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Due ricercatori italiani propongono una rivoluzionaria
teoria "metafisica" per il cervello. La scienza contemporanea ha un problema: la mente. Molti
misteri si diradano - dall'infinitamente piccolo all'infinitamente
grande - ma possediamo scarse e incerte conoscenze su
come sia possibile che un sistema fisico (il cervello)
possa produrre quell'insieme di fenomeni che corrispondono
alla nostra esperienza cosciente. Non solo, la scienza
non sa neppure che cosa siano tali fenomeni. A tal punto
che la coscienza era stata trascurata dalla ricerca, intrattabile
com'è dal metodo oggettivo-sperimentale. E se oggi
si manifesta un risveglio di interesse, sembrano prevalere
gli orientamenti che portano diretti all'"eliminazione"
del mentale. La descrizione neurobiologica dovrà
sostituire quella ordinaria, per cui non si dirà
più - ad esempio -: "Ho voglia di guardare
la tv", piuttosto, e più correttamente, "i
miei neuroni XYZ sono nello stato di eccitazione ABC".
Ma se è vero che molte recenti scoperte mostrano
un forte carattere contrintuitivo, nel caso della mente
il "senso comune" oppone una valida resistenza.
Vediamo erba verde, gustiamo miele dolce , soffriamo di
mal di denti. E sebbene siano esperienze qualitative,
soggettive e private, sono egualmente certe in quanto
letteralmente "incorreggibili". E con esse dobbiamo
fare i conti. Per non parlare delle rappresentazioni:
come fa il nostro cervello, chiuso nel buio della scatola
cranica, a "produrre figure interne" del mondo
esterno? Qual è il legame che li unisce, perché
necessariamente qualche tipo di legame deve sussistere?
Le soluzioni sono due: il dualismo alla Cartesio (c'è
la res extensa, la materia, e la res cogitans, la mente)
e il materialismo oggettivo riduzionista (ci sono solo
particelle in campi di forza, tutto il resto, seppure
esiste, va spiegato a partire da esse). Nella scienza
e nella filosofia contemporanea i dualisti, ancorché
più raffinati di Descartes, sono mosche bianche
(Popper, Eccles, Swinburne), mentre tutti gli altri, con
mille opzioni, anche antitetiche, rimangono nel campo
monista. Riccardo Manzotti e Vincenzo Tagliasco, due bioingegneri
dell'università di Genova dotati di spiccata sensibilità
speculativa, hanno appena pubblicato un'opera (Coscienza
e realtà, il Mulino, pagine 595, lire 70.000) che
vuole rimettere a tema il problema della coscienza attraverso
un paradigma totalmente nuovo, che superi l'alternativa
dualismo-riduzionismo. Il loro approccio prende terribilmente sul serio ciò
che dice il senso comune e si dà l'obiettivo di
risolvere i dilemmi della mente grazie alla proposta di
una diversa lettura ontologica della realtà. Il
solo tentativo ha fatto arricciare il naso alla comunità
accademica che, se non ha proprio osteggiato la pubblicazione,
certamente ha consigliato prudenza all'editore il quale,
nella scelta della collana, nel sottotitolo, nella quarta
di copertina e nella promozione, l'ha "mimetizzato"
come studio di intelligenza artificiale e robotica, stante
anche l'appartenenza accademica degli autori. In realtà si tratta di un ambizioso, e convincente,
sforzo per rifondare la filosofia della mente su basi
assai distanti dal materialismo oggettivo riduzionista
il quale, come efficacemente argomentano Manzotti e Tagliasco,
fallisce nel compito di spiegare la mente cosciente. Si
tratta di un superempirismo ben dentro l'orizzonte scientifico,
che tuttavia pare abbia suscitato, almeno in Italia, l'imbarazzo,
se non il fastidio, dei "galileiani ortodossi",
sospettosi di ogni teoria che dia spazio alla dimensione
soggettiva, qualitativa e personalistica. La proposta di Manzotti e Tagliasco ruota attorno alla
constatazione che "tre sono le manifestazioni fondamentali
delle realtà: l'esistenza, la rappresentazione
e la relazione-con". E "la realtà è
il supporto ontologico delle sue tre manifestazioni (fondamento
di ontologia, fenomenologia ed epistemologia nella tradizione
del pensiero occidentale)... Parimenti ogni manifestazione
della realtà è contemporaneamente esistenza,
rappresentazione e relazione-con". Secondo gli autori,
a un livello elementare niente può essere definito
in modo comprensibile come privo di una di queste categorie:
non esistono esempi di presenza pura di alcuna di esse
e pertanto non ha senso immaginarle come proprietà/categorie
elementari e diverse. Di qui l'ipotesi che vi sia un unico costituente elementare
della realtà, denominato onfene (nome femminile
indeclinabile, composto dalle abbreviazioni di ontologia,
fenomenologia ed epistemologia). A sottolinearne la "natura
relazionale", tale costituente, che tende all'altro
da sé, viene anche denominato relazione intenzionale,
il cui dominio è quello dell'intenzionalità,
ovvero del "principio fondante delle realtà
così come ne facciamo esperienza". Dalle onfene
derivano gli eventi, ossia "qualsiasi cosa senza
la quale la realtà sarebbe diversa". Decisiva è la nozione di evento critico, che è
il contenuto della relazione intenzionale. Si tratta della
causa prima e necessaria di una qualunque catena causale:
"per esempio, un oggetto è di fronte a noi.
Perché la percezione non ci rende coscienti degli
eventi intermedi (neurali e fisici) e degli eventi precedenti
all'oggetto che stiamo guardando? Il motivo è che
soltanto la presenza di quell'oggetto e le sue proprietà
costituiscono eventi critici per gli stati mentali attivati
attraverso i miei sensi. Le mie relazioni intenzionali
(od onfene), perciò, hanno per contenuto quell'oggetto
e non altro". Il principio di unificazione, poi,
istituisce un nuovo significato nella relazione intenzionale
a partire dalla pluralità di eventi che ne costituiscono
l'evento critico. "La relazione intenzionale unifica
la realtà essendo la portatrice dell'essere in
tutti i suoi antecedenti (che ne sono essenza e causa
formale)". Si arriva così alla Tma (la Teoria della Mente
Allargata), per la quale oggettivo e soggettivo sono categorie
ontologiche e la soggettività è la dimensione
essenziale del mondo. Il significato nasce quando un'esperienza
ha per contenuto una relazione fra due eventi e quando
esiste essa stessa come evento. L'essenza della coscienza,
quindi della mente, consiste nel suo essere una rappresentazione
unitaria della molteplicità dell'esperienza. Il
soggetto è un insieme di onfene unificate da una
particolare relazione intenzionale, la quale si proietta
verso un solo evento che costituisce il Principio dell'Io,
o semplicemente l'Io che, a sua volta, oggettivato come
contenuto di un'altra onfene, diverrà il sé.
La mente, perciò, non è mai uno stato della
materia, una configurazione di un sistema, bensì
un processo, un evento nel suo accadere. Il soggetto uomo
è ciò che riesce a unificare un enorme mole
di relazioni intenzionali. La sfida degli autori, l'esperimento cruciale per corroborare
il loro nuovo paradigma, è rivolta ora verso i
robot. Se si potrà riprodurre in un artefatto l'unificazione
intenzionale di un numero sufficiente elevato di onfene
significative, avremo una "coscienza artificiale".
Un automa che dirà "Io", come immaginava
Asimov nel famoso romanzo, e come sogna Tagliasco dal
1964, quando lo lesse per la prima volta. E, forse, allora,
un altro mistero ci spalancherà le sue porte.
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