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Pillole di Saggezza
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MAURICE UTRILLO e l'ebrezza dell'arte a cura di: Giulia Zara

Scena prima: Parigi – seconda metà dell’Ottocento
Cinquanta chilometri di ampi boulevard a tre corsie si disegnano nell’immenso insieme di viuzze, su cui tavolini e sedie “invadono” i marciapiedi dei ristoranti, dei bistrot e dei bar (i famosi cafè), i quali sono fulcro della vita culturale e sociale della capitale.
L’idea dei café non è del tutto parigina!
Sedersi ad un tavolo a dibattere sulla pittura, a scrivere poesie, a filosofeggiare o anche a corteggiare, è una vera e propria moda, copiata da Venezia ed introdotta a Parigi dal siciliano Francesco Procopio dei Coltelli, il quale dà origine al Café Procope.
Modificare la città con tali proposte innovative è un progetto azzardato, voluto da Napoleone III e dal barone Haussmann, suo prefetto, attuato tra il 1850 e il 1870.
Vengono realizzati parchi all’inglese, anche nei dintorni di Parigi, stazioni ferroviarie, palazzi, come, per esempio, il Palais de L’Industrie (luogo scelto per le esposizioni internazionali della fine degli anni Cinquanta) e anche mercati generali.
Capitale in cui affluiscono sempre più visitatori sia turisti sia studiosi, soprattutto provenienti dall’America (si può ricordare la pittrice Mary Cassatt) dato che Parigi è il centro degli Impressionisti.
Città imbevuta di poesia, di luci, di divertimento, di passanti, che camminano per strada con cappello ed ombrellino “para-sole”, di donne non sempre conosciute per qualità tipiche di un manuale di bon ton, di artisti squattrinati, in cerca di fortuna.
E’ la Parigi dell’Opéra, del circo Fernando, dei bordelli di Saint-Denis, del Moulin Rouge, dei locali da ballo di Montmartre, della galleria Drand-Ruel, del Moulin de la Galette, situato nella Butte Montmartre.
La Butte è la collina più alta della città, gremita di osterie, ristoranti economici, locali in cui si diverte la piccola borghesia e, soprattutto, è sede dei bohémiens, musicisti, scrittori, pittori, insomma, degli intellettuali dell’epoca.
Arte, divertimento, ma anche spiritualità, dato che nella Butte sorge la basilica, in stile neobizantino, del Sacré Coeur (eretta su progetto di Paul Abadie tra il 1870 e il 1914 e voluta da due cattolici facoltosi, i quali, durante la guerra franco-prussiana, fanno voto di costruire una chiesa dedicata al Sacro Cuore di Gesù se la Francia non verrà attaccata dagli oppositori; per questo motivo, su tutte le pietre è impresso il nome del donatore).
La basilica del Sacro Cuore è costruita con una pietra particolare: la Château-Landon, la quale, quando piove, produce la calcina, che la “trasforma”, rendendo l’edificio di un bianco splendente, come se sia stata toccata dalla bacchetta magica di un prestigiatore!
Dopo aver dato un’occhiata veloce alle scenografie del set, ora si passa a conoscere il cast!
La regista ha selezionato alcune comparse ed ora leggiamo i loro curricola, per poi presentare il protagonista.

