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Io sto con i Verdi
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Premessa
Lo scontro dialettico tra “naturale” e “artificiale”
deve certamente le sue origini, anche se in modo indiretto,
alla distinzione cartesiana tra res cogitans e res extensa:
il filosofo francese partiva infatti dal presupposto che
esistesse una differenza netta tra chi è in grado
di pensare e tutto il resto dell’universo. Un simile
approccio al problema porta certamente verso una concenzione
dell’attività mentale che è del tutto
svincolata dai limiti della materia inerte: l’uomo,
pur essendo fatto di atomi esattamente come una roccia,
è “costretto” a possedere una sorta di
vis viva che trasmuta la sua natura oggettivamente materiale
in una omologa definibile solo in termini metafisici. Tutto
ciò ha portato negli ultimi vent’anni ad un
acceso dibattito tra coloro che sono del parere che è
ontologicamente necessaria una distinzione tra mente e cervello
e chi, come me, sostiene che ciò che noi ci ostiniamo
a chiamare mente non è altro che il risultato dell’attività,
reale e fisicamente analizzabile, del sistema nervoso centrale.
Grazie alle moderne tecniche di brain imaging come la PET
o la risonanza magnetica funzionale è stato possibile
provare sperimentalmente che determinate aree del cervello
si attivano solo quando il soggetto in esame è sottoposto
a particolari test; ad esempio, se si chiede di eseguire
un calcolo numerico non troppo banale si evidenzia una spiccata
attività bioelettrica nell’emisfero sinistro
del cervello, mentre se la prova comporta la lettura mentale
di un testo si vede come l’area di Wernicke, responsabile
della decodificazione semantica, entri in azione, permettendo
all’individuo di comprendere ciò che sta leggendo.
Naturalmente è assurdo pensare che si possa effettuare
una localizzazione esatta di ogni funzione cerebrale poichè,
come avremo modo di vedere, la struttura stessa del cervello
è tale da consentire una fusione di flussi informativi
provenienti da sorgenti diverse. E’ proprio grazie
a tale peculiarità che noi, ogni giorno, possiamo
affrontare attività che scomposte in sotto-problemi
risulterebbero proibitive anche per il più potente
supercomputer. Come fa notare Alberto Oliverio, nel problema
della lettura è necessario essere capaci di decodificare
circa 40 caratteri al secondo senza alcun tipo di vincolo
sulle forme e sulle caratteristiche degli stessi; se io
avessi deciso di scrivere questo articolo utilizzando un
font particolarmente elaborato (al limite basti pensare
ai manoscritti) il mio cervello non avrebbe comunque avuto
particolari difficoltà a guidare le mie dita sui
tasti corretti e, rileggendo quanto scritto, io avrei lo
stesso compreso il significato di ogni frase.
Un cervello “statico”, cioè fortemente
localizzante, si troverebbe in estrema difficoltà
ogniqualvolta si dovessero presentare alternative –
funzionalmente e strutturalmente compatibili – alle
strutture pre-immagazzinate; per tentare di comprendere
come ciò possa avvenire dobbiamo necessariamente
andare indietro nel tempo e interpellare il grandissimo
filosofo Immanuel Kant: fu proprio lui, infatti, il primo
ricercatore a domandarsi come mai la rielaborazione mentale
di un concetto fosse quasi del tutto indipendente dalla
particolare esperienza che ci ha precedentemente condotti
ad esso. La prima volta che lessi la Critica della Ragion
Pura rimasi fortemente turbato dall’acume dimostrato
da Kant qundo egli spiegava, senza fare riferimento alla
posteriore psicologia cognitiva, il perchè, ad esempio,
la mia idea di “casa” fosse svincolata dall’edificio
in cui abito o da quello che osservo guardando fuori dalla
mia finestra. La sua indagine partì dal presupposto
che il pensiero di un oggetto non si forma a partire da
una “catalogazione” di percezioni, ma piuttosto
da una sintesi di un molteplice che scaturisce da una serie
di informazioni in ingresso: la “casa” –
intesa come concetto/oggetto – viene scomposta nelle
sue parti peculiari e, una volta che l’idea ad essa
collegata è divenuta sufficientemente stabile , il
cervello ri-utilizza questi dati per poter “costruire”
una casa basandosi sulle esperienze correnti o, anche solo
sulla fantasia. Naturalmente Kant non possedeva i mezzi
di indagine necessari per potere, seguendo gli insegnamenti
di Galileo, confermare sperimentalmente le sue ipotesi e
di conseguenza si lasciò guidare solo dall’intelletto;
oggi invece la situazione è stata chiarita (non del
tutto, ma abbastanza per poterci scrivere sopra un articoletto
!) e ad essa è stato dato il nome di “capacità
di generalizzazione”. Tutto il resto dello scritto
sarà dedicato a questa caratteristica della mente,
per cui chiedo al lettore di avere un minimo di pazienza
affinchè io possa tornare momentaneamente alla domanda
che fa da incipit all’articolo “Quanto è
naturale l’intelligenza artificiale ?” per chiarire
alcuni punti essenziali.
Se si chiedesse ad una persona se la sua intelligenza è
naturale è ovvio che la risposta sarebbe certamente
affermativa, ma se si chiedesse che cosa essa intenda per
“naturale” si potrebbero collezionare così
tante spiegazioni da poter compilare una nuova enciclopedia
britannica... Ognuno di noi è convinto di essere
un membro della natura, intendendo con ciò che il
corpo e la mente si sono formati a partire da processi che
non possono in alcun modo essere definiti artificiali. Questo
è vero, tuttavia a noi interessa capire se può
esistere una qualche distinzione tra un uomo e un’ipotetica
macchina pensante: quali parametri bisogna prendere in considerazione
? E, soprattutto, a quali test è necessario sottoporre
entrambe le parti ?
