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Pillole di Saggezza
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Biblioconsigli: LE DODICI MALATTIE DEL CIELO Riccardo Dri
 
Biblioconsigli


Riccardo Dri, "Le dodici malattie del cielo ", Edizioni Sovera


Per ulteriori informazioni in merito all'acquisto si rimanda al sito dell'autore, www.riccardodri.it


INTRODUZIONE
Si avvertirà una sottile manchevolezza di fondo in questo testo, una imperfezione. Essa richiama, con i sui silenzi, tutto il non detto; i vuoti richiamano il gioco dei rimandi, le difficoltà espressive l'ansia di un linguaggio che, per quanto forzato ad eccedere, ribadisce con perentorietà il limite, il confine, la frontiera. Avvertiamo: più silenzio che parola, quel silenzio che richiama nel modo spaesato del tacere. Il testo è muto se il lettore non è disponibile, per primo, a far proprie le domande che esso evoca e per ciò stesso a dialogare con il testo. Premesso che occorrono sempre buoni motivi per porsi delle domande, questi dipendono dallo spessore della posta in gioco.
Se è vero che non abbiamo mai abitato autenticamente un mondo, ma solo le descrizioni che di volta in volta abbiamo dato (o, peggio, sono state date da altri per noi) ad un mondo, dovrebbe sorgere la domanda fondamentale sul posto che in tale mondo noi abbiamo occupato e stiamo occupando. Se qualcosa ci è sfuggito mentre stava accadendo, dovremo soppesare il carico della nostra partecipazione a quell'accadere. Quando sentiamo parlare della questione, ormai logora ma ancora di ottimo effetto, della qualità della vita siamo istintivamente condotti a considerare, per darci un'unità di misura, a ciò che possediamo. Maggiori sono i nostri averi, più la nostra vita appare degna. In concreto: ci chiediamo cosa abbiamo, mai cosa siamo. Qui urge anche andare oltre: che cosa siamo diventati a nostra insaputa. Perché non accontentarsi di una vogliuzza per il giorno e una per la notte salvo restando la salute? I problemi cui l'uomo di oggi deve far fronte sono veramente molti e molto diversi da quelli di un tempo. Nel nostro quotidiano il problema fondamentale che rende irrilevante ogni nostra azione è il problema del senso: Fare senso è il nostro mestiere di esseri umani. Che si possa fare a meno del senso è irrealismo. Metafisica, e della peggiore. Il bisogno di senso è un bisogno materiale primario dell'animale uomo.
Non è certo una rivelazione riconoscere che il tempo in cui stiamo vivendo è stato chiamato Era della tecnica, conseguente a quel disincantamento che l'apparato scientifico-tecnologico ha portato con se. In altre parole: i vecchi Dèi sono tramontati, gli ideali umanistici lo stesso. Il pregio più richiesto è la funzionalità, e noi tutti, in cambio della vita (cioé con una pistola alla tempia) siamo diventati una funzione di altro e per altro. Un Altro, in più, non sempre attingibile e riconoscibile. Quasi mai veniamo a conoscere le conseguenze delle nostre azioni nella complessa rete delle interdipendenze, e già basterebbe questo a renderle irriconoscibili e come azioni e come nostre.
Noi siamo ormai dei mezzi e non fini a noi stessi: siamo perciò del tutto sostituibili. Nessuna azione ha quel che di originalità che la riconduce univocamente a noi; può essere l'azione di chiunque, perché tutti si agisce così.
Nel baratto come retribuzione abbiamo ottenuto, certo, l'inserimento nel modo di vivere occidentale, che significa, per quanto ci riguarda da vicino nella coniugazione dell'avere, un sistema di vita che comprende certi agi e certe sicurezze oggi più che mai considerati irrinunciabili. Nella coniugazione dell'essere abbiamo rinunciato a noi stessi, come comprova il fatto che quelle sicurezze non hanno sanato una nuova potente insicurezza: il non sapere più perché o per chi viviamo.