Personaggio n. 1: Pierre-Auguste Renoir
Nato nel 1841 a Limoges, si trasferisce a Parigi nel 1862, frequenta l’Ecole des Beaux-Arts e, contemporaneamente, lo studio di Gleyre; conosce Sisley, Monet, Bazille e inizia a dipingere “en plein air” nel bosco di Fontainebleau.
Nel 1868 visita spesso il Café Guerbois, incontrando Degas e Manet; l’anno seguente espone al Salon, insieme a Degas, Bazille e Pissarro.
Nel 1870 presta servizio militare nella guerra franco-prussiana e, due anni dopo, il mercante d’arte Durand Ruel gli compra due quadri.
Nel 1874 partecipa alla prima mostra impressionista; dal 1878 al 1880 espone al Salon, senza aderire alla quarta, alla quinta e alla sesta esposizione.
Tra il 1881 e il 1882 compie molti viaggi e rimane affascinato dalla pittura italiana di Pompei e dagli affreschi di Raffaello.
Nel 1883 inizia il “periodo agro”, quella fase in cui la pittura risulta “aigre”, “ingresque” mescolata ai toni cupi del suo animo, in crisi, sentendo, ormai, stretto il legame con l’Impressionismo e questo stadio della pittura renoiriana si conclude nel 1888.
Quelli sono gli anni della relazione tra il pittore ed una modella, Aline Charigot, la quale, nel 1890, diventa sua moglie.
Nel 1892 Durand-Ruel allestisce una grande mostra retrospettiva con centodieci dipinti e, due anni dopo, entra in contatto col mercante d’arte Vollard.
Nel 1898 viene colpito da una malattia reumatica, che si aggiunge alla gotta, la quale lo obbliga, dal 1894, a sottoporsi a cure termali.
Renoir non smette mai di dipingere; infatti, nel 1911, “condannato” dai dolori a stare (viene realmente legato!) sulla sedia a rotelle, si fa annodare, con dei lacci, il pennello alla mano ormai deformata.
Muore nel dicembre del 1919, dopo aver dipinto, a novembre, la sua ultima natura morta con mele.
Renoir è un abilissimo ritrattista; le sue composizioni seguono schemi rigidi, tradizionali, ma evidenziano molta espressività, cogliendo sapientemente i caratteri dei protagonisti; i colori sembrano quasi degli smalti, talmente sono lucenti.
Durante il “periodo agro” manifesta la volontà di conferire rigore alla composizione, sempre con soggetti di vita parigina, dalle atmosfere “modaiole”, eleganti, alto-borghesi e raffinate, rendendo il dipinto in modo obiettivo, reale, al limite dell’oggettività fotografica.
Giochi di luci ed ombre, senza colori che contrastano in modo “rabbioso” fra loro, bensì, le figure “vivono” i dipinti armoniosamente.
Monet e Renoir lavorano a stretto contatto e il secondo, a cui vengono respinti dei quadri dal Salon, produce una serie di opere con soggetti “leggeri”, come, per esempio, passeggiate di coppie abbienti nei boschi, testimoni di un periodo felice della propria esistenza.
Dipinge, oltre ad aspetti naturalistici, vedute urbane e nudi femminili, ripresi dalle Veneri di Tiziano, Ingres, diversi da quelli precedenti, risalenti agli anni Ottanta (i quali prendono spunto dai quadri quattrocenteschi), conferendo maggior importanza all’atmosfera circostante (stoffe, mobili, arredo).
La sua tecnica consiste nell’accostare piccoli tocchi di colore, rendendo la scena
pervasa da una luce non naturale, bensì creata dalle singole pennellate imbevute di toni brillanti.

Personaggio n. 2: Marie Clementine Valadon, conosciuta come Susanne Valadon
Nata nel 1865 e cresciuta in povertà, quindicenne diventa acrobata in un circo, ma, ben presto, lo deve lasciare per sempre a causa di una caduta.
A diciotto anni partorisce il figlio illegittimo Maurice Utrillo.
Susanne ama la vita parigina, i divertimenti, la “trasgressione” dei bohémiens e gli ambienti artististici; infatti diviene la modella di Puvis de Chavannes, Renoir, Toulouse-Lautrec, con i quali ha delle relazioni d’amore. Con quest’ultimo instaura un rapporto tormentoso, ma di grande importanza, dato che è proprio Lautrec a suggerirle di cambiare il proprio nome in Susanne Valadon (“Tu che posi per i vecchi, dovresti chiamarti Suzanne”) e, così, la donna si avvicina alla pittura come autodidatta.
Il suo talento viene scoperto da Zandomeneghi; incontra Bartholomé e Degas, che diviene suo amico e primo compratore dei suoi disegni, col quale instaura una relazione sia sentimentale sia lavorativa.
Nel 1896 Suzanne sposa il funzionario della Banca di Francia Paul Mousis e il loro rapporto dura fino al 1909, dato che l’uomo non ha stili di vita ed abitudini conciliabili con la donna e, poi, la pittrice, si innamora di un artista di ventun anni minore di lei.
Nel 1897 Vollard organizza la prima mostra delle opere di Susanne; nel 1909 espone al Salon d’Automne e nel 1912 al Salon des Indépendetes.
La sua fama cresce e conosce Cezanne, Braque, Picasso e Derain.
La “terribile Marie” (così la chiama Degas) sposa il pittore, amico di suo figlio e molto più giovane di lei, André Utter, il quale le fa conoscere Apollinaire, Max Jacob, André Salmon.
Utter e Valadon si uniscono in matrimonio nel 1914, poco prima dell’arruolamento nell’esercito della Prima Guerra Mondiale del giovane, il loro rapporto è molto passionale, burrascoso, a tratti violento, soprattutto per la presenza del figlio Maurice Utrillo.
La pittrice muore nel 1938 per un colpo apoplettico, mentre sta dipingendo.
Le sue opere sono ricordate per i soggetti ripresi dalla quotidianità, dalla semplicità di una vita fatta di affetti familiari, dell’”essere comune”.
Ritrae bambini, il figlio, nature morte, paesaggi, nudi femminili e se stessa, posando talvolta nuda davanti allo specchio, dato che a Parigi è conosciuta per le sue forme generose e per la pelle rosata, “amata” tanto da Renoir.
Questo senso “casalingo” della sua pittura è evidente anche dai colori caldi (rigorosamente ad olio) e, nei disegni, dalla fermezza ed essenzialità del tratto.

