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Io sto con i Verdi
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INTRODUZIONE, LA LOGICA COME BASE DELLA RAGIONE
E DELLA MENTE
Il grande Gauss la definì la regina delle scienze
e per Pitagora era la chiave di volta dell'intero universo,
stiamo parlando della matematica naturalmente, fedele compagna
dell'uomo sin dai tempi più antichi. Ma cosa caratterizza
realmente il pensiero matematico ? Si tratta forse di un'astrazione
di concetti comuni che per ragioni ignote è divenuta
una discplina autonoma e matura ? Una discplina ormai talmente
emancipata da qualsiasi altra forma di pensiero che pretende
di non ammettere opinioni e si vanta di un'elaborazione
così lunga e raffinata da trascendere gli stessi
limiti intrinseci dell'uomo, per definire con rigore logico-razionale
persino la concezione dell'infinito ?
Per quanto creda nelle possibilità creative della
genere umano, mi sembra assai dubbio che esseri privi di
una predisposizione naturale al calcolo in senso generale
possano raggiungere un simile traguardo e, soprattutto in
un tempo così relativamente breve. Per questo motivo,
cercherò, in questa sede, di esporre alcune considerazioni
che nascono sia da molti recenti risultati in campo neuroscientifico,
ma anche dalle necessità della moderna intelligenza
artificiale, il cui compito principale non è più
quello di elaborare algoritmi particolarmente efficienti
(come il caso di molte tecniche di ordinamento e ricerca),
ma di tentare la più importante sfida del nuovo millennio:
vale a dire la riproduzione più o meno fedele dei
meccanismi che stanno alla base del comportamento cosciente.
Ad esempio, personaggi come Rodney Brooks del MIT o Mark
Tilden del Los Alamos National Laboratory già da
tempo hanno deciso di dirigere le loro ricerche robotiche
verso un approccio che potremmo definere autopoietico, ovvero
basato sulle capacità adattative che alcune particolari
strutture (reti neurali e affini) possiedono, con l'intento
di lasciare che sia la macchina ad apprendere tanto il modo
con cui affrontare svariate situazioni reali quanto la rappresentazione
più opportuna dell'ambiente circostante.
Sembra quasi che da un pò di tempo a questa parte
l'ingegneria dei sistemi intelligenti si stia dirigendo
verso una sorta di “de-matematicalizzazione”
dell'intero apparato teorico per lasciare il posto a metodologie
la cui validità non è sempre garantita da
teoremi più o meno elementari, ma piuttosto dalla
fiducia che l'uomo ha nei mezzi che la natura ha impiegato
per costruire, nel corso dell'evoluzione, il livello intellettivo
umano attuale. A questo punto, tuttavia, sorge spontanea
una domanda: ma è realmente corretto affermare che
l'uomo vive (in senso comportamentale) senza l'ausilio della
matematica ? Cioè, in altri termini, lo sviluppo
della matematica si deve all'opera creativa del genere umano,
oppure essa, come lo studio delle leggi naturali, non è
altro che una ragionevole presa di coscienza di una realtà
in un certo senso autonoma ? Per cercare di dare una risposta
a questa domanda è necessario fare un breve ragionamento
che verrà poi analizzato nelle sue parti essenziali
nei capitoli successivi.
E' evidente che molti dei risultati matematici più
complessi non trovino alcuna applicazione nella vita di
tutti i giorni, ma è altrettanto vero che valutare
l'utilità di una conquista così importante
partendo dalla situazione odierna è estramente rischioso;
esattamente come è assurdo tentare di comprendere
l'arte moderna senza prima aver studiato attentamente il
cammino di sviluppo che ha segnato la storia dell'uomo.
Oltretutto, ragionando in questo modo, si arriva al punto
assurdo di considerare inutile anche l'estensione di concetti
aritmetici elementari come addizioni o moltiplicazioni a
numeri in cui molto difficilmente ci si può imbattere:
se infatti 3 x 2 è un'operazione alla portata di
tutti, ciò non è assolutamente vero se si
sostuiscono gli operandi interi con valori leggermente diversi,
come ad esempio 2.9999 x 2.0001. Eppure il passo logico
più immediato, dopo la definizione rigorosa dell'insieme
dei numeri naturali, è proprio quello di considerare
quantità non intere la cui precisione può
essere resa grande a piacere. Se si comprende che la metà
di 1 è un mezzo e si adotta la notazione standard
0.5, nessuno vieta di suddividere ulteriormente questo valore
e non è possibile in alcun modo trovare un qualche
risultato logico matematico che vieti l'iterazione senza
fine; cercare di dimostrare quanto affermato è del
tutto superfluo, ma tentare di comprendere perchè
la ragione ci porti verso una data direzione è un
obiettivo tutt'altro che banale e necessita di un'analisi
attenta e accurata di molti aspetti del pensiero matematico
che vanno ben oltre i confini della discplina stessa.
E' innanzi tutto importante premettere che la base fondamentale
di questa scienza è la logica e il primo uomo a dedicare
molte ricerche in questa direzione è stato Aristotele,
il cui obiettivo in questo particolare campo del sapere
fu quello di definire una sorta di linguaggio astratto che
fosse completamente svincolato dai concetti materiali. Il
dominio quindi passava dalla pura esperienza soggettiva
alla ragione, che doveva naturalmente essere non soltanto
oggettiva, ma anche universalmente valida. Partendo da questo
presupposto egli analizzò il concetto di proposizione
- che noi in questa sede tratteremo esclusivamente come
appartenenza ad un certo insieme – e arrivò
al fondamentale risultato che è possibile, in associazione
ad ogni proposizione, definire una funzione di verità
il cui risultato è sempre un valore di un insieme
binario: ad esempio, se A fa parte di B l'affermazione è
vera e quindi la funzione darà esito positivo, altrimenti
sarà falsa. In effetti non è necessario accertarsi
che le due condizioni siano mutuamente esclusive poichè
è' sempre possibile immaginare una suddivisione dell'universo
di discorso (ovvero la totalità dei concetti compatibili
presi in esame) in due parti complementari e collocare qualsiasi
oggetto in una delle due senza indecisioni nè ambiguità.
Di conseguenza, ogni proposizione può ammettere (come
risultato della funzione di decisione) solo due valori (vero
o falso) e sono escluse tutte le altre possibilità
(Principio del terzo escluso). Se è vero che A fa
parte di B, automaticamente possiamo affermare che è
falso il contrario, inoltre, la nostra ragione, ci porta
ad eliminare ogni possibilità combinatoria: una proposizione
non può essere vera e falsa contemporaneamente.
Come vedremo nella terza parte di questa trattazione, qualche
decennio fa è nata e si è sviluppata, per
opera del professore Lofti Zadeh dell'Università
di Berkeley, una nuova concezione della logica (detta fuzzy)
che parte proprio dal postulare la non validità del
principio del terzo escluso, anche se, in effetti, il presupposto
in questione non viene in realtà eliminato del tutto,
ma soltanto adattato alle esigenze speculative dell'uomo.
E' chiaro che, se la questione è ben posta, non si
può contemplare la bivalenza ma, con opportune strategie,
è possibile “scomporre” la suddivisione
binaria in svariate divisioni parziali e trattare ognuna
di questa con una funzione di decisione non più del
tipo vero/falso, ma capace di fornire un valore che rappresenta
il grado di appartenenza al particolare insieme.