Un primo approccio potrebbe essere quello di chiedere alla
macchina se essa è naturale (ciò si rifà
al famoso test di Turing), ma che valore potrebbe avere
questa risposta ? Un eventuale “sì” o
il suo contrario non ci illuminerebbero più di tanto;
è ovvio che un computer è costruito dall’uomo,
ma è altrettanto scontato che gli elettroni, i protoni
e i neutroni che lo compongono sono uguali sia all’interno
del suo microprocessore, sia nel cervello, nel cuore e nel
fegato del soggetto umano: entrambi sono “costruiti”
a partire dai medesimi elementi, ma, mentre la macchina
è fredda e inespressiva, la persona manifesta caratteristiche
che noi definiremmo “emozionali”. Ci si potrebbe
allora chiedere se siano proprio le emozioni a fare la differenza,
ma, pur rispettando coloro che pensano che esse siano una
sorta di “ispirazione divina”, è giusto
precisare che ciò che noi chiamiamo paura, ansia
o felicità è traducibile in tutta una serie
di percezioni-elaborazioni cerebrali-auto condizionamenti
dovuti ai neurotrasmettitori prodotti dai neuroni e da alcuni
ormoni secreti dalle ghiandole surrenali. In altre parole,
l’emozione è uno stato interno che scaturisce
a partire da una causa qualunque, ma che si sviluppa seguendo
una sorta di copione che il nostro organismo conosce estremamente
bene. (Se non fosse così la vista di un grosso serpente
potrebbe attivare meccanismi selettivi che “ripetano
dall’interno” la frase “Niente panico
!”, ma purtroppo il controllo automatico delle reazioni
– e ciò vale anche per le macchine –
è quasi sempre preventivo e difficilmente modificabile
dallo stesso organismo).
Scartando, quindi, anche l’ipotesi dell’emozione
non resta che rifarsi alle capacità intellettive
pure, vale a dire alla logica, al pensiero astratto e, in
ultima analisi, anche alle capacità artistiche. Agli
albori dell’intelligenza artificiale, grandi pioneri
come Marvin Minsky proposero quella che per molti anni a
seguire fu la “metodologia” da adottare per
affrontare problemi di particolare complessità; in
particolare la loro idea si basava sul presupposto che l’aggettivo
“artificiale” fosse riferito non tanto all’intelligenza
della macchina, ma piuttosto al fatto che un bravo programmatore
riuscisse a scrivere algoritmi innovativi e capaci di far
fronte a situazioni computazionalmente molto pesanti. In
pratica, seguendo questo filone, la risposta alla nostra
domanda iniziale non può che essere: “L’intelligenza
artificiale è naturale tanto quanto lo è un
computer”, con la differenza che, mentre l’uomo
è capace di astrarre ma non di calcolare velocemente,
il calcoltore, opportunamente predisposto dall’operatore,
è virtualmente in grado di assolvere ad entrambi
i compiti. Il problema principale, tuttavia, nasce proprio
dal fatto che senza l’ausilio dell’esperto umano
non è praticamente possibile effettuare quella transizione
di intelligenza che può migliorare il comportamento
delle macchine automatiche.
Fortunamente la ricerca si è spinta oltre il vicinissimo
confine tracciato dai padri dell’intelligenza artificiale
detta ormai “classica” e la cosa più
stupefacente è stata non tanto la variazione di strategia,
ma piuttosto l’idea che un calcolatore può
divenire più intelligente solo se imita operazionalmente
e strutturalmente gli organi animali preposti a svolgere
tutte le svariate funzioni di controllo ed elaborazione.
In parole povere, a partire dai risultati della neurofisiologia,
si è pensato di implementare particolari strutture
(le reti neurali) che avessero un funzionamento analogo
a quello delle omologhe naturali; in questo modo –
che noi non descriveremo per mancanza di spazio –
fu immediato constatare che il ruolo del programmatore non
era più centrale, ma andava assumendo una posizione
sempre più marginale per lasciare spazio ad un’evoluzione
interna semi-autonoma guidata solo dagli obiettivi che si
desiderava raggiungere. Ad esempio, con una rete di 20 neuroni,
è possibile far sì che essa apprenda (apprendimento
inteso come modificazione di alcuni parametri caratteristici)
a riconoscere le lettere dell’alfabeto e sia in grando
di riconoscere con estrema facilità un carattere
distorto. Ormai molti software per personal computer si
basano su questo approccio, basti pensare ai cosidetti OCR,
ovvero a quei programmi che sono in grando di convertire
un’immagine contenente del testo in un documento elettronico,
oppure ai sofisticati strumenti utilizzati dalla polizia
per confrontare un volto sospetto con quelli contenuti nella
loro banca dati; questi naturalmente sono solo banali esempi,
ma in realtà l’intelligenza artificiale basata
sul connessionismo è ormai così diffusa da
essere un requisito essenziale per ogni programmatore di
sistemi intelligenti che si rispetti.
E’ chiaro che adesso la risposta alla domanda inizia
lentamente a volgere verso un’affermazione positiva,
ma ancora non è chiaro perchè un semplice
cambiamento di rotta abbia determinato una rivoluzione la
cui portata è comprensibile solo agli scrittori di
fantascienza, ma di ciò parleremo ampiamente nel
prossimo paragrafo.
[...]
Il testo completo lo puoi scaricare - per una comoda lettura
- cliccando sul link poco sotto. Per commenti, suggerimenti
o domande puoi contattare l'autore, Giuseppe Bonaccorso,
scrivendo al suo indirizzo email: giuseppe_bonaccorso@tiscali.it.
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