Personaggio n. 3: André Utter
Nasce nel 1886 e muore nel 1948; su di lui si trovano ben poche informazioni, dato che è più conosciuto come commerciante di opere d’arte, piuttosto che come pittore.
Possiede maggior talento per gli affari e per le relazioni “interpersonali”… ma lo si “nota” per merito della sua amicizia con Maurice Utrillo e per il matrimonio con Suzanne Valadon.
Utter e la modella-pittrice si incontrano quando la donna cerca un modello per realizzare un quadro su Adamo ed Eva; inizia, così, la loro storia d’amore, che, per allora, risulta riprovevole, quasi immorale, perché l’uomo è più giovane di lei di ventun anni.
Nel 1914 si sposano; da quel momento Utrillo, Valadon e Utter vivono insieme nell’abitazione di rue Cortot, 12 (il cui precedente affittuario è Emile Bernard), ma ciò che colpisce di più è la “nomina” di “Trinità infernale”, con cui la stampa parigina li “bolla”.
Nello stesso anno Utter compie il servizio militare a Belleville sur Saône; nel 1923 i “simbiotici” pittori comprano una proprietà a Saint Bernard, Valadon e Utter donano al “trio” lo statuto d’adozione di “Spinosiens”.
Forse è proprio in questo periodo che Utter diventa l’”impresario” di famiglia, cioè gestisce il “mercato” delle opere della moglie e dell’amico, ma continua a dipingere.
I soggetti che predilige sono i nudi femminili, soprattutto le pose usuali, semplici, quotidiane, di Suzanne Valadon.
Importante è la serie di illustrazione che esegue per l’opera di Oscar Wilde “Théatre à lire”, del 1925.
Parigi gli deve una veduta di Beaujolais con parte delle terrazze del castello di Saint Bernard.
Utter, durante il suo soggiorno a Saint Bernard, incontra artisti della regione di Lione, facendo loro apprezzare la pittura moderna, come, per esempio, Anne Français, pittrice e decoratrice di teatro.

Il cast è completo!
“Prego! Seguitemi! Ora cominciamo!”.
Ci sono, però, artisti che ho preferito lasciare a… casa, nelle loro confortevoli impaginazioni librarie… ma quelli, che hanno superato il “provino”, vantano un rapporto particolare con il protagonista!
Poche persone, però, vanno a guardare un film senza sapere nemmeno il nome della star… ecco, allora, il biglietto d’ingresso:

Maurice Utrillo e l’ebbrezza dell’arte
Il titolo non permette ai dubbi di diradarsi, ma non buttatelo immediatamente nel cestino, aspettate!
Diamo prima uno sguardo e identifichiamolo, poi, spetta a voi decidere se raggiungere ed entrare sul set oppure se restare seduti e dirigere le vostre ricerche altrove.