Sicuramente molti conoscono questa metodologia con l'esempio
del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto e, in effetti, senza
opportune chiarificazioni si è portati a pensare
che in alcune situazioni il ricorso al principio del terzo
escluso sia del tutto fuori luogo: l'affermazione “il
bicchiere appartiene all'insieme dei bicchieri mezzi pieni”
non implica che il suo contrario (“ il bicchiere non
appartiene all'insieme dei bicchieri mezzi pieni”)
sia falso perchè nessuno oserebbe dubitare del fatto
che il bicchiere è anche mezzo vuoto. In realtà
questa è una vera e propria illusione mentale, dovuta
al fatto che nella vita di ogni giorno difficilmente ci
si trova in situazioni che richiedono la definizione di
un problema in termini rigorosamente matematici: la questione
precedente è binaria solo se la si rende “compatibile”
con il pensiero logico, ovvero se si definiscono gli insiemi
in modo tale che ogni dubbio viene sostituito da una certezza;
ciò è sempre possibile in quanto l'appartenenza
ad un dato insieme, in questo caso, è determinata
da una grandezza puntuale, il livello del liquido contenuto
nel bicchiere; se ammettiamo che esista un limite inferiore
(0) ed uno superiore (l'altezza oltre la quale avviene il
traboccamento), l'intervallo di variazione può venire
diviso in due parti uguali e la proposizione “il bicchiere
è mezzo pieno/vuoto” corrisponde esattamente
al valore mediano del livello. A questo punto è fondamentale
rendersi conto che quando si riempie il bicchiere sino a
raggiungere la soglia di separazione delle due parti si
perviene ad una condizione univoca alla quale noi possiamo
(e dobbiamo) far corrispondere uno ed un solo concetto linguistico,
definito a meno di sinonimi: se, ad esempio, scegliamo la
frase “mezzo pieno” e supponiamo che “mezzo
vuoto” sia anche accettabile siamo costretti anche
a dire che le due espressioni sono logicamente uguali e
quindi non ha senso chiedersi se la validità dell'una
implica quella dell'altra, poichè ciò è
garantito dalla definizione stessa. In termini matematici
la questione è molto più banale e può
essere risolta eliminando del tutto le definizioni equivalenti
logicamente: ciò che conta è il grado intensivo,
ovvero il livello del liquido che può assumere tutti
i valori reali compresi tra il minino e il massimo e, ogni
volta che esso è uguale ad L, l'unica proposizione
vera è “il bicchiere appartiene agli insiemi
di tutti i bicchieri identici riempiti sino ad un livello
L”, tutte le altre possibilità sono escluse.
La logica aristotelica è dicotomica e ammette soltanto
ragionamenti che si rifanno ad un analisi dei concetti il
cui esito non può essere diverso dai rigorosi vero/falso;
tuttavia, in luce della molteplicità (anche solo
funzionale) che implica la logica fuzzy, dire che il filosofo
greco ha “semplificato” le sue indagini utilizzando
questo stratagemma è non soltanto un errore grossolano,
ma una vera e propria illazione negata dalla stessa esperienza
umana. Si potrebbe perfino postulare che il pensiero dialettico
è una realtà legata alla forma mentis di ogni
uomo e ciò viene corroborato sia dai numerosi risultati
raggiunti dalle scienze sperimentali (che si basano sulla
logica aristotelica ), ma soprattutto dall'innata tendenza
a pensare sempre in modo complementare ; è immediato
rendersi conto che qualsivoglia idea (sia materiale che
astratta) non può essere concepita senza aver prima
tacitamente accettato il suo opposto. E' probabilmente questo
il motivo che ha spinto Aristotele verso la scelta del risultato
binario, non una sterile concenzione del mondo, ma piuttosto
una profonda analisi psicologica della mente.
Ma qual è il punto di vista delle neuroscienze in
proposito ?
Anche se ciò potrebbe sembrare alquanto strano, è
stato dimostrato (vedi [1]) che la rappresentazione mentale
dei numeri segue un andamento generalmente rettilineo, chiamato
LNM – Linea Mentale Numerica – dal ricercatore
Francis Galton a cui si deve questa scoperta, ed inoltre,
come Umiltà e Zorzi hanno fatto notare, è
sbagliato pensare che la computazione numerica avvenga attraverso
gli stessi centri cerebrali deputati alle operazioni linguistiche.
In altre parole, l'uomo ha maturato nel corso dell'evoluzione,
una capacità autonoma di gestire le questioni matematiche
e solo nei casi più banali egli fa riferimento a
formule memorizzate con un basso grado di criticità,
ad esempio i risultati della tavola pitagorica. Ogniqualvolta
ci si trova di fronte alla necessità di dover calcolare
un risultato esistono due alternative: la prima è
quella dell'approssimazione che, stando ai risultati di
brain imaging, è assegnata all'emisfero destro, mentre
la seconda è quella della precisione, intesa come
analisi logico-razionale di problemi non immediati, che
è svolta primariamente dall'emisfero sinistro. Questa
separazione di ruoli dimostra come l'elaborazione di informazioni
da parte del cervello è preceduta da un intervento
selettivo che dirige i flussi verso le direzioni più
opportune e quindi, nel nostro caso, la particolare natura
del calcolo matematico è “riconosciuta”
a priori e non scaturisce da una sorta di “abuso linguistico”.
Ma il fatto più interessante che conferma quanto
affermato in precedenza è che la LMN è intrinsecamente
una rappresentazione bisecabile. Esiste quindi una conferma
neuroscientifica riguardo all'ipotesi – più
che ragionevole – che la mente umana non riesce a
concepire l'indivisibile, nemmeno se si rifugia nelle più
alte astrazioni della matematica; la logica dicotomica quindi
non è una forzatura del pensiero, ma nasce proprio
dalle caratteristiche struttural-funzionali dello stesso.
Un fatto particolarmente interessante, riportato in [1],
riguarda un test durante il quale veniva chiesto ai soggetti
di stabilire quale distanza tra coppie di numeri era maggiore;
si è visto come i tempi di reazione erano molto più
brevi quando le distanze erano grandi, mentre tendevano
a crescere se i due numeri erano vicini. L'operazione di
bisezione della LMN avviene correttamente (in soggetti sani)
in entrambi i casi, ma quando si richiede una maggiore precisione,
essa necessita di un elaborazione cerebrale più lunga
e accurata; a questo punto nasce un dilemma: è possibile
che il cervello abbia una visione “sfocata”
del singolo punto della linea – il numero –
e quindi, nei casi di maggiore vicinanza, si trovi in difficoltà
nel fornire un risultato immediato ?
Ammettendo che questa ipotesi è possibile resta da
capire perchè un insieme (o successione) di numeri
fornisca un'immagine mentale di un segmento, mentre l'elemento
minimo viene defocalizzato e degenera in un'area di diffusione.
Naturalmente quando si parla di LMN è sottinteso
che ai soggetti intervistati viene chiesto di pensare ai
numeri e non al numero, questa differenza, apparentemente
sottile, è in realtà di fondamentale importanza
in quanto permette di capire come il cervello generi ogni
sequenza. Qualora fossimo in grado di pensare al numero
come entità autonoma e incorrelata ci troveremmo
di fronte al paradosso dell'indivisibile: se infatti si
accetta – non sulla base di disquisizioni filosofiche,
ma piuttosto sull'esperienza di ogni uomo - che qualsiasi
quantità debba poter essere suddivisa in quantità
più piccole, si deve anche tenere presente che la
LMN non potrà mai collassare in un singolo punto,
tutt'alpiù essa può tendere verso un elemento
atomico senza tuttavia riuscire a “scollegarlo”
dai vicini. Di conseguenza, quando si tratta di dover decidere
quale tra due intervalli è il più corto, è
ragionevole supporre che, qualora gli estremi siano relativamente
prossimi, da un punto di vista cerebrale avvenga una parziale
sovrapposizione dalle areole che tende a confondere i due
numeri rendendo maggiormente difficoltosa la loro discriminazione.
