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LA MENTE? SI E' ALLARGATA tratto da "Avvenire" del 6 Ottobre 2001
autore Andrea Lavazza

Due ricercatori italiani propongono una rivoluzionaria teoria "metafisica" per il cervello. La scienza contemporanea ha un problema: la mente. Molti misteri si diradano - dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande - ma possediamo scarse e incerte conoscenze su come sia possibile che un sistema fisico (il cervello) possa produrre quell'insieme di fenomeni che corrispondono alla nostra esperienza cosciente. Non solo, la scienza non sa neppure che cosa siano tali fenomeni. A tal punto che la coscienza era stata trascurata dalla ricerca, intrattabile com'è dal metodo oggettivo-sperimentale. E se oggi si manifesta un risveglio di interesse, sembrano prevalere gli orientamenti che portano diretti all'"eliminazione" del mentale. La descrizione neurobiologica dovrà sostituire quella ordinaria, per cui non si dirà più - ad esempio -: "Ho voglia di guardare la tv", piuttosto, e più correttamente, "i miei neuroni XYZ sono nello stato di eccitazione ABC".
Ma se è vero che molte recenti scoperte mostrano un forte carattere contrintuitivo, nel caso della mente il "senso comune" oppone una valida resistenza. Vediamo erba verde, gustiamo miele dolce , soffriamo di mal di denti. E sebbene siano esperienze qualitative, soggettive e private, sono egualmente certe in quanto letteralmente "incorreggibili". E con esse dobbiamo fare i conti. Per non parlare delle rappresentazioni: come fa il nostro cervello, chiuso nel buio della scatola cranica, a "produrre figure interne" del mondo esterno? Qual è il legame che li unisce, perché necessariamente qualche tipo di legame deve sussistere?
Le soluzioni sono due: il dualismo alla Cartesio (c'è la res extensa, la materia, e la res cogitans, la mente) e il materialismo oggettivo riduzionista (ci sono solo particelle in campi di forza, tutto il resto, seppure esiste, va spiegato a partire da esse). Nella scienza e nella filosofia contemporanea i dualisti, ancorché più raffinati di Descartes, sono mosche bianche (Popper, Eccles, Swinburne), mentre tutti gli altri, con mille opzioni, anche antitetiche, rimangono nel campo monista.
Riccardo Manzotti e Vincenzo Tagliasco, due bioingegneri dell'università di Genova dotati di spiccata sensibilità speculativa, hanno appena pubblicato un'opera (Coscienza e realtà, il Mulino, pagine 595, lire 70.000) che vuole rimettere a tema il problema della coscienza attraverso un paradigma totalmente nuovo, che superi l'alternativa dualismo-riduzionismo.
Il loro approccio prende terribilmente sul serio ciò che dice il senso comune e si dà l'obiettivo di risolvere i dilemmi della mente grazie alla proposta di una diversa lettura ontologica della realtà. Il solo tentativo ha fatto arricciare il naso alla comunità accademica che, se non ha proprio osteggiato la pubblicazione, certamente ha consigliato prudenza all'editore il quale, nella scelta della collana, nel sottotitolo, nella quarta di copertina e nella promozione, l'ha "mimetizzato" come studio di intelligenza artificiale e robotica, stante anche l'appartenenza accademica degli autori.
In realtà si tratta di un ambizioso, e convincente, sforzo per rifondare la filosofia della mente su basi assai distanti dal materialismo oggettivo riduzionista il quale, come efficacemente argomentano Manzotti e Tagliasco, fallisce nel compito di spiegare la mente cosciente. Si tratta di un superempirismo ben dentro l'orizzonte scientifico, che tuttavia pare abbia suscitato, almeno in Italia, l'imbarazzo, se non il fastidio, dei "galileiani ortodossi", sospettosi di ogni teoria che dia spazio alla dimensione soggettiva, qualitativa e personalistica.
La proposta di Manzotti e Tagliasco ruota attorno alla constatazione che "tre sono le manifestazioni fondamentali delle realtà: l'esistenza, la rappresentazione e la relazione-con". E "la realtà è il supporto ontologico delle sue tre manifestazioni (fondamento di ontologia, fenomenologia ed epistemologia nella tradizione del pensiero occidentale)... Parimenti ogni manifestazione della realtà è contemporaneamente esistenza, rappresentazione e relazione-con". Secondo gli autori, a un livello elementare niente può essere definito in modo comprensibile come privo di una di queste categorie: non esistono esempi di presenza pura di alcuna di esse e pertanto non ha senso immaginarle come proprietà/categorie elementari e diverse.
Di qui l'ipotesi che vi sia un unico costituente elementare della realtà, denominato onfene (nome femminile indeclinabile, composto dalle abbreviazioni di ontologia, fenomenologia ed epistemologia). A sottolinearne la "natura relazionale", tale costituente, che tende all'altro da sé, viene anche denominato relazione intenzionale, il cui dominio è quello dell'intenzionalità, ovvero del "principio fondante delle realtà così come ne facciamo esperienza". Dalle onfene derivano gli eventi, ossia "qualsiasi cosa senza la quale la realtà sarebbe diversa".
Decisiva è la nozione di evento critico, che è il contenuto della relazione intenzionale. Si tratta della causa prima e necessaria di una qualunque catena causale: "per esempio, un oggetto è di fronte a noi. Perché la percezione non ci rende coscienti degli eventi intermedi (neurali e fisici) e degli eventi precedenti all'oggetto che stiamo guardando? Il motivo è che soltanto la presenza di quell'oggetto e le sue proprietà costituiscono eventi critici per gli stati mentali attivati attraverso i miei sensi. Le mie relazioni intenzionali (od onfene), perciò, hanno per contenuto quell'oggetto e non altro". Il principio di unificazione, poi, istituisce un nuovo significato nella relazione intenzionale a partire dalla pluralità di eventi che ne costituiscono l'evento critico. "La relazione intenzionale unifica la realtà essendo la portatrice dell'essere in tutti i suoi antecedenti (che ne sono essenza e causa formale)".
Si arriva così alla Tma (la Teoria della Mente Allargata), per la quale oggettivo e soggettivo sono categorie ontologiche e la soggettività è la dimensione essenziale del mondo. Il significato nasce quando un'esperienza ha per contenuto una relazione fra due eventi e quando esiste essa stessa come evento. L'essenza della coscienza, quindi della mente, consiste nel suo essere una rappresentazione unitaria della molteplicità dell'esperienza. Il soggetto è un insieme di onfene unificate da una particolare relazione intenzionale, la quale si proietta verso un solo evento che costituisce il Principio dell'Io, o semplicemente l'Io che, a sua volta, oggettivato come contenuto di un'altra onfene, diverrà il sé. La mente, perciò, non è mai uno stato della materia, una configurazione di un sistema, bensì un processo, un evento nel suo accadere. Il soggetto uomo è ciò che riesce a unificare un enorme mole di relazioni intenzionali.
La sfida degli autori, l'esperimento cruciale per corroborare il loro nuovo paradigma, è rivolta ora verso i robot. Se si potrà riprodurre in un artefatto l'unificazione intenzionale di un numero sufficiente elevato di onfene significative, avremo una "coscienza artificiale". Un automa che dirà "Io", come immaginava Asimov nel famoso romanzo, e come sogna Tagliasco dal 1964, quando lo lesse per la prima volta. E, forse, allora, un altro mistero ci spalancherà le sue porte.

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