Protagonista: Maurice Utrillo
E’ un pittore emblematico dell’arte parigina, un ribelle, alcoolista incallito, completamente ignorato dai suoi contemporanei; vive un’esistenza “romanzata”.
Utrillo è conosciuto innanzitutto per aver incarnato perfettamente gli stereotipi del bohémien, anche se lui stesso non ne è consapevole!
Come può un individuo decidere ciò che la propria esistenza ha da offrirgli?
Non è in grado…
Questi, infatti, è un uomo dalla storia “gossip”, cioè la sua vita (che permette anche alla sua pittura di essere conosciuta) è la saldatura di aneddoti, i quali danno origine ad un artista “mitico”, anzi, che lo autorizzano ad entrare nella cerchia dei “pittori-mito”, singolare, vizioso e anticonformista.
Vive senza rendersi conto delle mode, delle correnti artistiche e il suo modo di essere è spontaneo, colmo di sregolatezze, viene investito dall’alone dei “maledetti”, trascinato via dal vino, avvinghiato alle carnali serate nei bordelli e anche serrato da una inconsolabile disperazione interiore, che diventa visibile attraverso l’espressione artistica.
Prima di entrare nel set, leggiamo il curriculum del protagonista!
Maurica Utrillo nasce a Parigi il 26 dicembre del 1883, da Marie Clementine (Suzanne) Valadon , ragazza-madre, in una Parigi che brulica di arte!
Grazie alle conoscenze della madre, incontra Renoir, Lautrec e Degas, i quali diventano suoi “amici” d’infanzia, dato che Suzanne lo porta nei circoli culturali, nei cafè e negli atelier dei pittori.
Prendendo esempio dai “grandi”, inizia a bere vino all’età di sei anni, ovviamente all’insaputa di Suzanne, che, però, se ne accorge ben presto.
Crescendo, intuisce che la città in cui vive è letteralmente un carnaio di gente, di odori, di colori, che lo portano ad essere a disagio in mezzo alle persone.
A scuola non mostra impegno o grandi qualità e la madre decide di assegnargli un’insegnante privata, ma tale tentativo fallisce.
Il motivo è che il giovane risente della vita sregolata di Suzanne, che porta a casa i suoi numerosi amanti, lasciandolo sempre in compagnia della nonna Madeleine.
Nel 1891 viene adottato legalmente dal giornalista spagnolo Miguel Utrillo, conosciuto dalla donna in un cafè, il quale capisce che questa è indecisa sull’identità del padre del ragazzo (Degas o Renoir?).
Maurice Utrillo si ubriaca continuamente e, così, iniziano le crisi, rendendolo sempre più debole ed, intanto, cresce in lui il desiderio di andarsene da casa. Tale sogno si realizza: privo di una meta, ma sostenuto dalle “braccia” forti di una bottiglia di vino.
Il dodicenne Utrillo dà avvio alla fase del cognac e a quella dell’absinthe e il compagno di sua madre, Paul Mousis, gli trova un lavoro presso il Credit Lyonnais.
Il nuovo impiego non lo distrae dal vizio dell’alcool e, in un café, conosce la prostituta Babette, con cui beve in “modo disinvolto” ed instaura la sua prima relazione, non proprio d’amore…
Nel 1896 madre e figlio vanno a vivere in rue Cortot, 12, rinomata via parigina e riconosciuta come “une pépinière d’artistes”, questo fabbricato, diventato museo, “ospita” un gran numero di artisti. Il primo proprietario è l’attore della compagnia di Molière, Claude de La Roze, sieur de Rosimond (1645-1673) , ma è nella seconda metà dell’Ottocento che vi “affluiscono” gli artisti, infatti, Renoir affitta una parte dell’edificio nel 1876, il quale diventa il suo atelier per lavorare al celebre dipinto “Le Moulin de la Galette”. Nel 1896 si sistemano al primo piano Valadon insieme ad Utrillo e, nel 1900, alloggia il pittore ed incisore greco Demetrois Galanis (1879-1966).
Nel 1901 Maurice viene ricoverato, per la prima volta, nell’ospedale di Sainte Anne per essere disintossicato dall’alcool, il medico propone a Suzanne di trovare il modo per distrarlo dal suo vizio e di non vivere più nella caotica Parigi; così si trasferiscono in campagna.
La madre suggerisce al figlio una cura miracolosa: la pittura.
In principio il ragazzo si rifiuta, ma, con l’insistenza della donna, comincia a dipingere ciò che si trova nella sua stanza e fuori dalla finestra della casa in campagna, ovviamente, sempre accompagnato da sorsate di cognac.
Beve e colora, delira e si sporca di vernice; bestemmia e accarezza col pennello la tela: questo è il pittore Maurice Utrillo!
Nel 1903 si trasferisce, nuovamente, sulla Butte in rue Cortot, dato che si sente un uomo di città… sempre mantenuto dalla madre.