Questo effetto di “contaminazione” è
, in un certo senso, analogo a quello relativo alla persistenza
delle immagini sulla retina: la capacità di discriminare
due fotogrammi risulta tanto minore quanto più essi
sono vicini temporalmente; da un certo punto di vista la
rappresentazione dei numeri è collegata al concetto
di continuo che, a sua volta, è matematicamente associato
al campo numerico reale. George Cantor ha dimostrato come
questo insieme sia il più “denso” fino
ad ora conosciuto e, a quanto pare, nessuno è ancora
riuscito a dimostrare che esistano altri campi con una potenza
del continuo maggiore. Inoltre tutte le scienze sperimentali,
in primo luogo la fisica, hanno costruito modelli dei fenomeni
naturali che usano inevitabilmente numeri reali. D'altronde
solo utilizzando questo campo numerico è possibile
dimostrare che esiste una corrispondenza bionivoca con i
punti di una retta e che quindi, anche la LMN è ,
in un certo senso, una rappresentazione locale dell'intero
insieme. A partire da queste considerazioni si può
concludere dicendo che non solo la lagica è alla
base di qualsiasi speculazione mentale, ma che il numero,
nella sua accezione più metafisica, è concepito
dalla mente umana come un concetto autonomo che permette
di rappresentare un molteplice sequenzialmente ordinato.
LA NECESSITA' LINGUISTICA DELLA MATEMATICA
Il linguaggio naturale è una delle più importanti
conquiste dell'uomo, esso si fonda sull'esperienza ed è
fortemente legato al tipo di percezioni sensibili caratteristiche
del genere umano; ad esempio, noi non “vediamo”
un colore, ma semmai descriviamo l'effetto che una determinata
lunghezza d'onda luminosa produce nel cervello attraverso
un termine linguistico convenzionalmente designato per assolvere
a quel particolare compito. Una persona cieca dalla nascita
non potrà comprendere cosa vuol dire rosso, verde
o giallo, ovvero nella mente di quel tale individuo il processo
di collegamento tra significante e significato non può
avere luogo proprio perchè l'elemento chiave mancante
è l'esperienza. In questi termini il linguaggio comunemente
utilizzato è limitato fortemente dalla sua stessa
natura: esso è compreso entro i limiti che la definizione
mentale a questo associata impone ed inoltre esso è
sottoposto all'egemonia del tipo di sviluppo empirico di
una data popolazione; il linguista francese Georges Mounin
in [2] scrive: << ...Ciò che il linguaggio
comunica è la totalità dell'esperienza che
noi abbiamo della realtà non linguistica (almeno
potenzialmente), nella misura in cui essa è comune
a tutti gli utenti di una lingua. ...le lingue non analizzano
questa realtà in modo identico e quindi esse non
sono un calco invariabile, unico e sempre uguale, di una
data realtà invariabile, vista sempre allo stesso
modo in tutte le lingue; in breve, le lingue non sono numenclature
universali. >>. A pag. 63, l'autore mostra come alcuni
idiomi africani abbiano un'enorme limitatezza nella descrizione
dei colori, dovuta principalmente all'associazione di questi
ultimi con la pigmentazione caratteristica della vegetazione;
al contrario la lunga evoluzione storico-culturale europea
ha portato alla definizione di innumerevoli varianti di
una certa tonalità cromatica e ha trovato per ognuna
di esse un termine adeguato ed univoco.
E' chiaro quindi che ciò che noi ci ostiniamo a voler
“chiamare” non è altro che il ricordo,
più o meno vivido, di una data esperienza , la quale
è il presupposto fondamentale di qualsiasi terminologia
naturale. Ma si può parlare di un qualche tipo di
esperienza nel caso dei numeri ?
Accettando questa ipotesi (che richiede una certa tolleranza
!), la parola “numero” dovrebbe essere linguisticamente
collegata ad una sorta di “percezione in senso lato”
e, data l'universalità del linguaggio matematico,
tale percezione non potrebbe in alcun modo essere influenzata
dal particolare tipo di esperienza, ma piuttosto essa dovrebbe
possedere un carattere di generalità in grado di
oltrepassare ogni barriera sociale e culturale. Per comprendere
la ragionevolezza di quanto affermato è utile prendere
in considerazione alcuni elementi strutturali del linguaggio
naturale: il sostantivo, gli articoli, le congiunzioni,
le preposizioni e alcuni verbi; naturalmente il mio ragionamento
si riferisce in modo privilegiato alla lingua italiana,
ma non è difficile riscontrare fortissime analogie
funzionali con idiomi neolatini, anglosassoni e slavi. Nel
caso, invece, di lingue arcaiche o legate a popolazioni
poco evolute la situazione è leggermente più
complessa a causa dell'utilizzo di paradigmi particolari
basati, ad esempio, sulla polisintesi delle espressioni,
tuttavia, come ha affermato il neuroscienziato A.Oliverio
in [3], << ...Ma perchè mai, potremmo chiederci,
tutte le lingue, pur avendo simili strutture, non si rassomigliano
per gerarchia grammaticale ? Secondo Baker e numerosi linguisti
della scuola di Chomsky, il linguaggio sarebbe evoluto anche
come strategia per comunicare segretamente, per nascondere
l'informazione ai competitori: e una differenza tra lingue
avrebbe, anticamente, assolto a questa funzione “crittografica”.
>>. Alla luce di ciò è del tutto inutile
preoccuparsi per le apparenti incompatibilità di
traduzione, tenendo anche presente che il nostro obiettivo
è quello di mostrare come siano il significato e
la significazione, e non le regole sintattiche e grammaticali,
ad avere una relazione profonda con la matematica. Sarebbe
contraddittorio supporre che alcuni popoli abbiano sviluppato
una lingua filogeneticamente basata sul concetto di numero,
mentre altri ne abbiano fatto a meno; è nostro obiettivo
mostrare proprio come sia impossibile prescindere da esso
e quindi, che il suddetto problema competa maggiormente
all'ontologia. D'altronde, come fa notare Mounin, la ricchezza
linguistica è determinata dal condizionamento ambientale
e sociale, ma ciò non significa che un aborigeno
australiano non sia in grado di istanziare gli oggetti della
sua vita quotidiana semanticamente allo stesso modo di un
europeo o di un americano. E' questo il punto di forza che
supporta pienamente la tesi della “percezione in senso
lato del numero”, corroborata, a mio avviso, anche
dalla fisiologia del sistema nervoso centrale e in particolare
dalla staticità posizionale dell'area di Wernicke
, deputata alla comprensione dei significati; in tutti gli
esseri umani essa si trova nel medesimo punto e, in tutti
gli esseri umani una lesione alla circonvoluzione temporale
posteriore della corteccia cerebrale provoca un'afasia sensoriale.