Stiamo per caso rimpiangendo gli Dèi ? Sarebbe patetico. In effetti anche questo stiamo vedendo: sorgono sempre più numerose sette religiose di ogni tipo e in quelle che già c'erano si sviluppano fanatismi mai visti prima. Ci viene detto che è un sintomo del bisogno di spiritualità che proprio l'Era della scienza e della tecnica ha spento. Se il termine spiritualità ha un significato anti-materialistico ciò non soddisfa minimamente l'interrogazione, perché al contrario è un sistema astratto (più precisamente matematico) quello che ha consentito il consolidarsi dell'apparato scientifico-tecnologico. Dalle Idee di Platone al cogito di Cartesio all'Io-penso di Kant non vediamo che il progresso di una geometrizzazione del mondo, dove linee e punti nello spazio sono i nostri nuovi punti cardinali. Così impercettibili e così astratti che dentro ci sentiamo vuoti e, ciò che è più spaventoso, non c'è più nulla e nessuno che colmi questo vuoto. Se ci chiediamo perché o per chi viviamo, e sempre che prendiamo sul serio questa domanda, balbettiamo, senza alcuna sicurezza nelle nostre parole, pronunciate più per rassicurarci che per dire qualcosa. In realtà un intero mondo di significati è andato in fumo, dai vecchi mondi ci siamo congedati senza rimpianto, ma ci è rimasta quella sgradevole sensazione che non si riesce a tacitare con il crescere di oggetti di cui possiamo progressivamente disporre. Nichilismo e reificazione sono lì ad attenderci alla fine della strada. È la conclusione di una lunga storia che in dodici nodi cruciali si è dipanata nel tempo. Noi abbiamo tentato di raccontare la storia di questi dodici nodi, e di dire che cos'è la rete che li ospita.
Con ciò nessun problema è stato risolto, ma, questo sì, il racconto fa sorgere delle domande inevitabili e opprimenti che vogliono entrare in contatto con l'intimo sentire del lettore, saggiare il suo senso di impotenza, ravvivare quanto in lui di vivo e di irripetibile sia rimasto sotto il peso di una Super-identità che rende ogni nostro pensiero uguale a quello del viandante che ci sta a fianco, ogni nostra azione uguale a qualsiasi altra, ogni lavoro una funzione di un apparato di cui si ignorano fini ed esiti, ogni nostro atto di insofferenza un tratto prevedibile contro cui già sono state predisposte adeguate correzioni. Se il nostro vivere non ci appartiene, allora è proprio questa mancanza di senso sotterranea e dai contorni sfumati che fa diventare sensate queste domande.
Si noterà che molto spesso un disagio del tutto moderno è stato per così dire confrontato in modo analogico con l'uso di affrontare i problemi degli antichi, e ci si può chiedere anche quale sia il motivo di questa preferenza.
In effetti non occorrerebbe risalire così tanto indietro: la letteratura e l'arte da sempre hanno conosciuto, sviluppato, reinterpretato, impersonificato questi temi. Si pensi, solo nel secolo appena trascorso, a lavori come quelli di Pirandello nel teatro, Picasso nella pittura, Kafka e Dovstojeskj nella letteratura, Marcuse in filosofia ed infiniti altri.
Eppure c'è un tratto che appartiene solo al mondo antico e che non è stato più possibile riprodurre: il rapporto con la Verità. Il mondo moderno l'ha trasformata, irreversibilmente, in Esattezza ed essa è stata utilizzata nell'impiegare. Noi siamo uno di questi infiniti impieghi, e da questo punto di vista non ci distinguiamo in nulla da un frigorifero o da un martello. Qualche volta lo avvertiamo, ma subito scacciamo il pensiero sia perché è irritante, sia perché insieme l'impressione è che sia solo un'impressione. Nel mondo antico l'arte non era una fruizione commerciale, le commedie non erano una produzione, la statua non era un abbellimento di un locale affittabile, la divinazione non era un passatempo, il lavoro non era un "impiego", il dialogo non era un chiacchiericcio dove gli sguardi neppure si incontrano. Tutte queste "attività" dell'uomo erano in diretto rapporto con la Verità, alla quale si accedeva con religiosa meditazione.
Per questo, non avendo trovato alcun modello attuale che potesse ricordare neppure di lontano questo "stato di grazia" che noi moderni chiameremmo, del tutto arbitrariamente, "atteggiamento", abbiamo dato spesso un grande spazio agli antichi e abbiamo ascoltato i loro suggerimenti, la loro gioia e il loro sgomento. Essi, per primi, ci hanno offerto la possibilità di domandare che, in fondo, è l'unico "scopo" della filosofia, l'arte di saper porre domande.
Qui ne suggeriamo solo alcune. Che cosa significa malattia ?
La malattia è un vissuto, che narra all'uomo la sua vulnerabilità e alla sua sapienza la sua provvisorietà.
E che significa Cielo ?