Il suo studio è modesto e si affaccia sull’ultima vigna rimasta a Montmartre; si intravedono il Sacro Cuore e la strada che porta al Moulin de la Galette.
Conosce Matisse, Braque, Derain, Dufy, Vlaminck, van Dongen e non dimentica l’alcool.
Nel 1904 “scopre” la malta per intonaco, che mescola con i pigmenti dei colori, conferendo alla pittura effetti rigidi, ma estremamente intensi e lascia come “senza pelle” il suo desiderio irrefrenabile ed emozionante di dipingere!
Da questo momento Utrillo incomincia a creare opere e ogni sorso di cognac è come una pennellata; ma non è soltanto una similitudine, pare che sia davvero la realtà!
Viene di nuovo soccorso da Suzanne e riportato nella casa in campagna.
Ritornato a Parigi incontra il pittore (le fonti affermano molto affascinante!) André Utter, esteta e “seguace” di una “moda” parigina: inalare l’etere.
In breve tempo diventa amico di Utrillo e compagno di sbornie.
Nel 1906 al “duo” si aggiunge Amedeo Modigliani e i tre partecipano a tante feste di intellettuali, sempre con bottiglie in mano e donne a seguito, ma continuando a dipingere intensamente, forse, però, in un modo più sregolato rispetto al passato.
E’ importante da ricordare che Utter diventa il compagno della Valadon.
Nel 1909 Utrillo espone al Salon d’Automne tre quadri e vuole iscriversi alla Scuola di Belle Arti, ma la sua richiesta di ammissione viene respinta e le uniche sue consolazioni sono l’alcool e la pittura dai bianchi di zinco sempre più corposi e mescolati a cemento e ad intonaco.
Il 1910 è rilevante, perché è il primo anno in cui Utrillo firma un suo quadro con “Maurice Utrillo V.” dato che, precedentemente, usa soltanto il cognome della madre ed è anche il periodo della svolta decisiva per la sua pittura.
I critici d’arte Francis Jourdain e Elie Faure “scoprono” alcuni dipinti di Utrillo in una piccola e sconosciuta galleria di un ex mercante di cavalli, Libadue: da quel giorno si estende la fama del pittore come “artista di Parigi”.
Utrillo viene di nuovo ricoverato e successivamente si fidanza con la modella Gaby la Brunette, che, però, non lo sposa.
Il periodo, che intercorre tra il 1909 e il 1914, è uno fra i più importanti per la sua arte, denominato dai critici “periodo bianco”.
I quadri, precedenti a tale fase, possiedono come soggetti i muri, i bistrot, il Sacro Cuore e gli altri scenari dei suoi vagabondaggi da ubriaco; nelle opere è presente molto rigore formale, razionale simmetria, paragonabili quasi ad un’inquadratura cinematografica, anzi, ad una cartolina ingiallita ottocentesca.
Si passa dai verdi spenti ai rossi intensi e ai bianchi di zinco dei muri e dei café.
I dipinti del “periodo bianco” hanno come “protagonisti”, in primo piano e non più sullo sfondo, le cattedrali, le chiese, i monumenti architettonici e i palazzi parigini.
Gli anni di guerra sconvolgono il pittore, ma sono estremamente fertili per la sua produzione artistica, infatti, in quei quattro anni, dipinge più di mille quadri.
Nel dicembre del 1919 muore Renoir, è l’anno del primo riconoscimento pubblico dei quadri del “periodo bianco” in molte mostre, in numerosi e favorevoli articoli critici.
Muore l’amico Modigliani: Utrillo entra in crisi depressiva e la sua unica cura, capace di sanare il dolore, è l’alcool.
In quegli anni Utter diventa il manager di Utrillo, riuscendo a stipulare un contratto con il proprietario della galleria Bernheim-Jeune, per la vendita della futura produzione di Valadon e figlio, garantendo loro un’entrata annua di un milione di franchi, che, nel 1923 viene esposta al pubblico.
Utrillo, dopo il grande successo della mostra, preferisce ancora il cafè di Cesar Gay e, nel 1924, tenta di suicidarsi.
Susanne Valadon lo porta in un castello vicino a Lione e lì riesce a recuperare la salute, per merito delle cure della madre.
La “Trinità infernale” ritorna a Parigi, ma, in seguito a liti furibonde e violente, Utter, nel ’27 (circa), lascia Suzanne Valadon.
Nel 1929 Utrillo è insignito della croce della Legion d’Onore.
Sei anni dopo c’è una data rilevante per il pittore: si sposa con Lucie Pauwels, vedova, stabilendosi nel quartiere elegante dei sobborghi parigini.
L’anno più tristemente importante è il 1938: muore Suzanne Valadon.
Dieci anni dopo viene organizzata l’esposizione retrospettiva di Utrillo nel Salon d’Automne e, non abbandonando mai la pittura, nel 1955 muore a settantadue anni, lasciando i contemporanei perplessi per la sua longevità, nonostante le sregolatezze e gli eccessi della sua vita.