Questo, anche se forse un pò troppo riduzionista,
mi porta alla domanda: Perchè mai il cervello, presentando
una struttura indipendente dal patrimonio genetico, dovrebbe
dar vita ad un io cosciente funzionalmente diverso ? E'
più che evidente che io sostengo l'ipotesi che la
natura tende verso una sempre crescente economia di mezzi,
con l'obiettivo di eliminare le ridondanze (ad esempio la
“potatura” delle sinapsi durante i primi anni
dell'infanzia) e conseguire un'ottimizzazione degli elementi
deputati al funzionamento dell'organismo. Non ha alcun senso
supporre che il prodotto dell'attività cerebrale
dipenda solo in minima parte dall'architettura dei circuiti
neurali ed è molto più logico e coerente pensare
che, almeno macroscopicamente, il cervello – inteso
come organo che attua le sue funzioni peculiari - sia un
invariante del genere umano, allo stesso modo di ogni altro
apparato e sistema che svolge tutte le funzioni vitali.
Chi aborre la tesi del materialismo e considera il cuore
o il fegato fondamentalmente differenti dal cervello potrebbe
rifiutare a priori la mia posizione, tuttavia è bene
precisare che la scienza deve procedere sulla base di ipotesi
che siano in accordo con l'esperienza, partendo dalla condizione
sine qua non che esse possono venire confutate in qualsiasi
momento da nuovi sviluppi del sapere umano; lo scopo del
riduzionismo è quindi quello di mantenere un continuum
tra le conoscenze acquisite e assodate e gli ambiti ancora
misteriosi del cervello e della mente. Chiarito il mio punto
di vista passiamo all'analisi dei singoli elementi linguistici
presi in esame facendo riferimento alle definizioni rigorose
fornite dal Grande Dizionario Garzanti della Lingua Italiana:
1. Il Sostantivo
Esso è l'elemento fondamentale di qualsiasi linguaggio
naturale, il suo ruolo è quello di fornire una rappresentazione
fonico-grafica di un oggetto sia materiale che astratto.
Per comodità suddividiamo i sostantivi in due categorie
distinte: i nomi generali e i nomi particolari, alla prima
appartengono tutti i termini che non si riferiscono a nessun
oggetto puntuale, mentre nella seconda seconda sono contenute
tutte le parole collegate a realtà ben precise ed
univocamente determinate. Il nome generale più comune
è certamente “uomo”, esso trapassa qualsiasi
barriera spazio-temporale e, definisce nel modo più
globale l'intero genere umano, passato, presente e futuro;
è possibile escludere questo nome dall'intero patrimonio
linguistico per analizzarlo in un universo di discorso spoglio
di ogni altro riferimento ? Anzitutto è ovvio che
il soggetto di ogni esame è la persona che lo conduce,
essa fa parte della categoria degli uomini e in sè
racchiude ogni caratteristica peculiare del genere, è
quindi ovvio che non si può certamente isolare il
concetto se si desidera avere cognizione di esso. Ma cosa
accade nella mente di un individuo che si domanda cosa possa
essere un uomo ? Il primo effetto è certamente quello
di autoriconoscimento: “Io sono un uomo”, il
secondo, che in realtà è unificato logicamente
al primo, è la rappresentazione mentale dell'idea
di “uomo” in contrapposizione a tutte le altre
possibili: “Io sono un uomo perchè sono diverso
da tutti gli oggetti che la mia mente può conoscere
al di fuori dell'insieme degli uomini”. E' ovvio che
in questa affermazione è racchiusa la tacita consapevolezza
dell'esistenza di altre entità che hanno tutti i
requisiti per poter essere classificati come uomini: il
nome genrale quindi è la rapprensentazione sintetica
di un insieme e, di conseguenza, esso deve attivare, a livello
mentale, tutti i meccanismi associativi necessari per una
definizione completa non del singolo elemento, ma piuttosto
dell'intera classe da esso referenziata.
Chi si intende di matematica avrà certamente collegato
la suddetta definizione con quella degli insiemi numerici
e ciò non è certamente casuale, in quanto
i due concetti non soltanto sono equivalenti, ma, da un
punto di vista logico, il nome generale può esistere
solo ed esclusivamente se se si definisce a priori un concetto
“contenitore” capace di asservirsi a questo
scopo. Tale concetto è il numero, ovvero un'entità
astratta, ma con un livello di generalità sufficiente
a giustificare qualsivoglia corrispondenza tra insiemi materiali
– costituiti da elementi che non siano numeri –
e un opportuno sottoinsieme di un'opportuna classe numerica.
D'altronde ciò che rende veramente interessante l'analisi
dei nomi generali è la capacità della mente
umana di costruire casi particolari in grado di suscitare
la giusta consapevolezza: Kant definì questo processo
sintesi figurata e, a mio parere, aprì le porte verso
una più razionale comprensione del pensiero cosciente.
Se si chiede ad un individuo di pensare ad una strada è
ovvio che si stanno fornendo tutti gli elementi necessari
per attivare i processi cerebrali, ma non si sta definendo
alcun caso particolare: ogni persona penserà a strade
diverse, più o meno ricorrenti nell'esperienza, ma
non esiste alcuna regola generale per determinare a priori
quale immagine mentale verrà evocata. Inoltre non
è assolutamente certo che il ricordo sia reale: è
possibile che un individuo modelli una strada sulla base
della sua fantasia o, per meglio dire, sulla enorme capacità
di generalizzazione della mente. In termini logici questo
processo è perfettamente analogo a quello che avviene
quando viene chiesto di pensare ad un numero e, anche se
il paragone sembra sottindere un maggiore “sterilità”
in quest'ultimo caso, è bene ricordare che la quantità
di informazione associata ad un qualsiasi ricordo è
sempre finita e limitata, mentre i campi numerici –
per comodità pensiamo a quello reale - non hanno
alcun limite, nè inferiore, nè superiore.
In altre parole, rifacendoci all'importantissimo risultato
di Cantor, la sintesi di un numero reale è certamente
la più “libera” tra tutte quelle possibili.
Naturalmente è molto più probabile che una
persona si convinca di “possedere” (nel senso
di capacità sintetica) molti più ricordi della
vita quotidiana che numeri, ma ciò non significa
che l'uomo ha sostituito gli oggetti percettivi con l'astrazione
matematica per eccellenza, semmai questa constatazione ci
dovrebbe far capire che la potenza generalizzante del numero
è assolutamente infinita, al punto da “autoincorporarsi”
in qualsiasi rappresentazione mentale.
Per i nomi particolari il discorso è molto più
semplice in quanto essi, da un punto di vista semantico,
non devono attivare alcuna sintesi: il contenuto del termine
bypassa tutti i circuiti generalizzanti per attivare direttamente
le aree mnemoniche che contengono l'informazione puntuale.
Se tale processo non può avvenire poichè il
ricordo è stato completamente obliato si attivano
i circuiti neurali che fanno nascere la consapevolezza della
non conoscenza. In termini matematici ciò equivale
a cercare un particolare elemento in un dato insieme e l'esito
può essere solo binario. Anche in questo caso è
facile che nascano dubbi riguardo ad un'affermazione tanto
forte, ma per quanto detto prima, ricordo che scegliendo
opportunamente l'insieme (ampliandolo o restringendolo se
necessario) qualsiasi dubbio sulla possibile bivalenza di
un concetto viene automaticamente fugato. In ogni caso,
per i nostri scopi, non è essenziale accettare la
dicotomia, quello che conta veramente è la progressione
logica che dal numero generale perviene al particolare,
ovvero il processo che permette di distinguere ad esempio
Mario Bianchi dall'elemento “uomo”; è
chiaro che Mario Bianchi è un uomo, ovvero appartiene
all'insieme degli uomini, ma non è vero che un uomo
è Mario Bianchi. Ciò significa che “Mario
Bianchi” non è in grado, come caso particolare,
di rappresentare l'intera classe a cui appartiene in quanto
non possiede tutte le caratteristiche necessarie. Il nome
particolare è un nome generale privato dell'attributo
di generalità, e di conseguenza segue sempre da quest'ultimo.
