intervista sulle Reti Neurali, Il Mulino
[19] Parisi D., Mente. I nuovi modelli di vita artificiale,
Il Mulino
Sulla neurofisiologia del cervello e della mente e sul
cognitivismo
[20] LeDoux J., Il Sè sinaptico, Raffaello Cortina
[21] Oliverio A., Prima Lezione di Neuroscienze, Laterza
[22] Oliverio A., Biologia e Filosofia della Mente, Laterza
[23] Montalcini R. L., La Galassia Mente, Baldini&Castoldi
[24] Boncinelli E., Il Cervello, la mente e l’anima,
Mondadori
[25] De Bono E., Il Meccanismo della Mente, SuperBur
[26] Bassetti C. Et Alt., Neurofisiologia della mente e
della coscienza, Longo
[27] Legrenzi P., Prima Lezione di Scienze Cognitive, Laterza
[28] Neisser U., Conoscenza e Realtà, Il Mulino
Il testo completo lo puoi scaricare - per una comoda lettura
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o domande puoi contattare l'autore, Giuseppe Bonaccorso,
scrivendo al suo indirizzo email: giuseppe_bonaccorso@tiscali.it.
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