Abbiamo dato un’identità al signor Maurice Utrillo, ma non dobbiamo catalogarlo come “pittore ubriaco di cognac”, bensì “pittore ebbro di arte”!
Il “curriculum vitae”, appena letto, è privo di un elemento, cioè degli “allegati”, o meglio, della consueta cartelletta di cartone, che contiene alcune opere del “candidato”, appunto dell’artista.
Voi spettatori, sedetevi un attimo…anzi, alzatevi dalla sedia, spalancate la finestra, respirate l’aria spiacevole dell’inquinata quotidianità cittadina e, coi polmoni pieni di grigiore, ritornate alla posizione precedente!
Adesso, però, non appoggiatevi più allo schienale di una moderna sedia di design in acciaio e in pelle nera, bensì venite con me su una panchina in ferro battuto nella Butte di Montmartre.
Bienvenue!”!
Respiriamo il profumo di Parigi, riempiamoci gli occhi dei “cieli bigi” e dei “mille comignoli” (sì, proprio quelli cari a Puccini!), poi raggiungiamo una mansarda di “Rue de la Jonquière”.

Rue de la Jonquière, 1909 circa
olio su cartone
cm 58 x 79
Collezione Alex L. Hillman, New York

1909: anno (il sesto dall’inizio della sua attività) importantissimo per l’artista, dato che il suo stile si identifica e rimane inconfondibile, dal momento in cui i critici lo marchiano col nome di “periodo bianco”.
Questo scorcio ottocentesco (Utrillo utilizza immagini, ricordi e cartoline come spunto per le sue opere) è talmente vivo e reale da produrre un sottofondo musicale, non un “Requiem” mozartiano, bensì un assolo di un violinista sconosciuto, che suona in strada.
Forse è proprio questa la capacità emozionale di un quadro di Utrillo: coglie l’intima desolazione di una metropoli, popolosa e sede nevralgica di divertimenti, con sguardi austeri, schivi, fermamente composti, palesando sulla tela (in questo caso, sul cartone) il senso malinconico della sua esistenza.
Il pittore vive di pennellate, di colori, della quotidianità essenziale, senza desiderare agiatezze o lussi tipici della moda dandy.
Se Pissarro predilige la folla del centro città, le strade ampie e visibilmente affollate da gente e da automobili, come, per esempio, nell’opera “Boulevard des Italiens”, Utrillo si orienta verso le umili e strette vie parigine, prive di visitatori e di caos.
Mi sembra che il pittore incarni il senso dell’”urbanicità” marginale, cioè lo squallore dei quartieri poveri, dove si percepiscono sospiri desolati, lacrime inghiottite per sopravvivere e, tutto ciò, diventa il soggetto del dipinto, più ancora del “protagonista” effettivo, come, in questo caso, in “Rue de la Jonquière”.
La sequenza della rigidezza dei palazzi simula quasi la monotonia delle vite semplici, piatte e grigie, anzi, bianche.
Tale tinta mette in luce l’estrema malinconia dell’ambiente; mi sembra di vedere Utrillo “costruire” quegli edifici, infatti usa i colori ad olio uniti al gesso e agli stessi materiali di ciò che ritrae.
A sinistra c’è la stretta rue, che sembra condurre le automobili e le persone verso la “fuga” prospettica e, forse, ad un’evasione personale, tutti sono già in posizione con le spalle rivolte all’osservatore…

Ora proseguiamo; lasciamo che Utrillo beva l’ultimo bicchiere di cognac e firmi la sua opera, perché noi dobbiamo andare al Château des Brouillards, chiamato “castello delle nebbie”, in cui vive il celebre Renoir.

Il giardino di Renoir, 1909-1910
olio su tela
cm 55 x 81
Collezione Gregoire Tarnapol, New York

Nella grande casa, a destra, abita, per numerosi anni, Renoir insieme alla sua famiglia; all’epoca, quel luogo, è aperta campagna, attualmente è parte integrante della città.
Sullo sfondo si erge la cupola del Sacro Cuore, anche se non è totalmente nascosta dai rami di un albero, perché è al centro della composizione; qui, infatti, la struttura è regolare, i piani sono ben definiti e nulla si frappone violentemente tra la scansione dei vari livelli, costituiti dalle abitazioni, che occupano il centro del dipinto.
Il Sacré Coeur si staglia sul cielo azzurro grigio, conferendo alla chiesa imponenza; può apparire una “sovrana celeste”, perché è una costruzione solenne, ma delude Utrillo, perché non è che una riproduzione romanico-bizantina, perciò, lui la considera falsa, anche se, nella sua contraddittorietà, lo affascina.