Ecco quindi la risposta alla domanda sulla genesi dei concetti
linguistici in seguito all'isolamento di un elemento: ciò
non è possibile e per quanto ci si sforzi si ottiene
un risultato che tende, come per la LMN, alla defocalizzazione
del concetto all'interno dell'insieme di appartenenza senza
tuttavia riuscire ad eliminare completamente i vincoli di
legame imposti dal nome generale.
In sintesi possiamo dire che un nome particolare è
analogo ad un numero ben preciso appartenente ad un insieme,
e, dato che la cognizione umana dei numeri si riferisce
sempre all'insieme (visto ad esempio come successione e
rappresentato con la LMN) e non all'elemento puntuale, possiamo
affermare che la nostra mente deve prima “impossessarsi”
di un nome generale per poi, essere in grado di istanziare
il caso particolare.
2. Gli articoli
Per ovvie ragioni la mia discussione sarà incentrata
sugli articoli indeterminativi (un, uno, una, tutti) che,
ad esempio nella lingua italiana, hanno una corrispondenza
immediata con il mondo dei numeri. “Una strada”
è un concetto perfettamente equivalente al nome generale
“Strada” allo stesso modo di “Tutte le
strade”, tuttavia le due affermazioni hanno una collocazione
logica molto diversa: nel primo caso l'indeterminazione
lascia spazio alla sintesi figurata, mentre nel secondo
caso viene chiamato in causa l'intero insieme, non come
gruppo di caratteristiche, ma come entità autonoma
che definisce una classe con peculiarità particolari.
Per capire quanto detto basta confrontare le frasi: “Pensa
ad una strada” e “Pensa a tutte le strade”.
La prima equivale ad invitare il soggetto a recuperare associativamente
tutte le informazioni inerenti alla parola “strada”
per poter poi sintetizzare un caso particolare idoneo, mentre
la seconda, intesa in senso stretto, provoca inevitabilmente
un paradosso, una sorta di “tilt mentale” poichè
l'unico modo di pervenire ad un risultato sintetico è
la deduzione quando, invece, l'articolo “tutte”
richiede necessariamente un'induzione. Per poter risolvere
il problema, il cervello, deve fare ricorso a tutte le sue
risorse, senza tuttavia poter mai pervenire ad una soluzione
accettabile. Anche se ciò può apparire assurdo,
la conoscenza iniziale ha bisogno delle classi per potersi
definire “compiuta”, ma le costruzioni mentali
che ne scaturiscono sono così potenti da non poter
mai essere esplorate completamente, per questo motivo noi
siamo portati a limitare l'universo di discorso e ad intendere
la parola “tutti” non in senso assoluto –
come sarebbe corretto -, ma in senso strettamente relativo.
Se invece ci si riferisce impropriamente alle caratteristiche
comuni a tutti gli elementi di un insieme la frase andrebbe
intesa come: “Pensa a tutte le peculiarità
che l'elemento generico appartenente alla classe delle strade
deve possedere” che è perfettamente equivalente
a: “Pensa ad una strada”. Nauralmente l'equivalenza
sussiste in virtù del materiale informativo necessario
per portare a termine la sintesi figurata, da un punto di
vista puramente semantico le due affermazioni possono tranquillamente
essere considerate diverse anche se per poter operare una
qualunque significazione si deve comunque poter fare ricorso
alla sintesi e quindi non all'elemento particolare in quanto
tale, ma alle caratteristiche di appartenenza che in esso
sono codificate.
L'articolo determinativo può venire utilizzato sia
come semplice “apposizione” per nomi particolari,
oppure, come spesso accade, per trasformare un nome generale
– inteso come insieme di caratteristiche – nella
classe corrispondente, esattamente come per l'articolo indeterminativo
“tutti”. In generale il primo caso si verifica
sempre quando si aggiunge alla frase una specificazione
in senso lato: “La strada dove abito”, “Il
fratello di Maria”, etc., mentre il secondo può
essere sottinteso in frasi del tipo: “L'uomo è
un'animale bipede”. E' ovvio che l'aggiunta della
caratteristica “animale bipede” è possibile
solo se viene definita a priori una categoria ben precisa
(“L'uomo”) che raccoglie a sè tutti gli
elementi aventi determinate peculiarità.
In sintesi: l'articolo indeterminativo (procedendo per analogie)
è utile, ma non necessario per puntare al generico
elemento numerico (un, uno, una) o all'intera classe (tutti),
mentre l'articolo determinativo può assumere due
valenze, la prima è del tutto equivalente all'ultimo
caso indeterminativo, la seconda, congiuntamente ad una
specificazione, permette di puntare ad un particolare elemento
di un insieme.
3. Le congiunzioni
Le congiunzioni (noi ci limiteremo a prendere in considerazione
solo “e” e “o”) sono, per eccellenza,
connettivi logici che trovano nell'algebra booleana una
precisa e importantissima collocazione. Consideriamo le
proposizioni: “A e B sono C” e “A o B
è C”: la prima esprime il concetto di appartenenza
di A e B all'insieme C e quindi, se C è definito
attraverso una collezione di caratteristiche, essa afferma
che sia A che B possiedono le peculiarità necessarie
per essere membri di C . La sintesi figurata di C (a partire
dalla conoscenza della suddetta proposizione) potrebbe quindi
propendere verso A o B (o un miscuglio delle due) senza
alcuna regola ben determinata; per esempio, chiedendo ad
un uomo bianco di pensare ad “un uomo”, è
molto probabile che l'esperienza quotidiana lo porterà
ad immaginare sinteticamente un bianco, mentre la stessa
richiesta fatta ad un asiatico potrebbe culminare nella
rappresentazione mentale di una persona con gli occhi a
mandorla e tutte le altre caratteristiche fisiche degli
asiatici. Tuttavia ciò non implica che i risultati
possano tranquillamente essere invertiti, poichè
quello che conta realmente è il fatto che A e B sono
entrambi elementi di C. La congiunzione “e”
permette quindi di raggruppare proposizioni equivalenti
per caratteristiche di appartenenza in modo da semplificarne
la forma, ma ovviamente se ne potrebbe fare a meno a patto
di “scorporare” tutte le sottofrasi di una data
affermazione: “A e B e C e ... e Z sono W” equivale
all'unione di: “A è W”, “B è
W”, ... , “Z è W”.
