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Io sto con i Verdi
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INGEGNERIA DELLA COSCIENZA |
di R.Manzotti, V.Tagliasco |
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L’anno 2000 sarà ricordato come l’anno che ha rappresentato la
transizione tra due millenni, l’anno del Giubileo, l’anno in cui è stata
proposta ufficialmente la mappa del genoma umano, ma pochi lo
ricorderanno come il cinquantesimo anniversario della pubblicazione del
libro Io, robot di Isaac Asimov. Eppure questo libro di fantascienza,
pubblicato due anni dopo il testo Cibernetica in cui Norbert Wiener
introduce il termine ‘ciber’ (cyber), molto usato nelle ultime due decadi del
secolo XX, trattava la tematica della coscienza, o meglio della
consapevolezza, attraverso il confronto tra la coscienza di un essere
umano, la psicologa Susan Calvin, ed esseri artificiali coscienti (non
biologici). Dagli anni Cinquanta, da quando i primi calcolatori
cominciarono a essere chiamati cervelli elettronici, intere generazioni di
ricercatori e di visionari vissero nella malcelata speranza di poter dare
una coscienza a un ammasso di valvole termoioniche e successivamente di
silicio, così come i robot Asimoviani avevano la consapevolezza di esistere
in una «spugna di platino iridio, che gli stessi costruttori non sapevano
bene come funzionasse». Purtroppo alcuni ricercatori di allora sono già
scomparsi senza veder realizzati i loro sogni giovanili, altri hanno perso la
speranza, altri ancora si sono convinti dell’impossibilità del sogno. Eppure
la conoscenza dei meccanismi alla base della coscienza costituisce un tema
della portata della mappatura del DNA, anche se, non sono state ancora
delineate con sicurezza le aree di mercato e di applicazione. Il che, al
giorno d’oggi, significa carenza di risorse e di impegno progettuale nel
settore. Tuttavia questo anno 2000 potrebbe rappresentare una data
significativa anche per questo settore che è legato a uno dei grandi temi
che hanno affascinato l’essere umano: «Chi siamo?» e che ha avuto solo
nelle religioni e nei filosofi analisi e studi di grandissimo interesse. Quale
è stato l’evento? Su Nature Neuroscience, una rivista apprezzata dalla
comunità scientifica internazionale, del mese di agosto, nell’editoriale si
sostiene che esiste «un consenso crescente, tra i neuroscienziati, sul fatto
che il problema [della coscienza] possa essere studiato sperimentalmente».
Quindi in questo ultimo scorcio del Duemila - anche in
previsione delle manifestazioni che verranno fatte il
prossimo anno in occasione dell’ovvia ricorrenza del film
2001: odissea nello spazio – riteniamo opportuno che Media
Duemila (da sempre interessata all’evoluzione dalla selce
al silicio) si occupi di un argomento, al tempo stesso
centrale e marginale, e che potrebbe trovare nelle profonde
modificazioni introdotte dalle tecnologie nuovi spunti
di riflessione.
«Come può qualcosa di così fondamentale come la coscienza
essere l’effetto di una stimolazione nervosa? È tanto
incredibile quanto le apparizioni del Genio ogni volta
che Aladino sfrega la lampada.» Con queste parole, nel
1866, Thomas Henry Huxley descriveva l’incertezza con
la quale scienziati, chimici, fisici e medici guardavano
alla coscienza: un’incertezza che ha accompagnato i ricercatori
per più di un secolo. Oggi qualcosa sta cambiando e, per
la prima volta, lo studio della coscienza sta uscendo
dall’ambito della pura speculazione filosofica per diventare
l’oggetto dell’interesse di neuroscienziati, neurofisiologi,
teorici delle scienze cognitive e, perché no, ingegneri.
In un momento epocale in cui la vita (intesa come patrimonio
genetico e informazioni contenute nel DNA) sembra essere
sul punto di rivelare i suoi più reconditi segreti, dopo
che negli anni ’70 l’umanità ha conquistato lo spazio,
vi è ancora un dominio che nasconde i propri segreti e
che, proprio per questo, sta iniziando ad attirare l’interesse
di un numero crescente di ricercatori: la coscienza. Non
si tratta di riscoprire la psicanalisi bensì del tentativo
di colmare l’abisso che separa le cosiddette scienze ‘dure’
(fisica, chimica, biologia, genetica) con la conoscenza
in prima persona di noi stessi in quanto soggetti. L’obiettivo,
nemmeno tanto segreto, è duplice. Da un lato realizzare
il sogno di Asimov: dare la coscienza alla materia bruta;
sentire un artefatto pronunciare le fatidiche parole «io
esisto». Dall’altro giungere alla comprensione della nostra
intima essenza, a prescindere dal materiale biologico
di cui siamo costituiti e fornire così gli strumenti per
riprogettare noi stessi.