Ultima occhiata ai bianchi corposi e, per favore, niente idee strane… non c’è tempo di arrampicarsi su quegli alberi fusiformi; dobbiamo andare a visitare dei luoghi religiosi.
Un momento, però! Passeggiando per le vie della Butte, si incontrano tanti bar, ristoranti e bistro, come quello raffigurato nel quadro “Bistro di sobborgo”.

Bistro di sobborgo, 1910 (circa)
olio su tela
cm 54 x 65
Collezione Mr. e Mrs. Peter A. Rubel, New York

Questo è il quadro che può descrivere la vita di Utrillo, fino al periodo della notorietà.
Il pittore è un derelitto ubriaco, che vaga per i sobborghi parigini, emarginato dalla società, solo, attraverso le squallide rues di periferia.
Il termine “Utrillo de bistro” viene coniato dai mercanti d’arte per i dipinti di dimensioni ridotte, eseguiti nei cafè, pagati con bottiglie di vino mediocre.
La composizione è regolare, lineare, ma priva di personaggi; ad un primo e disattento sguardo, sembra che il quadro non necessiti dello spettatore, cioè che il suo ruolo sia quello di stare dentro ad una “cornicetta” da quattro soldi.
Non si può ricercare qualcosa di particolare apprezzabilità, perché è un esempio di semplicità e di compostezza delle forme, che testimonia la personalità di Utrillo.
Non esistono messaggi nascosti o denunce celate verso un qualcuno; c’è solo la desolazione di un’esistenza amara e avvilente.

Andiamocene da qui; dobbiamo raggiungere un altro luogo, per niente profano: “Notre-Dame de Clignancourt”.

Notre-Dame de Clignancourt, 1912
olio su tela
cm 61 x 81
Collezione Mrs. Camille Dreyfus, New York

Utrillo, credente, dipinge numerose chiese francesi sia modeste sia di grandi dimensioni, come le cattedrali; ma quella presa in considerazione, risalente al XIX secolo, viene raffigurata più volte e da differenti angolazioni.
Qui le strade sono rivestite di neve e lo spettatore è posto nella Place Jules Joffrin, con, a sinistra, la Rue du Mont Cènis e, a destra, la Rue Hermel.
Utrillo ci mostra il suo spirito di umiltà, di fragilità rispetto alla costruzione, le cui caratteristiche appaiono la solidità, la stabilità, la durata nel tempo.
La composizione è scandita da regolarità, da compostezza, quasi a rendere omaggio alla religiosità di quel luogo, e, inoltre, da un impianto chiaro e fermo.
Non si può affermare che sia un quadro monotono, però, il bianco di zinco e la calcina costituiscono le fondamenta per l’intera opera, paragonabili a quelle su cui si appoggia la chiesa, caratteristiche della fase più fertile del “periodo bianco”.
Qualcuno si chiederà: “Come può un alcoolizzato dipingere in modo così equilibrato senza utilizzare colori violenti?”.
Potrei rispondere che il genio di Utrillo è come sdoppiato, la sua quotidianità sregolata è divisa e non interferisce con la produzione pittorica.
Vi domanderete ancora: “La pittura, per questo artista, non è una cura?”.
Sì, all’inizio funziona come una medicina (forse non immediatamente granché digeribile), ma in seguito diventa una parte della sua giornata, la sua voce, il suo canto, il suo “perché?” esistenziale!
Allora: “Non si può definire salvatrice?”
Lo è nei primi anni, ma, ormai, la sua pittura sorpassa “quel periodo”; ora è parte integrante del suo essere, della sua anima e del suo corpo, perché è soltanto “sua” e nessuno deve imporgliela più!
Utrillo non consente alle sue angosce, ai suoi tormenti laceranti, alle sue insicurezze, di “nuocere” ai soggetti dei suoi dipinti e, soprattutto, alla meticolosità equilibrata delle composizioni.