Il Cielo è un orizzonte di esistenza, mai definito una volta per tutte, come la storia sta lì a ricordarci, nel quale ciascuno prende dimora per quel tanto che perdura il senso che quell'orizzonte ha dispiegato.
E che significa che il Cielo si ammala?
Quando il cielo si ammala, quando tramonta lo specchio grazie al quale fino a quel momento tutto era risultato leggibile, il sopravissuto che si congeda deve reinstallarsi, non senza traumi e sussulti, nel nuovo orizzonte adveniente, per accogliere il nuovo significato delle proprie aspettative, delle proprie azioni, dei propri pensieri, delle proprie parole.
Quando la filosofia è stata esautorata dalle scienze particolari che, pur riconoscendola come madre di tutti i saperi, hanno scelto di recintarla nella speculazione astratta per evitarne così l'influenza, si è consumato il grande baccanale dell'oggettività: il soggetto doveva sparire. Ma funzionò solo a parole.
Ogni specchio della leggibilità rinvia all'immagine di sé, obbliga cioé a guardarci dentro perché non domanda più "che cos'è", ma "chi è", facendoci scoprire che ogni oggettività ci implica nel modo più perentorio.
Ogniqualvolta un mondo si congeda a favore di una nuova stagione serve attingere da una nuova capacità di rinnovamento, di intervento sugli eventi, e per primo su quell'evento che noi siamo. Ogni mutamento è uno sconvolgimento: non c'è una sola pedina sullo scacchiere che nel suo movimento non influenzi tutte le altre e, alla fine, l'intera partita. Senza questa elaborazione si fa strada quella malattia, la più velenosa e mortale, che giunge assai prima della morte biologica e che a nostra insaputa ci modifica: non è vero infatti che solo l'uomo manipola le cose, ma che anche le cose possono disporre di noi.
La malattia è un oblìo che rimuove dall'uomo la coscienza di un compito che la storia assegna a ciascuno e che diventa, così, la nostra storia. Un compito difficile, una storia irta di insofferenze, di farsi e disfarsi di grandi costruzioni che, mentre ci vedono all'opera, hanno tutto l'aspetto di essere monumenti eterni. Ma l'uomo è quell'animale non ancora stabilizzato, che per questo ha bisogno di credere che tutto è ben fermo e saldo al di sopra della corrente … in fondo tutto sta fermo. Fu nella ricerca della stabilità che il cielo, nostro orizzonte di esistenza, si era subito incupito.
Appena fatti due sbadigli e Melisso, certo preso dal dubbio, sentì il bisogno di insistere e riaffermare le dottrine del Maestro, evidentemente trovandole deficitarie nella loro verità. Ma il maestro di verità doveva ancora venire: di lì a poco il cielo si sarebbe incupito assai più marcatamente perché Platone, che di cieli (e anche di sopracieli) se ne intendeva, cancellò con un colpo di spugna tutte le stelle, per sostituirle con Idee. Il Cielo, senza più stelle, divenne nero come la caligine. Accadde allora che il cielo si squarciò in due, e una parte si chiamò mondo vero, l'altra mondo apparente. Fino a quel momento l'uomo aveva affidato la sua intera esistenza al senso, al sentire, al godere e al soffrire; ma quando il cielo fu così diviso, da allora nessun senso potè più essere testimone per l'uomo. Risuonò un alto grido per secoli: I sensi ingannano.
Questa malattia fu davvero molto seria, forse la malattia di tutte le malattie, la prima grande vera pestilenza destinata a lasciare un segno indelebile nelle vite dei sopravissuti, perché sotto il giogo del retromondo non solo le cose di lassù si ammalarono, ma anche quelle di quaggiù. La storia non finì certo con questa perdita. Anche le Idee, pur annunciate come eterne, tramontarono. Qualcuno approntò un farmaco potente, così potente da poter contendere con il Destino: la causa. Per un millennio quattro cause percorsero tutte le strade del mondo, rendendo ragione di ogni mutamento. Eppure la geografia dei mondi non venne mai più ricucita, perché di lì a poco anche la Verità del mondo vero abdicò a favore di un altro ospite: Dio. La Verità divenne Salvezza. Con un nome così reboante non c'è da stupirsi che il nuovo Dio non solo volle prendersi cura dell'uomo in vita, ma anche dopo la sua morte, e così per sempre: un futuro intramontabile fatto di infinita felicità.