La congiunzione “o”, al contrario, è
mutuamente esclusiva e trova un valido impiego in tutte
le proposizioni in cui esiste un dubbio di appartenenza;
è da notare che, mentre “A e B sono C”
aumenta il livello di informazione globale a cui contribuisce
ogni singola sottofrase, “A o B è C”
ci garantisce solo che uno dei due elementi è peculiarmente
idoneo a far parte di C, ma non ci dà alcun indizio
utile riguardo all'altro. L'unica certezza logica che abbiamo
è che se per esempio A appartiene a C, B non gli
apparterrà sicuramente, tuttavia il connettivo “o”
non è in grado di fornirci dati adeguati per venire
a conoscenza della sua collocazione. Bisogna infatti tenere
presente che per validare una proposizione con la congiunzione
“o” non è assolutamente necessario essere
consapervoli delle caratteristiche di entrambi i membri:
la frase “Albert Einstein o gklikj era un uomo”
è corretta, ma noi arriviamo a questa certezza pur
non avendo idea di cosa possa essere un “gklikj”.
La sintesi figurata a partire dal connettivo “o”
si basa solo ed esclusivamente su uno solo dei due elementi
e non può, in genere, pervenire ad un'immagine ragionevole
dell'altro, l'unico caso in cui ciò è possibile
è quando l'esclusione avviene tra oggetti conosciuti
e perfettamente classificati; in tal caso, da un punto di
vista logico, si verifica una sorta di “separazione
coattiva” delle sottofrasi che ha come risultato l'eliminazione
della ridondanza dovuta all'uso del connettivo. Per esempio:
se io affermo che “Mia madre o il mio cagnolino è
un uomo” ciò che implicitamente opero equivale
alla disgiunzione delle due proposizioni: “Mia madre
è un uomo” - Frase logicamente corretta –
e “Il mio cagnolino non è un uomo”, che
viene immediatamente mutata in: “Il mio cagnolino
è un elemento dell'insieme dei cani”.
Linguisticamente, quindi, le congiunzioni hanno un ruolo
fondamentale nel linguaggio naturale, ma la loro “potenza”
semantica scaturisce soltanto dalla logica che, grazie alla
razionalizzazione del pensiero e delle espressioni, si fa
garante non soltanto del loro corretto utilizzo, ma anche
dei risultati mentali che da esse scaturiscono. Comunque
per chi volesse approfondire l'argomento suggerisco di consultare
un testo di logica in cui vengono messi in evidenza tutti
i risultati speculativi più evoluti.
4. Le preposizioni
Riferendoci alla lingua italiana esistono 9 preposizioni
semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra) che hanno
il ruolo linguistico di permettere la formazione dei complementi.
Come abbiamo detto prima nel caso degli articoli indeterminativi,
molto spesso i nomi particolari vengono ottenuti a partire
da un nome generale seguito da una specificazione, ad esempio
la frase “Gli uomini di Roma” è composta
da un riferimento alla classe “uomo” e da un'opportuna
aggiunta, “di Roma”, che limita l'insieme di
possibili valori. Il ruolo dei complementi è quindi
quello di permettere la definizione di sottoclassi generate
dall'insieme di caratteristiche relative ad una classe “madre”
e dalle condizioni imposte dall'analisi; anche in questo
caso la logica è l'unica garanzia di successo poichè,
al fine di costruire proposizioni corrette, è necessario
che le condizioni specificate dal complemento non siano
in disaccordo con le caratteristiche peculiari dell'insieme.
Per potere quindi validare una siffatta proposizione è
impossibile non fare ricorso ad una sintesi figurata condizionata
che però è molto più debole di una
normale sintesi in quanto la sua riuscita dipende non solo
dalla ragione, ma anche dall'esperienza. Come al solito
consideriamo un esperimento virtuale e valutiamo la reazione
di un soggetto a cui viene chiesto di pensare ad “un
uomo di Marte”; è ovvio che la sintesi figurata
condizionata è soggetta alla conoscenza della regola
tutt'altro che deterministica che sul pianeta Marte non
ci sono uomini, infatti, pur ammettendo che una razza vivente
su Marte abbia caratteristiche peculiari, ciò non
vuol dire che non sia lecito per il cervello figurarsi un
marziano con le fattezze di un terrestre. In effetti la
richiesta è mal posta in quanto in essa esiste il
presupposto che se Marte è popolato, certamente ci
saranno elementi classificabili come uomini; ben diversa
è la questione se si chiede di pensare ad “un
abitante del pianeta Marte”. In questo caso la sintesi
può avere luogo solo se è stato predefinito
un insieme opportuno di caratteristiche che la popolazione
del pianeta rosso deve possedere; se ciò è
stato effettuato, anche con la fantasia, è facile
che vengano in mente immagini di omini verdi con le antenne,
ma se, al contrario, non si ha alcuna consapevolezza dell'esistenza
di una simile classe allora la logica vieta di formulare
proposizioni come l'ultima da noi presa ad esempio poichè
altrimenti si corre il rischio di precipitare in un vortice
di ambiguità e passare dal dominio della ragione
a quello dei pareri soggettivi.
Dunque i complementi sono ammissibili solo se, grazie ad
essi, è possibile portare a termine una sintesi figurata
che si fondi sia sulla ragione che sull'esperienza, ma il
loro uso indiscriminato è oggetto di monito della
logica perchè le condizioni che impongono alla proposizione
non devono mai essere in disaccordo con le caratteristiche
generatrici della classe presa in considerazione.
5. I Verbi
La struttura fondamentale di una proposizione linguistica
è: Soggetto – Predicato – Complementi.
Per i nostri scopi partiremo dal presupposto che il verbo
essere e i suoi sinonimi funzionali rappresentino gli elementi
chiave di appartenenza ad una classe, per cui non ha senso
discuterne ulteriormente. Un caso particolare è quello
relativo alla comparazione di nomi particolari, “A
è B”; da un punto di vista logico esistono
due alternative: la prima assume che A sia identicamente
uguale a B perciò la proposizione è tautologica,
mentre la seconda è il classico caso in cui B è
un nome generale per cui ritorniamo al caso principale.
Per quanto riguarda gli altri verbi essi generano proposizioni
sempre riconducibili allo stereotipo “A appartiene
all'insieme B”; la sintesi figurata di immagini mentali
che nascono da frasi composte da soggetto e predicato è
molto spesso legata all'esperienza personale e non è
sempre facile poter operare delle opportune generalizzazioni,
tuttavia è interessante notare come la mente è
tendenzialmente portata a rifiutare i “vuoti”,
essa si rifugia nell'immaginazione pura ogniqualvolta l'esperienza
è assente o troppo limitata. Il risultato di ciò
è la formazione di idee e convinzioni errate che
talvolta purtroppo condizionano l'intera esistenza; la logica,
che nasce dalla ragione, rifiuta qualsiasi elemento che
non trovi una debita collocazione all'interno di un ragionamento
razionale e quindi preserva l'utente da fallimenti autocostruiti.
E' chiaro che mantenere un controllo della propria vita
basato esclusivamente sulla logica può apparire molto
deludente (anche se essa rimane pur sempre la base di qualsiasi
speculazione mentale) ma io sono convinto che il rispetto
delle semplici regole dell'inferenza può garantire
un migliore approccio a svariate situazioni in cui siamo
spinti alla sintesi di realtà di cui non possiamo
in alcun modo asserire la verità.