Sacrè-Coeur de Montmartre e passage cottin, 1934
guazzo su cartone
cm 63 x 48
Collezione William P. Seligman, New York

Questo è un dipinto eseguito a guazzo, dai colori opachi, stemperati nell’acqua insieme alla colla, ed appartenente al cosiddetto “periodo del colore”.
C’è da precisare che il bianco non è più il soggetto del quadro, come nel precedente “periodo bianco”, anche se prevale, ma ciò sta a significare che la scena raffigurata è invernale.
L’opera rientra nella serie di quella fase in cui le piccole figure umane vengono individuate con macchie di colore, povere e vuote di personalità, ma “colme” di solitudine.
Contrariamente ai quadri precedenti, questo possiede una maggiore “comunicabilità” ed una minore carica emozionale; cioè la prima peculiarità vuol dire che tutta la composizione evidenzia delicatezza e tranquilla precisione nel segno, mentre la seconda, permette al disegno di assumere, un’importanza notevole, riuscendo a trasmettere all’osservatore sensazioni gradevoli, ma “effimere”, poco durevoli, come la neve!
In seguito al sorriso iniziale dello spettatore, sopraggiunge poi un altro sorriso: amaro, perché l’opera sembra ovattata da un alone fiacco, sfuggevole e quasi “sfibrato”…indebolito dalla vita.
Si intuisce proprio tale condizione: le persone passeggiano per strada, mostrandoci la schiena, sono figure prive di pupille, denti, ma si possono immaginare…occhi spenti, sorrisi con gli angoli della bocca rivolti a terra e cuori inariditi.
Appaiono eterei ed incapaci di lasciare sulla neve impronte; chissà se alla fine del loro percorso riusciranno a trovare un conforto in grado di occupare e movimentare quel loro senso di isolamento?
Credo proprio di no… Utrillo, però, prova un leggero sollievo, guardando da lontano la chiesa del Sacro Cuore; proviamo anche noi a darle un’occhiata…

Sacrè-Coeur de Montmartre e des Brouillard, 1934
olio di Château su tela di canapa
Museo di Arte, São Paolo

Arriviamo fino al 1949 e raggiungiamo la parte di Montmartre “dedicata” ai mulini a vento.

Mulini a vento di Montmartre, 1949
olio su tela
Collezione Dr. E Mrs. Harry Bakwin, New York

I mulini svettano sulla strada, che si restringe e le persone anonime assumono sagome morbide, ma senza età…
Pennellate di verdi, di rosa, di bianco, che non è più l’esclusivo motivo dell’attenzione dell’osservatore, bensì diviene il denominatore comune dell’intera opera, perché lega il lietmotiv della scena del quadro.
Non so di preciso cosa il genio di Utrillo abbia voluto imprimere sulla tela, non conosco gli stati d’animo, quando sta di fronte al cavalletto, però, riesco a percepire la sua passione emotiva.
Sembra di cogliere il “venticello” prodotto dai mulini ed essere trascinati sulla stradina, non è una brezza dolce e gradevole e neanche satura di amarezza e crudeltà, bensì assomiglia ad una sorta di debole fiato… sì, proprio quello del genio di Utrillo, che non si annulla nemmeno con l’alcool.
Derain afferma: “Si può discutere, ma nelle sue tele si incontra sempre il miracolo” e io aggiungerei che rimane cristallizzato nel tempo, cioè tale magia- prodigio è unica e intatta rispetto alle mode novecentesche parigine e al gusto contemporaneo.
Quindi… un “miracolo”!
Piuttosto… un incanto per chi guarda le opere di Utrillo!
Adesso, ormai totalmente presi da questo incantesimo, giriamo lentamente il capo, per salutare ciò che ci stiamo per lasciare alle spalle: uno spettacolo d’altri tempi, una Parigi “lattea”, corposa di gesso bianchissimo ed un pittore diventato ricco, dopo aver “vestito” l’invisibilità, per parecchio tempo, da parte dei suoi contemporanei e, ancora oggi, tanti non lo considerano e non lo conoscono.
Lo lasciano in disparte, non si accorgono di lui nelle discussioni, perché Utrillo non fa dell’Impressionismo un mito, ma dà voce alla sensibilità di chi passa per le rues parigine.
Il “miracolo” diventa poesia, che declama a bassa voce e ad occhi chiusi, riuscendo a cogliere ciò che raramente i viandanti scorgono, ma, soprattutto, quello che il nostro animo non è abituato a percepire e, cioè, le seducenti visioni periferiche di Parigi.
E’ proprio con una di queste vedute che vi accompagno all’uscita del set!
Au revoir!

Scena di strada, 1925 circa
olio su tela
Museum of Fine Arts, Boston



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