Non passò molto tempo che anche questo farmaco tramontò. Sotto la spinta del dubbio metodico la Salvezza, ormai riconosciuta come inefficace espediente, lasciò il posto a qualcosa di molto più sicuro: la Certezza. Questa nuova malattia convinse l'uomo che non il Dio è, ma "Io sono". Di colpo questa nuova scoperta disincarnò l'uomo convincendolo che il suo corpo era di incerta esistenza e qui, per conseguenza, non la sensibilità, ma la geometria fu incaricata di disegnare la strada da percorrere. Il mondo si rattrappì a categoria e rappresentazione. La Verità divenne maschera di un inganno, incompatibile con la vita, e si venne in chiaro non tanto con l'essenza della Verità, ma con le ragioni per le quali essa era stata generata. Il mondo allora divenne Volontà e, più oltre ancora, volontà di potenza.
Inutilmente ci si aspetterà un epilogo di guarigione. Il Cielo malato, infatti, per ciò stesso prefigura una guarigione. Ma questo è il sapere del clinico, che per di più procede per opposizioni. Se, come si vede, il farmaco ha peggiorato la malattia, allora o è stato somministrato il farmaco errato, o la malattia non è tale, cioé essa è uno stato ineliminabile, vissuto con quel grave disagio che la storia rappresenta in ogni epoca. Quanto alla prima ipotesi: tutti i rimedi sono stati tentati e si sono esauriti; quanto alla seconda: c'è una condizione fondamentale dell'esistenza che, sgradita, ha generato la gigantesca opera dei rimedi. Non sarà che mai nessuno ha voluto guardare nell'abisso e chi ha osato guardare sia fuggito per lo spavento ? E non sarà vero allora che l'ombra che ci insegue incessantemente ha quell'antico volto tragico che, proprio perché rifuggito, continua segretamente a premere ad angosciare con il futuro fatto di nulla che essa ripropone ?
Il superamento di sé, l'instabilità endemica dell'uomo e del suo mondo, a partire dall'essere meramente soggetto al divenire fin alle punte più alte dello spirito, accade nella scena del dramma e del dolore: la trasfigurazione in bellezza del dolore è il culmine del pensiero, perché è arte allo stato puro.
Di tale vertice, ben si può dire con Nietzsche: Beato popolo degli Elleni! Come deve essere grande fra voi Dioniso, se il dio di Delo ritiene necessari tali incantesimi per guarire la vostra follia ditirambica, ma ancora quanto dovette soffrire questo popolo, per poter diventare così bello!
Questo testo è rivolto a quanti sono familiari con temi filosofici, a quanti vorrebbero esserne, a quanti non ne sanno nulla: un libro per tutti e per nessuno. Esce dopo una lunga meditazione sull'utilità della sua pubblicazione.
Itinerario privilegiato di questo excursus è il pensiero religioso, connesso all'autocoscienza della morte e all'interpretazione di essa all'interno dei tre fondamentali luoghi in cui tale pensiero si sviluppa, cioé il pensiero greco, quello ebraico e quello cristiano.
Il testo si presenta come un excursus generale, ma si sofferma più a lungo intorno ad alcuni temi svolti in modo "monografico", laddove era necessario mostrare con maggiore puntualità i termini del fraintendimento coinvolti in tale excursus. Il testo si presenta con una possibile doppia lettura (il che vale anche quale avvertenza per il lettore): una lettura più agevole del solo testo ed una lettura più erudita con le note a fondo pagina. Ciò lo rende adatto ai due diversi modi di affrontarlo e soddisfa due esigenze insieme.
Si è scelto di collocare le note a fondo pagina anziché, come spesso capita di vedere, a fine capitolo o addirittura a fine volume. Ciò consente un confronto immediato con i testi originali, con le indicazioni bibliografiche, con i suggerimenti dell'autore per ulteriori approfondimenti.
Il testo, lo si ripete, non ha e non può avere la pretesa di essere esaustivo in ogni suo aspetto; proprio per questo i rimandi, le indicazioni bibliografiche, gli spunti di dibattito non vanno intesi come un'esibizione di erudizione, ma al contrario come un invito, uno stimolo all'approfondimento, alla verifica personale, all'elaborazione ed interpretazione personale dei testi in un contesto di conoscenza su cui nessuno mai può mettere la parola "fine".
Il testo non si chiude con una soluzione; il testo non si chiude affatto e rimane aperto affinché venga descritta la malattia successiva, la tredicesima, quella al cui interno stiamo attualmente vivendo e della quale ancora troppo pochi si sono pienamente avveduti.


Copyright (c) 1996-2002 by Jacopo Agnesina
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