IL FUZZY PENSIERO E IL CONCETTO DI PROBABILITA'
Quando il professor Lofti Zadeh formulò la sua teoria
sugli insiemi fuzzy egli partì dalla celebre considerazione
che gli esseri umani sono in grado di prendere decisioni
sulla base di informazioni in ingresso parziali e imprecise,
per questo motivo la programmazione di sistemi automatici
per la gestione di situazioni particolarmente complesse
è molto più impegnativa dello svolgimento
manuale delle stesse da parte di un operatore umano. In
[4] Bart Kosko, il principale “seguace” della
filosofia fuzzy, cita l'esempio del parcheggio di un autoveicolo
in retromarcia; questo compito è svolto in modo assolutamente
naturale dalla grande maggioranza degli automobilisti, ma
richiede una modellizzazione matematica così complessa
da rendere l'automazione del processo fuori dalla portata
dei calcolatori di uso comune. Questo gap può essere
colmato cercando di programmare i sistemi non seguendo la
logica aristotelica ma piuttosto facendo riferimento a quella
fuzzy. In questa sede assumeremo che il lettore abbia una
minima conoscenza dei principi fondamentali che stanno dietro
a questo modo di affrontare la risoluzione di svariati problemi,
tuttavia desidero ricordare che la base di tutto sta nel
tipo di funzione di appartenenza ad un insieme che viene
utilizzata. Nel caso dicotomico essa doveva necessariamente
essere binaria, nel caso fuzzy, invece, essa fornisce un
grado di membership continuo e variabile tra 0% e 100%.
Secondo questo principio un elemento A può appartenere
a differenti classi con la sola condizione che totalmente
il grado non superi l'unità (100%); in un certo senso
questo modo di ragionare è molto simile al concetto
di probabilità e in questa sede cercherò di
spiegarne i motivi.
Ogniqualvolta la nostra conoscenza della realtà non
può raggiungere un livello soddisfacente, si è
spesso portati – seguendo implicitamente gli insegnamenti
del fisico-matematico Laplace – a rivolgersi verso
un approccio (il probabilismo) che, pur permettendo di conoscere
solo alcuni aspetti del problema, non lascia la nostra mente
nell'ombra dell'ignoranza. Come dice Kosko in [4], <<
...Credo dunque che la probabilità o “casualità”
sia un istinto psichico, un'archetipo junghiano o una propensione
mentale che ci aiuta a organizzare le nostre percezioni,
le memorie o la maggior parte delle nostre attese. La probabilità
dà una struttura ordinata alle previsioni causali,
tra di loro contrastanti, su come evolverà il futuro
nel prossimo istante, stagione o millennio. >>.
Ciò che noi definiamo “probabile” è
in effetti a metà strada tra il “vero”
e il “falso”, ma, a differenza di illazioni
prive di qualsiasi fondamento, la probabilità si
basa su ragionamenti logico-razionali e perviene a certezze
assolutamente inequivocabili. Quando si dice che l'età
media di una popolazione è di 35 anni, non si vuole
lasciare intendere che tutti i membri del gruppo siano trentacinquenni,
ma piuttosto che è logico considerare un valore numerico
(la media) che ci informa, insieme alla varianza, sulla
frequenza di incontri favorevoli con individui la cui età
è relativamente vicina ad un valore desiderato. La
media e la varianza sono dati deterministici, l'approccio
invece non lo è. Ma che rapporto sussiste tra probabilimo
e fuzzificazione della logica ? Quando abbiamo parlato della
LMN abbiamo visto che il concetto di numero appare intrinsecamente
sfocato, esso genera non un punto, come la geometria analitica
vorrebbe, ma piuttosto un'areola che si sovrappone ai tratti
di linea adiacenti. Questo processo scaturisce dall'esigenza
di continuità del cervello e, in un certo senso,
“affligge” l'uomo sin dalla sua comparsa sulla
terra, tuttavia esso svela in modo abbastanza evidente ciò
che Bart Kosko ha scritto nel suo magistrale saggio sulla
logica fuzzy: l'uomo vede nella probabilità non un
ricorso “di comodo”, ma piuttosto una necessità
che trascende persino i confini della fisica.
A questo punto sembra evidente che quanto affermato sino
adesso sia confutato dalla psicologia, ma in realtà
il problema è ben diverso e richiede un'analisi attenta
che non si limiti agli effetti ma cerchi piuttosto di raggiungere
le cause. Innanzi tutto è bene dire che la logica
fuzzy non è un'alternativa a quella aristotelica,
ma semmai essa ci pone innanzi le questioni speculative
da un punto di vista differente; dire che un elemento appartiene
a più insiemi con un grado per ciascuno equivale
a dire che esso può appartenere ai diversi insiemi,
ma che effettivamente è sempre possibile e ragionevole
supporre la bisezione dell'universo di discorso e la conseguente
collocazione dell'elemento in una delle sue classi complementari.
Questa operazione è comunque in genere abbastanza
difficile da compiere in quanto presuppone una conoscenza
globale del problema e non ammette alcuna approssimazione,
in questo senso l'affermazione di Lofti Zadeh è analoga
all'invito di Laplace a far uso del calcolo delle probabilità
ogniqualvolta le porzioni di natura in esame presentano
una complessità tale da rendere impossibile qualsiasi
altro approccio. Però è anche ovvio che questa
scelta non deve essere prioritaria a quella del determinismo,
altrimenti si rischierebbe di ridurre sempre più
il grado di conoscenza dell'uomo, sia nel caso delle scienze
naturali, ma anche nell'ambito studiato dalla psicologia.
La vita quotidiana non è facilmente gestibile facendo
ricorso alle potenti tecniche matematiche usate in fisica
o in ingegneria, ma non si può nemmeno dire che il
nostro modo di ragionare prescinde dall'esigenza di precisione,
anzi è semmai il desiderio di “possedere”
i concetti nel modo più completo a spingerci verso
un approccio apparentemente meno valido.
Poco sopra ho detto che la sintesi figurata di proposizioni
di cui non si ha molta esperienza viene affrontata dal cervello
operando una sorta di “improvvisazione” che
utilizza i dati posseduti e cerca di prevedere quale possa
essere il valore di una certa affermazione basandosi su
costruzioni più o meno coerenti, ciò può
essere letto in chiave “fuzzy”: a meno di non
possedere alcuna informazione utile (il che rende impossibile
qualsiasi approccio) la mente umana si rivolge incosciamente
al probabilismo e “inquadra” i dati in modo
abbastanza sfocato (fuzzy = sfocato) ma sufficientemente
preciso per dar vita ad immagini mentali soddisfacenti.
Ad esempio, un neonato non ha cognizione della differenza
che sussiste tra l'avere fame e l'avere sete, ogni volta
che il suo organismo segnala una carenza di glucosio o di
acqua viene attivato il meccanismo di segnalazione del pianto;
in seguito a ciò egli viene nutrito con il latte
e, in questo modo, vengono soddisfatte entrambe le necessità.
E' ovvio che la mente del bambino non può effettuare
correttamente una dicotomia finchè non raggiunge
lo svezzamento e un livello di coscienza sufficiente, tuttavia
egli sarà sempre in grado di figurarsi sinteticamente
il significato delle frasi “Ho fame” e “Ho
sete” anche senza informazioni precise. In qualche
modo egli valuta la probabilità che una determinata
sensazione abbia caratteristiche in comune con un'altra
e opera una classificazione del tipo: “Provo un senso
che assomiglia ad un elemento generico dell'insieme costituito
da dalle sensazioni di fame, ma nello stesso tempo esso
può essere membro dell'insieme costituito dalle sensazioni
di sete”. La logica fuzzy quindi permette gestire
con più rigore tutte quelle situazioni che, pur obbedendo
alla logica aristotelica, risultano di difficile comprensione
e trattazione.