E’ paradigmatico che proprio Francis Crick, il premio
Nobel a cui si deve la scoperta del DNA, si sia impegnato
per primo nel tentativo di dare una base scientifica al
fenomeno della coscienza. E non è il solo: altri due premi
Nobel, Roger Penrose e Gerard Edelmann, stanno seguendo
linee di ricerca alternative nella convinzione di raggiungere
per primi la meta agognata. La nuova frontiera consiste
nella conquista della dimensione soggettiva della realtà:
ossia l’ineffabile qualità dell’esperienza degli esseri
umani in quanto soggetti. Finora la coscienza è stata
considerata inadatta a essere affrontata con il metodo
scientifico, se non addirittura inesistente come il flogisto
e l’etere. Tuttavia, l’atteggiamento di molti scienziati
e filosofi è cambiato e l’attitudine eliminativista, comune
a gran parte del pensiero scientifico e filosofico del
XX secolo, è vista come una posizione di principio non
conciliabile con l’esperienza e con l’evidenza empirica.
Fra i motivi principali che hanno indotto questo mutamento
di clima culturale si devono annoverare lo sviluppo e
la diffusione di tecniche di studio non invasive dell’attività
cerebrale, il fallimento del programma forte dell’Intelligenza
Artificiale di replicare le funzioni cognitive umane,
la critica delle posizioni impegnate a negare una dimensione
propria del 3 mentale. L’ipotesi che la coscienza non
sia un’illusione ha aperto la strada a nuovi approcci
che cercano di salvaguardare la specificità della mente
cosciente soggettività, fenomenicità, unità, qualità,
in prima persona integrandola con il metodo scientifico
anche a prezzo di una sua eventuale ma necessaria estensione.
Il metodo scientifico, finora rimasto limitato al dominio
dei fatti oggettivi in terza persona, dovrebbe essere
in grado di accogliere anche i fatti soggettivi in prima
persona.
Le strategie delineatesi fino a questo momento sono di
quattro tipi: l’analisi del funzionamento del cervello
e la ricerca dei correlati neurali della coscienza; l’individuazione
delle caratteristiche proprie della coscienza a partire
dalla nostra esperienza; la ricerca di fenomeni fisici
finora ignorati che siano specifici dell’attività cosciente
dei cervelli; lo sviluppo e la progettazione di esseri
artificiali che mirino a diventare soggetti coscienti
a pieno titolo.
Esperto della struttura del cervello è sicuramente il
premio Nobel Gerard Edelmann che adesso lavora a San Diego,
California. Secondo Edelmann, la mente sarebbe il risultato
di meccanismi basati sulla selezione e sarebbe fuorviante
il modello della mente vista come il software di un computer.
La mente deve essere parte di un organismo che, a sua
volta, interagisce con l’ambiente. Obiettivo principale
della mente è imparare a suddividere in categorie opportune
gli stimoli esterni. Il problema fondamentale per la comprensione
della coscienza resta quello di capire come si origini
l’unità dell’esperienza a partire da una molteplicità
di fenomeni fisici. Edelmann non ritiene sia ancora possibile
dare una risposta immediata al problema della dimensione
fenomenica della coscienza. Tuttavia da un punto di vista
neurofisiologico è possibile individuare alcuni punti
sicuri. Per quanto riguarda una possibile definizione
di coscienza Edelmann si rifà a William James: «La coscienza
è un processo individuale, continuo e dotato di intenzionalità».
L’analisi della coscienza in quanto fenomeno esperito
soggettivamente è l’oggetto degli studi di John Searle,
filosofo della Berkeley University, secondo il quale,
«noi [in quanto soggetti] abbiamo esperienze coscienti
che sono stati qualitativi biologici reali in grado di
essere causalmente efficaci. La coscienza è un fenomeno
biologico». Da un punto di vista empirico le motivazioni
ad agire non sono sufficienti a decidere delle nostre
azioni. Lo iato che esiste, tra le motivazioni e la decisione
che viene presa, si chiama libertà o libero arbitrio.
Non è possibile negare la nostra libertà. Se è vero che
un insieme di motivazioni razionali non è sufficiente
a determinare le mie azioni (e quindi esiste uno iato
reale), allora vuol dire che non è possibile dare una
spiegazione causalmente completa delle nostre azioni.
La conclusione è – per Searle – a questo punto ovvia.
L’elemento mancante è il sé, il soggetto cosciente, che
compie le scelte causalmente efficaci.
Per Stephen Laberge, della Stanford University, il sogno
non è altro che percezione o esperienza cosciente non
vincolata dalla stimolazione sensoriale. È evidente che
parlare di sogno incosciente è, nelle sue ipotesi, autocontraddittorio
e paradossale. L’esperienza di qualcosa, sia nel sogno
sia nella percezione, richiede l’atto mentale cosciente.
Anche se non è ancora chiaro il motivo, per cui i mammiferi
superiori sognano, l’indagine di questi stati è un terreno
fertile per nuovi studi. Allo stato attuale è altresì
evidente che questo tipo di ricerche richiedono lo sviluppo
di metodi di analisi basati sui rapporti in prima persona
delle persone coinvolte. In sintesi due sono gli aspetti
più interessanti emersi dalle ricerche di Laberge: i)
la possibilità di riprodurre a volontà il fenomeno del
sogno lucido attraverso tecniche opportune o particolari
strumenti e ii) la possibilità di verificare con metodi
in terza persona la dimensione onirica grazie alla cooperazione
volontaria dei soggetti.
Per quanto riguarda la possibilità che la coscienza sia
il prodotto di qualche fenomeno fisico finora ignorato
si deve ricordare Stuart Hameroff, autore insieme a Roger
Penrose, di una celebre, anche se controversa, teoria
quantistica della mente. La sua teoria prevede che il
cervello utilizzi delle strutture dette microtubuli in
grado di proteggere e amplificare i fenomeni quantistici.
L’ipotesi dei microtubuli dovrebbe servire a fornire uno
strumento biologico che dovrebbe legare la dimensione
atomica a quella macroscopica propria dei processi cognitivi
tradizionali.
L’ultimo approccio – lo sviluppo di macchine coscienti
– è ancora agli inizi, ma potrebbe rivelarsi estremamente
promettente. Se si riuscisse a tradurre la coscienza in
una serie di fenomeni fisici che, in certe condizioni,
permettono ai cervelli di far emergere dei soggetti coscienti,
non vi sarebbero motivi per non poter replicare tali fenomeni
a partire da creature artificiali anche non biologiche.
Così come è stato possibile creare aerei e macchine volanti
dopo che il mistero della portanza dell’aria è stato risolto,
così dovrebbe essere possibile progettare creature artificiali
in grado – non solo di battere i migliori maestri di scacchi
– ma anche di giungere alla condizioni di soggetti coscienti
in grado di avvertire il brivido della loro esistenza.
Si ritiene perciò fondamentale il fatto che un robot si
trovi a interagire con l’ambiente fin dagli inizi in modo
da costituire una serie di relazioni con gli eventi che
lo circondano. Per questo motivo è importante studiare
il modo con cui gli esseri naturali (e in particolar modo
gli esseri umani) crescono e si sviluppano all’interno
di una rete di eventi e di rapporti con altri esseri e
altri oggetti. Due esempi di questa linea di ricerca sono
KOG, il robot sviluppato al MIT da Rodney Brooks e Babybot
il prototipo di robot bambino costruito al Lira-lab del
DIST dell’Università di Genova. In entrambi casi, è doveroso
notarlo, l’aspetto mente o addirittura mente cosciente,
è ancora lontano dall’aver trovato una realizzazione pratica.
La coscienza, dopo tutto, è la dimensione propria della
nostra esistenza – del nostro esserci – e rappresenta
l’orizzonte del senso e del significato di noi stessi.
Rinunciare a comprendere la coscienza e il suo rapporto
con il mondo equivale a rinunciare a comprendere l’aspetto
più profondo della nostra esistenza. Così come la fisica
ambisce a una teoria di grande unificazione, così la scienza
della coscienza dovrebbe ambire a una unificazione di
ancora maggior respiro: l’unificazione tra soggetto e
oggetto, tra coscienza e realtà.
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