NOTE
1 Per contatti: giuseppe_bonaccorso@tiscali.it
2 Quest'ultimo è uno dei padri della cosidetta “Robotica Biologicamente Ispirata”, ovvero una disciplina che studia metodologie innovative che permttano ai robot di imitare il comportamento di esseri viventi come insetti, pesci o anfibi. Un'importante e pioneristico studio psicologico di questo problema è stato affrontato da Valentino Braitenberg che, nel suo volume sulle “Macchine Pensanti”, ha esposto alcuni semplici meccanismi comportamentali che sono stati posti come base fondamentale proprio per assecondare le ultime tendenze della robotica mobile.
3 Un problema particolarmente sentito è quello sollevato dai paradossi formulati dal filosofo e matematico inglese Bertrand Russel, i quali ammettono logicamente la bivalenza. E' tuttavia importante sottolineare che in essi si fa riferimento ad insiemi infiniti, con cui la ragione difficilmente riesce a misurarsi. Per approfondimenti cfr. B. Russel, Introduzione alla Filosofia Matematica.
4 L'unica eccezione è la meccanica quantistica che richiede un approccio probabilistico. Un'analisi filosofica del problema è stata affrontata in modo rigoroso dallo scienziato Werner Heisenberg nel suo libro “Fisica e Filosofia”.
5 Persino in campo teologico, il concetto pseudo-assoluto di Dio è sempre contrapposto a quello del male, incarnato dal demonio o, più genericamente, dall'assenza di Dio stesso. Naturalmente questo non implica l'impossibilità di vedere nell'aldilà una realtà del tutto assoluta, ma il solo prenderne in considerazione la natura necessita di una categorizzazione mentale di natura prettamente insiemistica; se anche si riuscisse a dimostrare che la vita eterna promessa ai fedeli di molte religioni non ammetti complementi, ciò non vorrebbe dire che la mente umana automaticamente si troverebbe costretta a rifiutare a posteriori la dicotomia logica, essa resterebbe pur sempre valida seppur con un'eccezione particolare che tuttavia l'esperienza non potrà mai conoscere direttamente.
6 E' interessante notare come già nel XVIII secolo Immanuel Kant concepì una struttura, lo schema trascendentale, che può essere interpretato come una rappresentazione mentale e non necessariamente legata all'esperienza di un concetto. La Linea Mentale Numerica, ammettendo l'uso improprio del termine, è una sorta di schema trascendentale dei numeri intesi come classe dotata della potenza del continuo.
7 Per rendersi conto di questo effetto si può immaginare un tratto di linea in cui sono evidenziati due punti vicini; se ciascuno di essi viene sostituito con due cerchietti trasparenti e sovrapponentisi è come se i due valori si “diffondessero” contaminando i punti limitrofi. Alla base di questo meccanismo ci sono molte illusioni ottiche, con la sola differenza che, mentre in queste ultime l'effetto è causato da una percezione sensibile, nella LMN esso è il frutto di un'autorappresentazione operata dal cervello.
8 Ad esempio, sempre per rimanere nell'affascinante campo dei colori, è bene ricordare che ciò che l'uomo “vede” è solo una piccolissima parte dello spettro delle radiazioni elettromagnetiche, non vi è alcuna differenza fisica tra un segnale radio e il rosso caratteristico dell'autunno, tuttavia la nostra esperienza ci porta a valutare i due fenomeni in modo completamente diverso. Inoltre, in colorimetria, è possibile trovare una descrizione matematica (leggi di Grassmann) di ogni colore che genera il cosidetto triangolo del colore. Il fatto più interessante è che in esso esiste una zona, detta appunto area delle porpore, i cui colori – ottenuti per sintesi sottrattiva - non sono presenti in natura. E' chiaro quindi che il linguaggio naturale è limitato, ma è altresì possibile superare tale inconveniente grazie all'insostituibile ausilio della matematica. Per riferimenti cfr.: Bianchi, Pulcini, Manuale di Illuminotecnica, La Nuova Italia e Hochberg, Psicologia della Percezione, A. Martello e Giunti.
9 Naturalmente, riferendomi all'area di Wernicke, non intendo porre in secondo piano tutte le altre strutture cerebrali che intervengono, secondo una precisa stratificazione, nell'elaborazione dei dati linguistici provenienti dall'esterno e in quelli prodotti dal cervello. Tuttavia, per i nostri scopi, questa “semplificazione” non lede in alcun modo la generalità del discorso, poichè non vengono presi in considerazione nè gli aspetti fonologici/grafologici – che in generale non precludono le attività semantiche -, nè i circuiti neurali associativi che collegano i diversi tipi di esperienza al fine di produrre la consapevolezza del significato di un determinato vocabolo. L'eliminazione di questa “dipendenza” permette inoltre di condurre un'analisi quanto più generale possibile e quindi orientata non alle condizioni soggettive, ma piuttosto all'intero insieme di elementi comuni al linguaggio naturale di ogni popolo della terra.
10 L'aggettivo “figurata” esprime in modo magistrale la fusione mentale dei dati percettivi: un concetto puro – non necessariamente nel senso kantiano – non ha bisogno di rappresentazioni sintetiche che utilizzino informazioni pre-immagazzinate, esso è perfettamente in grado di auto-esprimere il suo contenuto in modo autonomo. Tuttavia, postulando la non esistenza di simili concetti, è immediato rendersi conto che la strategia cerebrale delle associazioni è un mezzo straordinariamente potente non solo per acuire la consapevolezza, ma soprattutto per “rinforzare” il ricordo e trarre da esso il massimo vantaggio. Ad esempio, un animale che ha visto una tigre sbranare un suo simile e ne ricorda il feroce ruggito, è in grado, sulla base di questo meccanismo, di attivare i processi ansiogeni per l'autodifesa anche solo sentendo un suono che il suo cervello collega all'intero concetto rappresentativo di “tigre”. E' ovvio che molto spesso questo sistema causa dei “falsi allarmi”, ma è anche vero che senza di esso l'esperienza potrebbe non essere sufficiente a garantire l'incolumità dell'individuo. Per approfondimenti cfr. [3], dove sono esposti molti processi neurali implicati nella formazione di esperienze.
11 Naturalmente se C è definito in modo da poter essere scomposto in sottoinsiemi assumeremo che le caratteristiche fondamentali siano comuni ad ogni sottoinsieme e di conseguenza A e B sono, a tutti gli effetti, equivalenti in quanto a caratteristiche di appartenenza. Ad esempio, se ci riferiamo al nome generale “uomo” potremmo pensare di suddividere la classe a seconda delle diverse razze, ciò tuttavia non implica che un uomo bianco sia peculiarmente diverso da un uomo nero in quanto il genotipo non è sufficiente a poter operare una riclassificazione autonoma.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
[1] C. Umiltà, M. Zorzi, I numeri in testa, Mente&Cervello
n.2 Marzo-Aprile 2003
[2] G. Mounin, Guida alla Linguistica, Feltrinelli
[3] A. Oliverio, Prima Lezione di Neuroscienze, Editori
Laterza
[4] B. Kosko, Il Fuzzy Pensiero, Baldini&Castoldi
[5] I. Kant, Critica della Ragion Pura, Editori Laterza
Il testo completo lo puoi scaricare - per una comoda lettura
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o domande puoi contattare l'autore, Giuseppe Bonaccorso,
scrivendo al suo indirizzo email: giuseppe_bonaccorso@tiscali.it.
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